ONU: generali del Myanmar responsabili di genocidio

Pubblicato il 27 agosto 2018 alle 17:15 in Asia Myanmar

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I generali militari del Myanmar hanno commesso uccisioni e stupri di massa nei confronti della minoranza musulmana locale dei Rohingya, con l’intento di effettuare un vero e proprio genocidio. Per tali ragioni, tali ufficiali dovrebbero essere perseguiti per aver pianificato il più grave dei crimini del diritto internazionale.

È quanto hanno affermato gli investigatori dell’Onu in un report di 20 pagine, lunedì 27 agosto, secondo i quali il governo civile guidato da Aung San Suu Nyi ha permesso la diffusione dell’odio, la distruzione di documenti incriminanti e non è altresì riuscito a proteggere le minoranze dai crimini contro l’umanità negli Stati di Rakhine, Kachin e Shan. Così facendo, secondo gli ispettori Onu, le autorità del Myanmar hanno quindi contribuito a commettere le atrocità contro i Rohingya. Secondo il report delle Nazioni Unite, le azioni militari sono state sproporzionate nei villaggi dei tre Stati, dove non vige una così grave minaccia alla sicurezza.

L’Onu definisce il genocidio un atto che mira a distruggere, completamente o in parte, un gruppo religioso, nazionale, etnico o raziale. Tale designazione è molto rara nell’ambito del diritto internazionale, ma è stata utilizzata in passato in Paesi come la Bosnia, il Sudan e la Siria e l’Iraq, dove le comunità Yazidi sono state perseguitate. “I crimini nello Stato di Rakhine, e il modo in cui sono stati perpetrati, sono simili per gravità e scopo a quelli con l’intento di genocidio verificatisi in altri contesti”, recida il documento rilasciato dagli ispettori. Nelle conclusioni, il report riferisce che ci sono informazioni sufficienti ad avviare indagini e processi nei confronti degli ufficiali del Myanmar, in modo che la corte competente possa determinare la loro colpevolezza per il genocidio nello Stato del Rakhine.

Al momento, il governo di Naypyidaw non ha rilasciato alcun commento al riguardo. Da parte sua, il Myanmar ha sempre respinto le accuse, ritenendo di aver mosso una controffensiva legittima per sedare alcune aggressioni compiute da militanti musulmani contro le forze governative. Il panel di osservatori dell’Onu, diretto dall’ex procuratore generale indonesiano ritiene che siano 6 i generali militari del Myanmar responsabili di tali atto, tra cui il capo dell’esercito Min Aung Hlaing.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficiale del Paese e, per questo, è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Myanmar. Tali persecuzioni hanno subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya attaccarono alcune stazioni di polizia. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, circa 700.000 Rohingya avrebbero lasciato il Paese per rifugiarsi in Bangladesh a seguito dell’avvio dell’offensiva guidata dall’esercito nazionale. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni. Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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