Corte del Myanmar condanna 2 giornalisti di Reuters

Pubblicato il 3 settembre 2018 alle 14:28 in Asia Myanmar

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Una corte del Myanmar ha condannato 2 giornalisti di Reuters a sette anni di carcere per aver infranto l’Official Secrets Act nel corso delle indagini sulla strage dei Rohingya. Il 32enne Wa Lone e il 27enne Kyaw Soe Oo, entrambi originari del Myanmar, erano stati arrestati lo scorso dicembre mentre stavano lavorando ad un articolo sulla repressione militare della minoranza musulmana dei Rohingya nello Stato di Rakhine, che ha causato la fuga di più di 700.000 verso il Bangladesh. Tale conflitto è stato definito dall’Onu “una forma di pulizia etnica”.

L’Official Secrets Act è un atto risalente al 1923, che prevede un massimo di 14 anni di prigione per coloro che non rispettano determinate regole relative alla segretezza di ciò che avviene nel Paese. Ad esempio, la Sezione 3 dell’atto proibisce l’entrata in alcuni luoghi, lo scatto di foto o la consultazione di documenti segreti ufficiali che “potrebbero essere utilizzati direttamente o indirettamente dal nemico, a discapito del Myanmar”. Secondo quanto riportato dal Ministero dell’Informazione, i due reporter sono stati arrestati per essere entrati in possesso di documenti governativi segreti relativi all’attività delle forze di sicurezza del Myanmar nello Stato di Rakhine. Ad avviso del Ministero, le informazioni erano state reperite illegalmente, “con l’intenzione di condividerle con i media stranieri”. Da parte loro, i due giornalisti si sono dichiarati innocenti.

In seguito all’annuncio del verdetto della Corte di Yangon, l’avvocato difensore, Than Zaw Maung, ha riferito che quanto accaduto è “molto deludente per la democrazia”. “Non abbiamo sbagliato niente. Sono scioccato dalla decisione della corte”, ha spiegato Maung. Entrambi i giornalisti avevano testimoniato di fronte al giudice che due poliziotti avevano fornito loro i documenti utili alla loro indagine, durante un incontro presso un ristorante di Yangon. Poco dopo, i due sono stati arrestati da alcuni poliziotti in borghese. Ad aprile, l’ufficiale di polizia Moe Yan Naing ha riferito di essere venuto a conoscenza di un complotto architettato da alcuni ufficiali per incastrare i due giornalisti.

Secondo quanto riportato dalla CNN, tale caso ha dimostrato la ristretta libertà di stampa e dei diritti democratici in Myanmar. Il verdetto, scrive l’emittente americana, ha provocato un’immediata censura internazionale ed ha accresciuto le critiche nei confronti della leader del Paese asiativo, Aung San Suu Kyi, più volte criticata per la gestione della questione dei Rohingya.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficiale del Paese e, per questo, è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Myanmar. Tali persecuzioni hanno subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya attaccarono alcune stazioni di polizia. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni. Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

Il 27 agosto, un report dell’Onu ha reso noto che i generali militari del Myanmar hanno commesso uccisioni e stupri di massa nei confronti della minoranza musulmana locale dei Rohingya, con l’intento di effettuare un vero e proprio genocidio. Per tali ragioni, tali ufficiali dovrebbero essere perseguiti per aver pianificato il più grave dei crimini del diritto internazionale. Nei giorni seguenti, il governo del Myanmar ha respinto tali accuse, riferendo che le autorità non concordano o accettano nessuna delle risoluzioni del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. “Abbiamo zero tolleranza verso le violazioni dei diritti umani e, dal momento che non abbiamo permesso alla missione dell’Onu di entrare in Myanmar, non accettiamo nessuna delle sue risoluzioni”, ha chiarito Zaw Htay, aggiungendo che il Paese possiede la propria commissione indipendente per smentire le false accuse mosse dalle agenzie dell’Onu e dalla comunità internazionale nei confronti del proprio esercito.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Sofia Cecinini

di Redazione

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