Iran: l’Europa non può salvare l’accordo sul nucleare

Pubblicato il 30 agosto 2018 alle 7:08 in Europa Iran

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Il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, mercoledì 29 agosto, ha messo in dubbio la capacità dei Paesi europei di salvare l’accordo nucleare del 2015, ora minacciato dal ritiro degli Stati Uniti, affermando che Teheran stessa potrebbe abbandonare l’accordo.

Khamenei ha altresì avvertito il presidente Hassan Rouhani di non fare troppo affidamento sul sostegno europeo, alla luce delle crescenti pressioni che il leader sta affrontando in patria a causa del modo in cui ha gestito l’economia nazionale.
Non é una novità che la situazione finanziaria della Repubblica Islamica sia stata messa a dura prova dalle sanzioni statunitensi e che, di conseguenza, i ministri dell’attuale governo siano sotto attacco del Parlamento.

Come é noto, in seguito all’uscita statunitense dall’accordo internazionale finalizzato a frenare le ambizioni nucleari della Repubblica iraniana, avvenuto lo scorso 8 maggio, le potenze europee si sono affrettate ad implementare i provvedimenti necessari alla salvaguardia dell’accordo, cercando di garantire al Paese mediorientale i benefici economici funzionali al mantenimento dell’intesa.

Nonostante ciò, Khamenei, in alcuni commenti pubblicati sul suo sito web ufficiale, ha annunciato a Rouhani e al suo gabinetto che non vi è alcun problema con i negoziati e il contatto con gli europei, ma che, tuttavia, sarebbe opportuno non avere speranze circa le relative questioni economiche e l’accordo sul nucleare. A tal proposito, l’Ayatollah Khamenei ha dichiarato: “L’accordo nucleare è un mezzo, non un obiettivo, e se stabiliamo l’intesa che non serve i nostri interessi nazionali, possiamo abbandonarla”. Per rendere la decisione in questione più semplice, già a maggio, Khamenei aveva stabilito una serie di condizioni da rispettare nel caso in cui le potenze europee avessero desirato mantenere Teheran nell’accordo. Tra le indicazioni in questione erano incluse le direttive che le banche europee avrebbero dovuto implementare per salvaguardare il commercio con il Paese e garantirsi le vendite petrolifere iraniane.

Sempre mercoledì 29 agosto, Khamenei ha dichiarato che Teheran non negozierà con “indecenti e conflittuali” funzionari statunitensi per raggiungere un nuovo accordo sul suo programma nucleare, dal momento che Washington “vuole solo vantarsi di essere riuscita a portare l’Iran al tavolo dei negoziati”.

La disputa che ha alterato gli equilibri internazionali costringendo gli Stati di tutti il mondo a prendere una posizione ha le sue origini nel Joint Comprehension Plan of Action (JCPA). Il JCPA é l’accordo sul nucleare firmato il 14 luglio 2015 a Vienna da Iran, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. L’intesa prevedeva la revoca delle sanzioni internazionali imposte alla Repubblica Islamica, in cambio dell’impegno di quest’ultima a limitare il suo programma nucleare. Secondo l’amministrazione Trump, tuttavia, l’accordo non è riuscito a privare l’Iran dei mezzi necessari per sviluppare un’arma atomica e nemmeno ad interrompere la sua ingerenza sui Paesi vicini del Medio Oriente.

Per tali ragioni, gli Stati Uniti hanno notificato il loro recesso dall’accordo e, 3 mesi dopo, il 7 agosto, hanno reintrodotto sanzioni dirette contro 3 importanti settori dell’economia iraniana: quello siderurgico, quello automobilistico e quello finanziario. In particolare, le misure restrittive limitano l’accesso alle materie prime e alle parti essenziali e colpiscono le transazioni in dollari, rial, oro e metalli preziosi.

La Repubblica Islamica ha reagito alla decisione statunitense assumendo un atteggiamento di sfida. Il 22 luglio è iniziata una guerra di parole tra Washington e Teheran. Se il leader iraniano, Hassan Rouhani, ha messo in guardia gli Stati Uniti di “non giocare con la coda del leone”, il presidente americano ha replicato che l’Iran dovrebbe smettere di minacciare gli Stati Uniti o prepararsi a “subirne le conseguenze”.

La comunità internazionale, invece, si è divisa sulla reintroduzione delle misure restrittive da parte di Washington. L’Unione Europea ha preso le distanze dagli Stati Uniti, dichiarandosi intenzionata ad adottare misure legali per tutelare le imprese europee operanti in Iran, mentre l’Iraq ha informato che, pur non approvando le sanzioni, le avrebbe fatte rispettare.

Le sanzioni americane pesano sull’economia iraniana, già provata dalla disoccupazione, dall’inflazione (che nel 2017 ha raggiunto l’8,1%) e dal deprezzamento della valuta nazionale. Gli effetti delle sanzioni non sono però unicamente di natura economica, in quanto migliaia di Iraniani hanno protestato contro il carovita, la disoccupazione e la corruzione, alimentando manifestazioni antigovernative.

Una seconda tranche di sanzioni statunitensi contro l’Iran, diretta contro il settore petrolifero e bancario, è prevista per novembre. “Il presidente Trump ha reso molto chiaro che vuole la massima pressione sull’Iran e questo è quello che sta accadendo. Non dovrebbero esserci dubbi che gli Stati Uniti vogliano risolvere questo problema in modo pacifico, ma siamo pienamente preparati per qualsiasi contingenza creata dall’Iran”, aveva spiegato il consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton.

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Alice Bellante

di Redazione

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