L’approfondimento della settimana: Sudafrica economia emergente

Pubblicato il 31 agosto 2018 alle 10:11 in Approfondimenti Sudafrica

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Con un Prodotto Interno Lordo (PIL) che, nel 2017, ha superato i 349 miliardi di dollari statunitensi, il Sudafrica è la seconda economia dell’Africa, dopo la Nigeria, e la 32esima economia mondiale. Tuttavia, la crisi della lira turca ha messo sotto pressione le economie emergenti che, come quella sudafricana, condividono con la Turchia analoghe vulnerabilità. Tale affermazione richiede due chiarimenti. Innazitutto, occorre chiarire se, ed eventualmente perché, il Sudafrica possa essere considerato un’economia emergente, cioè un’economia con tassi di crescita sostenuti ma poco solida. Quanto al “se”, il senso comune suggerisce che il Sudafrica sia indubbiamente un mercato emergente. Dopotutto, dal 2010, fa parte, con il Brasile, la Russia, l’India e la Cina, del club delle principali economie emergenti, club che, proprio per accoglierlo, ha modificato il suo nome da BRIC in BRICS. All’epoca, tuttavia, l’aggiunta della “S” ha causato una certa sorpresa. Perché ammettere il Sudafrica e lasciare fuori, per citarne solo alcuni, Messico, Corea del Sud e Turchia? Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2011, il PIL della Cina ammontava a oltre 7 bilioni di dollari statunitensi, mentre quello sudafricano a poco più di 400 miliardi. Non solo. Mentre il PIL cinese è ulteriormente cresciuto dal 2011 ad oggi, superando, nel 2017, i 12 bilioni, il PIL sudafricano, al contrario, si è ridotto. In realtà, il tasso di crescita del PIL sudafricano è stato sostenuto tra il 2004 e il 2007, quando ha raggiunto il 5,4%, consentendogli di avviare la procedura di ingresso nei BRICS. In seguito, tuttavia, il Paese non è riuscito a mantenere tali ritmi di crescita e, in particolare, a superare il rallentamento economico in cui è incappato negli anni della crisi economica e finanziaria globale del 2008. Nel 2017, il Paese africano è cresciuto solo dell’1,3%. In ogni caso, il dinamismo dell’economia sudafricana è innegabile. Dal 1960 ad oggi, il PIL del Paese è cresciuto di circa 50 volte, trainato in gran parte dal settore minerario e trainante l’intero continente africano.

In secondo luogo, occorre spiegare quale sia l’elemento che, con le dovute differenze, accomuna il Sudafrica alla Turchia. Ed è presto detto: nel 2013, un analista finanziario presso la banca d’affari statunitense, Morgan Stanley, ha coniato l’espressione “i 5 fragili” per indicare le economie che, in virtù della loro massiccia dipendenza dai capitali esteri, utilizzati per finanziarie le loro ambizioni di crescita, sarebbero state più vulnerabili ad un eventuale rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve (Fed), la Banca Centrale americana. I 5 Paesi erano la Turchia, il Brasile, l’India, l’Indonesia e il Sudafrica. Cioè, anche il Sudafrica, come la Turchia, si è finanziato facendo ampiamente ricorso alla valuta estera, con la conseguenza che, ora che la Fed ha effettivamente alzato il tasso d’interesse, rafforzando il dollaro, ripagare i debiti contratti sta diventando più oneroso, mentre gli investitori ritirano parte dei capitali prima investiti nei mercati emergenti. Con riferimento al primo trimestre 2018, il Sovereign Fragility Index, elaborato dalla società di consulenza Fathom e pubblicato da Reuters, registra che la Turchia, la Russia e il Sudafrica stanno diventando più fragili. Il 29 agosto, occorrevano più di 14 rand sudafricani per acquistare un dollaro statunitense. In tali condizioni e, in particolare, vista la crisi della lira turca e il conseguente rischio di contagio, sarebbe stato ragionevole aspettarsi un aumento del tasso d’interesse da parte della Banca Centrale sudafricana. Aumentare il tasso d’interesse frena sì l’economia, ma, rendendo più costoso per le banche, le imprese e le famiglie accedere al credito, riduce la quantità di moneta in circolazione e, di conseguenza, ne accresce il valore. Non a caso, il 13 agosto, la Banca Centrale dell’Argentina ha sorpreso i mercati internazionali, alzando i tassi d’interesse di 5 punti percentuali, rispetto al livello stabilito a maggio, e portandoli al 45%. Tuttavia, per il momento, la Banca Centrale sudafricana mantiene il tasso d’interesse al 6,5%, livello fissato il 19 luglio.

