Caos in Libia, evasione di massa dalla prigione di Tripoli

Pubblicato il 3 settembre 2018 alle 11:12 in Africa Libia

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Circa 400 prigionieri sono fuggiti dalla prigione di Ain Zara a Tripoli, domenica 2 settembre, approfittando del caos che regna nella capitale libica a causa dei combattimenti tra gruppi armati rivali. È quanto riferito da un ufficiale giudiziario libico, che, sotto condizione di anonimato, ha confermato un’analoga dichiarazione precedentemente rilasciata dalla polizia giudiziaria libica sui social media. In particolare, il funzionario ha informato che le guardie non sono state in grado di impedire la fuga dei detenuti che sono evasi forzando le porte della prigione. L’ufficiale giudiziario, tuttavia, non è stato in grado di fornire ulteriori dettagli.

La prigione di Ain Zara si trova precisamente nel sud di Tripoli, area che da una settimana è teatro di pesanti scontri tra gruppi armati rivali che hanno generato il caos nel Paese africano. In particolare, i gruppi coinvolti nei combattimenti sono le milizie armate appartenenti alla Settima Brigata, nota anche con il nome di Kanyat, e un’altra coalizione formata dalle Tripoli Revolutionaries Brigades, Misrata’s 301 Brigade, Bab Tajoura Brigade, Ghanewa Brigade e Nawasi Brigade. Mentre le Tripoli Revolutionaries Brigades e la Nawasi Brigade sono due dei più grandi gruppi armati della capitale libica, le milizie della Settima Brigata provengono dalla città di Tarhuna, situata a 65 chilometri a sudest di Tripoli.

Dopo una breve tregua, decisa il 30 agosto, gli scontri, iniziati il 27 agosto, sono ripresi. L’1 settembre, un razzo ha colpito l’hotel Waddan, situato nel centro di Tripoli, vicino all’ambasciata italiana, ferendo 3 persone. Secondo quanto riferito dalla compagnia petrolifera statale NOC, lo stesso giorno, un razzo ha colpito altresì uno dei suoi depositi utilizzati per alimentare una centrale elettrica. Il giorno dopo, il 2 settembre, un missile è caduto invece sul campo di Al-Falah, causando 2 vittime e 7 feriti, inclusi 2 bambini. Il campo accoglie gli sfollati di Tawergha, che sono stati costretti a lasciare il loro insediamento vicino alla città di Misurata, in seguito al loro supporto al regime del colonnello Muammar Gheddafi nel conflitto iniziato nel febbraio 2011. In particolare, durante la guerra civile, gli abitanti di Tawergha sono stati accusati di lanciare operazioni militari contro la città di Misurata, che si era invece ribellata al regime di Gheddafi.

Il Consiglio presidenziale libico di Tripoli ha dichiarato lo stato di emergenza nella capitale, “data la gravità della situazione attuale”. Secondo quanto riferito dal ministero della Salute libico, il bilancio degli scontri, iniziati il 27 agosto, è di 47 morti e 129 feriti in 8 giorni. Tuttavia, sebbene il governo ne sia formalmente responsabile, esso di fatto non controlla la capitale dove i gruppi armati operano spesso con autonomia, approfittando dell’assenza di una guida unitaria capace di controllare efficacemente tutto il Paese che, ad oggi, rimane diviso in due governi. Il governo di Tripoli è appoggiato dall’ONU e dall’Italia, mentre il governo di Tobruk è sostenuto dalla Russia, dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. Tale divisione del potere politico e conseguente instabilità deriva all’incapacità della Libia di avviare un’effettiva transizione democratica in seguito allo scoppio della rivoluzione, nel febbraio 2011, all’intervento della NATO e alla caduta del regime di Gheddafi.

Le Nazioni Unite, intanto, hanno invitato le parti in guerra a incontrarsi martedì 4 settembre a mezzogiorno per un “dialogo urgente sulla situazione della sicurezza” che ponga fine ai combattimenti.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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