Amnesty International accusa il governo del Sud Sudan di tortura

Pubblicato il 5 settembre 2018 alle 14:21 in Africa Sud Sudan

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Amnesty International ha accusato il governo del Sud Sudan di aver torturato centinaia di detenuti dall’inizio della guerra civile, scoppiata nel dicembre 2013. “I cittadini del Sud Sudan che sono stati arrestati per le loro affiliazioni etniche e politiche hanno subito torture che, talvolta, li hanno portati alla morte, per mano delle forze di sicurezza”, ha riferito il vice direttore dell’organizzazione umanitaria per l’Africa dell’Est, dei Grandi Laghi e del Corno d’Africa, Seif Magango, spiegando che le autorità sud sudanesi sono diventate sempre più intolleranti verso ogni forma di criticismo.

Nel report di Amnesty International, intitolato “Broken Promises”, vengono riportate le storie di ex detenuti che hanno raccontato di essere stati obbligati a bere l’acqua dai gabinetti e di usare i bagni gli uni di fronte agli altri. Alcuni hanno rivelato di essere stati chiusi per mesi dentro le proprie celle, senza la possibilità di uscire alla luce del sole per fare movimento.

Per tutta risposta, un portavoce del presidente Salva Kiir, Ateny Wek Ateny, ha negato le accuse di Amnesty International, rendendo noto che, ad oggi, i prigionieri politici sono soltanto 3, e che nessuno di loro ha subito torture.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, in quanto ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno cominciato a scontrarsi con quelli di etnia nuer, guidati da Riek Machar e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case.

Il presidente Kiir e il leader del principale gruppo di ribelli, Machar, avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto scorso, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si sono rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova costituzione non sono state gestite in modo efficiente. “Questo è uno sviluppo spiacevole che non rifletterebbe bene l’imparzialità dei mediatori e metterebbe in dubbio l’intero processo”, hanno comunicato i ribelli in un comunicato.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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