La crisi turca, indubbiamente, ha gettato luce sulle condizioni dell’economia sudafricana e l’ha messa ulteriormente sotto pressione. Tuttavia, il Paese presenta già da tempo significativi elementi di debolezza: diseguaglianza e corruzione, significative potenzialità economiche ma incapacità di sfruttarle appieno e, in ultima istanza, un’economia tenuta in scacco dalla politica. Tutte contraddizioni che, in gran parte, affondano le loro radici nel regime segregazionista dell’apartheid che ha caratterizzato il Paese per quasi 50 anni. E da questo occorre partire per capire il Sudafrica, economico e politico, di oggi.

L’apartheid. Un’eredità che pesa

L’apartheid è la politica di segregazione razziale vigente in Sudafrica tra il 1948 e il 1994. Una definizione apparentemente semplice che, tuttavia, non racconta tutta la verità. Per cogliere la verità occorre legare la parola “apartheid” alla parola “eredità” e occorre farlo in due sensi, con un occhio rivolto al passato e un occhio rivolto al presente. Guardando al passato, l’apartheid è un’eredità coloniale. Guardando al presente, l’apartheid ha a sua volta lasciato un’eredità ed è un’eredità che pesa, in termini politici, perché ha in gran parte determinato la politica sudafricana degli ultimi 24 anni, ma anche e soprattutto in termini economici, dal momento che la diseguaglianza economica tuttora esistente nel Paese fa dell’apartheid economica una realtà ancora, di fatto, non superata. E tutto questo con conseguenze sulla politica e l’economia del Paese, nonché sulla sua collocazione nello scenario internazionale.

Cominciando col passato, l’apartheid è innanzitutto un’eredità coloniale, che affonda le sue radici nel 1652, quando gli Olandesi si stabilirono a Città del Capo e imposero una gerarchia razziale che poneva al vertice i bianchi, inclusi gli Inglesi e gli Afrikaner, cioè i discendenti dei coloni bianchi, seguiti dai “colorati”, cioè i discendenti di lavoratori asiatici importati dagli Olandesi e sposati con persone appartenenti ad altri gruppi razziali, seguiti a loro volta dai neri. Le coordinate fondamentali di tale organizzazione sociale si mantennero sostanzialmente inalterate per secoli, fino al 1948 quando, dopo aver vinto le elezioni, il Partito Nazionale (NP), partito ultraconservatore composto in gran parte da Afrikaner, introdusse formalmente il regime segregazionista dell’apartheid. Come chiarisce il Council on Foreign Relations, l’apartheid era un regime di separazione reale. I neri furono cioè separati fisicamente dai bianchi, confinati in terre marginali o nelle periferie delle città, mentre i colorati persero i loro diritti politici. La segregazione, tuttavia, non era unicamente di natura politica o sociale. Ad esempio, il lavoro era in gran parte riservato ai bianchi.

A partire dagli anni Ottanta, il regime segregazionista cominciò ad accusare i primi segni di cedimento, sotto, per così dire, ai colpi politici inferti dall’interno e a quelli economici inferti dall’esterno. All’interno del Paese, cominciarono a emergere movimenti di opposizione, composti prevalentemente da neri, incluso l’African National Congress (ANC), tuttora al potere. Fondato nel 1912, l’ANC fu particolarmente attivo negli anni dell’apartheid, specialmente sotto la guida di leader di spicco, come Nelson Mandela, che favorirono il ricambio generazionale all’interno del partito. Il governo nazionale, tuttavia, guidato ininterrottamente dal NP dal 1948 al 1994, reagì duramente alle insurrezioni, reprimendole con la forza e imprigionando leader di rilievo come lo stesso Mandela, detenuto dal 1964 al 1990.

