L’Italia rischia di perdere tutto

Pubblicato il 4 settembre 2018 alle 0:51 in Il commento Libia

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L’Italia sta per perdere quanto di più prezioso abbia nell’arena internazionale ovvero il suo rapporto privilegiato con la Libia. Esiste un modo più chiaro di dirlo: persa la Libia, gli italiani hanno perso tutto. Nel senso che hanno perso qualunque possibilità di essere influenti su un governo diverso dal proprio. È un modo ruvido, ma diretto, di chiarire che non conteranno più niente al di fuori dei propri confini. E siccome la sicurezza dell’Italia dipende, in larga parte, dalla Libia, questo costituisce il problema strategico più importante del tempo presente. Senza considerare, poi, l’incredibile anomalia che l’Italia verrebbe a rappresentare. Tutti gli Stati più ricchi del mondo esercitano un’influenza su qualche Stato più debole. Il rapporto che gli Stati più ricchi del mondo stabiliscono con i Paesi confinanti è egemonico o tendente all’egemonia. Incredibile a dirsi, anche gli Stati meno ricchi tendono a stabilire rapporti egemonici con i Paesi confinanti, ma più poveri. L’Egitto sta cercando di costruire un rapporto egemonico con la Libia; il Pakistan cerca di stabilirlo con l’Afghanistan; l’Iran con l’Iraq; l’Arabia Saudita con lo Yemen. L’Italia non ha alcuna possibilità di egemonizzare la Libia, la quale presenta caratteristiche tali che non la rendono egemonizzabile da nessuno. Ha però un interesse, l’Italia, ad avere un governo amico, in Libia. I missili, che hanno mancato di poco la sua ambasciata a Tripoli, rivelano che la città è fuori controllo e dicono che l’Italia rischia di perdere per sempre il privilegio di essere il punto di riferimento della Libia. Quando Gheddafi era prossimo al collasso per via delle sanzioni, che provocarono alcuni tentativi di assassinarlo da parte di oppositori interni, fu l’Italia a favorire il ritorno della Libia nella comunità internazionale. Poi Gheddafi fu rovesciato e la Libia è crollata. La conseguenza del crollo è che i confini della Libia sono saltati. Non soltanto i confini territoriali, ma anche quelli politici. Non essendoci più porte, sono entrati in tanti. E ogni governo straniero ha operato per dividere, anziché riunificare. L’Italia ha così faticato inutilmente. L’esempio più chiaro è quello della Francia. L’Onu aveva stabilito la nascita di un governo a Tripoli, insediatosi il 30 marzo 2016, l’unico ad avere una legittimazione internazionale. La Francia ha però sostenuto il governo rivale, basato a Tobruk, che ha il suo uomo forte nel generale Haftar. Siccome le polemiche non si addicono agli studiosi, evitiamo di dire che la Francia ha preso un impegno senza mantenerlo e arriviamo al punto. La situazione che si è determinata è talmente sfavorevole all’Italia che occorre pensare a un piano alternativo e cioè che la Libia venga divisa in due Stati sovrani e indipendenti: Tripolitania e Cirenaica. L’Italia non deve operare per una soluzione di questo tipo, ma deve considerarla. Per spiegare il senso di questa affermazione, occorre sapere che la Libia non può essere stabilizzata con le elezioni volute da Macron. Se vincesse il generale Haftar, appoggiato dalla Francia, prenderebbe quasi tutto, senza benefici per la sicurezza dell’Italia. Contro Haftar si scatenerebbero infatti molte forze, interne e internazionali, e il Paese continuerebbero a essere instabile. In Libia si è già votato più volte dopo la caduta di Gheddafi. A ogni consultazione, il Paese si è diviso ulteriormente. La ragione è facile da spiegare. Siccome la Libia è una casa senza porte, sono entrati ben undici Paesi: Egitto, Francia, Russia, Emirati Arabi Uniti, Tunisia, Ciad, Niger, Sudan, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Come appare evidente, gli Stati Uniti sono assenti e questo contribuisce a spiegare il caos. La domanda che bisognerebbe rivolgere a Macron è la seguente: di grazia, se si votasse in assenza di un accordo costituzionale, si voterebbe per eleggere quale tipo di istituzioni? Il voto dovrebbe dare vita a una repubblica presidenziale o parlamentare? È importante saperlo perché, se le elezioni fossero presidenziali, essendoci molte milizie armate, il rischio di un’escalation sarebbe alto giacché il nuovo presidente sarebbe autorizzato a disarmarle e sottometterle. Se, invece, le elezioni fossero parlamentari, la frammentazione sarebbe certa con la conseguente ingovernabilità. È già accaduto dopo le elezioni parlamentari del 25 giugno 2014, a cui partecipò soltanto il 18% degli elettori. Si votò e arrivò il governo dell’Isis sulle coste libiche.

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Quest’articolo è apparso sulla prima pagina de “Il Messaggero”. Riprodotto per gentile concessione. 

di Alessandro Orsini

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