Dall’esterno, la comunità internazionale cominciò ad associare l’apartheid alle violenze perpetrate dal governo sudafricano e ad isolare il Paese. In particolare, l’Occidente ricorse alla leva economica: i governi imposero sanzioni, le imprese disinvestirono, contribuendo, a loro modo, al collasso del regime. Tuttavia, come sottolinea il Council on Foreign Relations, il crollo del regime segregazionista fu dovuto in gran parte all’insostenibilità del regime stesso. Cioè, da una parte, i bianchi, guidati all’epoca dal presidente Frederik de Klerk, cominciarono a capire che la situazione non era sostenibile e i neri che non potevano sconfiggere il governo. Tale consapevolezza condusse le due parti al tavolo delle trattative nel 1993 e permise l’adozione di una nuova Costituzione nonché lo svolgimento, nel 1994, di elezioni non razziali che hanno sancito la vittoria dell’ANC e condotto a un governo a maggioranza nera con Mandela come presidente.

Tuttavia, tale riorganizzazione politica – ed è questo l’elemento centrale – non è stata accompagnata da una drastica ristrutturazione economica. Anzi, come sottolinea il Council on Foreign Relations, una tale ristrutturazione non è mai stata sul tavolo. In altre parole, si è scelto di dare priorità al mutamento politico, attribuendo minore importanza al cambiamento economico con la conseguenza che l’economia sudafricana continua ad essere caratterizzata da una grave disuguaglianza. Un dato su tutti è particolarmente emblematico. Nel 1995, a un anno dalla soppressione dell’apartheid, il reddito complessivo dei neri era il 13,5% rispetto a quello dei bianchi. Tredici anni dopo, nel 2008, era il 13%. Secondo quanto riportato dal New York Times, ancora oggi, appena un decimo della popolazione, per la maggior parte bianca, controlla oltre il 90% della ricchezza del Paese. Né la diseguaglianza è di natura strettamente economica. Nel 2013, sul totale degli studenti che hanno concluso il liceo, solo il 30% era composto da ragazzi neri contro il 70% di ragazzi bianchi.

Tale diseguaglianza di fatto, nel reddito e nelle opportunità, ha conseguenze anche sull’economia nel suo complesso, rallentandone la crescita e rendendola insufficiente a soddisfare le esigenze e le aspettative di una popolazione che, peraltro, è in crescita. Non solo: sotto il regime segregazionista, lo Stato aveva sviluppato la capacità di fornire servizi solo a una piccola parte della popolazione. Dopo la transizione, invece, ha dovuto includere milioni di cittadini che aveva precedentemente escluso.

Come sottolinea la Banca Mondiale, negli anni, il Paese è riuscito sì ad attingere ai mercati obbligazionari internazionali con livelli di rischio sovrano ragionevoli, tuttavia, la bassa crescita, le poche entrate, le pressioni sulla spesa e i disavanzi pubblici sono rimasti più elevati del previsto con la conseguenza che, sebbene la transizione politica pacifica del Paese possa essere considerata come una delle imprese politiche più notevoli del secolo scorso, il governo non è riuscito a soddisfare le aspettative e le speranze di opportunità economiche realmente condivise. La povertà dei neri e il privilegio dei bianchi rimangono cioè realtà ampiamente radicate.

L’apartheid, infine, ha lasciato al Paese anche un’eredità politica, consistente, essenzialmente, nell’ANC che guida il Paese dal 1994, sollevando le preoccupazioni di alcuni osservatori che ritengono che la linea di demarcazione tra il governo e il partito stia diventando poco chiara. Tuttavia, nelle elezioni locali dell’agosto 2016, l’ANC ha perso il sostegno della maggioranza in alcune città tra cui Johannesburg, mostrando l’insoddisfazione che molti Sudafricani nutrivano da tempo nei confronti dell’allora presidente, Jacob Zuma.

Zuma e la “cattura dello Stato”

Detenuto con Mandela per 10 anni in quanto militante attivo nell’ala militare dell’ANC, di cui è divenuto uno dei leader, Zuma è diventato presidente del Sudafrica nel maggio 2009. Secondo il New York Times, la sua presidenza aveva infuso speranza in milioni di Africani, specialmente nelle fasce più povere, che avevano sperato che, dato il suo passato, Zuma avrebbe traghettato il Paese verso una maggiore inclusività politica e crescita economica. Sul versante dell’ANC, invece, il partito e i suoi sostenitori, sottolinea Foreign Affairs, hanno sperato che la vittoria elettorale di Zuma potesse rivitalizzare un partito che temevano stesse perdendo il contatto con gran parte della sua base sociale. In effetti, a differenza dei suoi predecessori, Zuma ha portato una carica populista nella politica sudafricana, rivolgendosi direttamente all’identità “africana” dei cittadini.

La sua leadership, tuttavia, è stata al centro di numerose indagini che, alla lunga, ne hanno compromesso la reputazione. Da parte sua, Zuma, che è stato oggetto di oltre 700 denunce penali, per corruzione, frode, riciclaggio, racket, truffa, estorsione e violenza sessuale, ha sempre negato le accuse. Tra queste, due hanno suscitato particolare scalpore per la loro gravità e conseguente risonanza. In primo luogo, poco dopo la sua elezione nel 2009, Zuma ha autorizzato la spesa di 21 milioni di dollari dei contribuenti per miglioramenti alla sua fattoria personale, Nkandla. In secondo luogo, è stato accusato di aver rivelato informazioni governative alla famiglia indiana Gupta, residente in Sudafrica e coinvolta nel mondo degli affari.

Secondo Foreign Affairs, la presidenza di Zuma è stata, in breve, definita da un tiro alla fune tra due forze in competizione. Da una parte, i tentativi del presidente di sfruttare la sua autorità per ottenere guadagni personali e politici. Dall’altra, gli sforzi della società civile, dei mezzi di informazione, del partito e dei funzionari statali per imporgli vincoli. Tale asservimento della politica ai suoi interessi personali ha spinto a parlare di “cattura dello Stato”. Al riguardo, è emblematico l’avvicendamento di tre diverse personalità al ministero delle Finanze sotto la sua presidenza. Al rispettato Nhlanhla Nene, rimosso dall’incarico nel dicembre 2015 per alcuni dissapori con Zuma, è succeduto per soli 3 giorni David Van Rooyen, membro dell’ANC senza alcuna esperienza economica. Quando si è scoperto che il neoministro aveva stretti legami con la famiglia Gupta, Van Rooyen è stato costretto a dimettersi, anche a causa del forte rifiuto della comunità imprenditoriale. A lui è succeduto Pravin Gordhan che, con il suo tentativo di rimettere ordine nelle finanze dissestate del Paese, limitando la spesa pubblica e arginando la corruzione dilagante, si è guadagnato la stima in Sudafrica e all’estero. Gordhan, tuttavia, si è scontrato su questioni come la gestione delle imprese statali e la necessità di un nuovo grande piano economico con Zuma che, pertanto, lo ha allontanato nel marzo 2017.

L’allontanamento di Gordhan ha lasciato il Paese, le cui finanze erano già in condizioni critiche, in una situazione economica particolarmente grave. Come sottolinea la CNN, nel 2017, il Paese è tornato in recessione per la prima volta dal 2009 a causa della debolezza degli scambi e della produzione. Il rand, che si era rafforzato con Gordhan, è precipitato. La perdita di credibilità polica di Zuma e del suo governo, unita all’effettiva instabilità economica, ha indotto, il 24 novembre 2017, la Standard&Poor’s, una delle principali agenzie di rating a livello globale, a declassare la valutazione sui titoli di debito sudafricano, attribuendogli lo “junk status”, cioè lo status di titoli spazzatura, facendo espressamente riferimento al contesto politico logorato. Tale valutazione, confermata a stretto giro da altre importanti agenzie di rating, come Moody’s e Fitch Ratings, ha alimentato la sfiducia degli investitori sul mercato sudafricano, inducendoli a ritirare il capitale.

L’insoddisfazione verso la presidenza Zuma ha scatenato altresì proteste più ampie su standard di vita mediocri, bassa crescita economica, alta disoccupazione e stagnazione politica. Le proteste, particolarmente feroci nel 2015, sono state guidate principalmente dai lavoratori e dai giovani e, in particolare, dalla cosiddetta generazione “nata libera”, quella cioè che non ha conosciuto l’apartheid. Quando le proteste hanno raggiunto il partito che, alle elezioni municipali del 2016 ha perso la maggioranza in alcune importanti città sudafricane, l’ANC si è infine deciso a dare a Zuma un ultimatum. Il 12 febbraio, il partito gli ha chiesto di dimettersi entro 48 ore e, due giorni dopo, ha votato una mozione di sfiducia contro Zuma che si era rifiutato di accogliere la richiesta dell’ANC. Le dimissioni di Zuma hanno lasciato in Sudafrica un elettorato disilluso e un’economia indebolita, nonchè un’immagine appannata del Paese al resto del continente.

Le sfide di Cyril Ramaphosa

Il 15 febbraio, Cyril Ramaphosa, vicepresidente dal 2014 e leader dell’ANC da dicembre 2017, è stato eletto come successore di Zuma. Il neoeletto presidente ha immediatamente dichiarato di voler prendere le distanze dal suo predecessore, motivo per cui, ad esempio, ha ricondotto nel suo governo Gordhan, e di voler realizzare un nuovo progetto di crescita economica per il Paese. Innanzitutto, Ramaphosa ha rassicurato gli investitori, dichiarando che il Paese è pronto ad aprirsi nuovamente ai mercati. Il suo obiettivo principale è rimettere in moto l’economia, sostenendo la produzione agricola e rilanciando gli investimenti che, ad aprile di quest’anno, rappresentavano meno del 20% del PIL.

Secondo il Financial Times, la vera sfida per Ramaphosa consiste precisamente nella ripresa economica. Il presidente sudafricano ha ereditato una situazione complessa: a febbraio, la disoccupazione è arrivata al 26,7% ed è particolarmente elevata tra i giovani, mentre più del 33% della popolazione riceve sovvenzioni mensili per rimanere al di sopra della soglia di povertà. Il debito pubblico è in aumento, la crescita del PIL è stagnante e le agenzie di rating stanno declassando il Paese, mentre il rand è in caduta libera dall’inizio di agosto. Mentre la produzione manifatturiera è in calo e il settore privato procede a rilento, gli investimenti si stanno preoccupantemente riducendo. Gli investitori stranieri si sono cioè trasformati in venditori netti di obbligazioni sudafricane. Secondo quanto riportato da Reuters, tra gennaio e giugno, hanno venduto obbligazioni sudafricane per un valore di 2,5 miliardi di dollari. Si tratta del più alto sell-off mai registrato che, secondo Foreign Affairs, si spiega alla luce del fatto che la fiducia del business e dei consumatori è scesa ai più bassi livelli della vita democratica del Paese.

In tale contesto, il rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed e la crisi della lira turca hanno alimentato il timore che l’economia sudafricana sia una delle prossime a cadere. Dato il significativo indebitamento del Sudafrica in dollari, gli investitori temono che il rand sudafricano subisca la stessa sorte della lira turca, dal momento che il Paese è secondo solo alla Turchia tra i mercati emergenti per quanto riguarda il debito estero rispetto al PIL. Come la Turchia, inoltre, il Sudafrica ha un enorme deficit di conto corrente, aggravato dal declino dei prezzi delle materie prime denominate in rand, che ha portato ad una diminuzione del valore dell’export del settore minerario.

La crisi turca, pertanto, ha riportato alla luce debolezze strutturali dell’economia sudafricana che l’eccessivo ottimismo per l’avvento di Ramaphosa, la cosiddetta “Ramaphoria”, aveva oscurato. Ecco perché, ad aprile, in Sudafrica continuavano le proteste contro la corruzione e la disoccupazione, sebbene da più parti si ritenga che l’insofferenza abbia radici più profonde e, in particolare, nell’incapacità dell’ANC di mantenere quella forte affezione popolare che aveva conquistato ai tempi di Mandela.

In tale contesto, Ramaphosa ha dinanzi a sé tre sfide. Innanzitutto, deve combattere la corruzione lasciata dal suo predecessore, all’interno del governo che ha ereditato e del partito che lo ha nominato al vertice dello Stato. In secondo luogo, deve ripristinare la fiducia degli investitori nazionali e internazionali. Infine, deve risolvere la diseguaglianza che affligge il Paese. Secondo il Financial Times, due economie convivono di fatto nel Paese. Da una parte, c’è l’economia delle grandi città, un’economia da “primo mondo”. Dall’altra, c’è la periferia che le circonda e che ha un’economia in via di sviluppo. Il centro funziona mentre la periferia sopravvive. Ma nel suo sopravvivere la periferia impedisce al centro di crescere. Questo determina una situazione di stallo, specialmente perché le politiche finora implementate si sono concentrate sul centro, nella speranza che a una sua crescita rapida potesse seguire l’adeguamento della periferia. Tale approccio, sostiene il Financial Times, deve essere invertito, così come occorre rendere maggiormente economico un dibattito che, dal 1994, in Sudafrica, è stato prettamente politico.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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