Le economie emergenti tra miracolo e illusione: l’Argentina

Pubblicato il 24 agosto 2018 alle 7:58 in Approfondimenti Argentina

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Con un Prodotto Interno Lordo (PIL) che, nel 2017, ha superato i 637 miliardi di dollari statunitensi, l’Argentina è la terza economia dell’America Latina, dopo il Brasile e il Messico, e la 21esima economia mondiale. Tuttavia, la crisi della lira turca ha messo sotto pressione le economie emergenti che, come quella argentina, condividono con la Turchia analoghe vulnerabilità. Tale affermazione richiede 2 chiarimenti. Innazitutto, occorre chiarire perché l’Argentina possa essere considerata un’economia emergente, cioè un’economia con tassi di crescita sostenuti ma poco solida. Ed è presto detto: tra il 2003 e il 2012, il PIL argentino è cresciuto annualmente ad un tasso di crescita pari al 7,2%, che l’ha portato da 100 miliardi di dollari nel 2001 a 470 miliardi di dollari alla fine del 2014. In secondo luogo, occorre spiegare quale sia l’elemento che, con le dovute differenze, accomuna l’Argentina alla Turchia. Anche qui la risposta è semplice: negli ultimi 3 anni, anche l’Argentina, come la Turchia, si è finanziata facendo ampiamente ricorso alla valuta estera, con la conseguenza che il rafforzamento del dollaro e l’aumento del tasso d’interesse da parte della Federal Reserve (Fed), la Banca Centrale americana, stanno rendendo più oneroso ripagare i debiti contratti e stanno attirando parte dei capitali prima investiti nei mercati emergenti.

Il 13 agosto, il Banco Central de la Republica Argentina (BCRA), la Banca Centrale del Paese latinoamericano, ha sorpreso i mercati internazionali, alzando i tassi d’interesse di 5 punti percentuali, rispetto al livello stabilito a maggio, e portandoli al 45%. Si prevede che tale tasso, uno dei più alti a livello mondiale, resterà invariato almeno fino a ottobre. Il tasso d’interesse offre alcune informazioni importanti in merito alla “salute” di un’economia. Esso non è altro che il prezzo del denaro. Indica cioè quanto costa alle banche ottenere liquidità dalle Banche Centrali e, di conseguenza, esprime la facilità con cui famiglie e imprese possono, a loro volta, ottenere il credito dalle singole banche. Pertanto, tendenzialmente, una Banca Centrale alza il tasso d’interesse quando stima che l’inflazione ha raggiunto o raggiungerà livelli troppo alti, che erodono il valore di una valuta e, di conseguenza, il suo potere d’acquisto. Un’inflazione alta è spesso un indicatore ricorrente nelle economie emergenti, perché indica che l’economia è surriscaldata, cioè sta crescendo troppo velocemente rispetto al suo potenziale, gonfiata dai prestiti. Un tasso d’interesse più alto scoraggia la richiesta di liquidità da parte delle banche e, di conseguenza, la loro propensione a concedere credito. In tal modo, la quantità di valuta in circolazione si riduce, il suo valore aumenta e l’inflazione diminuisce. Convenzionalmente, si ritiene che il livello d’inflazione ottimale sia il 2%. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI), aggiornati ad aprile 2018, l’inflazione in Argentina ha raggiunto il 22,7%. Un’inflazione alta, concretamente, certifica che la valuta di riferimento vale poco. Il New York Times riporta che, nel corso di quest’anno, la valuta argentina, il peso, si è deprezzato del 25%. Il 21 agosto, occorrevano quasi 30 pesos per acquistare 1 dollaro statunitense. Una dinamica analoga a quella della lira turca che, dall’inizio del 2018, ha perso circa il 40% rispetto alla valuta americana.

La crisi turca, indubbiamente, ha gettato luce sulle condizioni dell’economia argentina e l’ha messa ulteriormente sotto pressione. Tuttavia, segnali di “malessere” c’erano già da tempo. L’8 maggio, l’Argentina ha richiesto l’assistenza del FMI, inducendo gli Argentini e il mondo a chiedersi se questo segnasse la fine del boom economico del Paese e suscitando la sorpresa dei mercati nonché la protesta dell’opposizione di un Paese che ancora accusa il FMI del disastro economico di 17 anni fa. E da questo occorre partire per capire l’Argentina, economica e politica, di oggi.

Verso il disastro finanziario del 2001

Il disastro economico argentino di inizio secolo è, generalmente, storia nota. Nel 2002, l’insolvenza del Paese latinoamericano sul debito sovrano è ammontata a 95 miliardi di dollari. Si è trattato del più grande default sul debito sovrano della storia fino a quello greco del 2012, che ha raggiunto i 130 miliardi di dollari. Meno note, tuttavia, sono, in genere, le cause del disastro, specie quando si considera che, dal 1991 al 1994, l’economia argentina cresceva ad un tasso annuale del 7%. Le ragioni della crisi argentina sono state, essenzialmente, due. Primo: il tasso di cambio fisso era sopravvalutato. Il cambio era fisso perché con la legge di convertibilità del 1991, l’Argentina aveva istituito il cosiddetto “currency board”, cioè aveva ancorato il peso al dollaro secondo un rapporto 1 a 1. In tal modo, curò l’iperinflazione degli anni Ottanta e garantì la stabilità dei prezzi e la crescita economica. Ma il cambio era anche sopravvalutato, perché il Paese non riusciva a ridurre i costi di produzione e quindi a diventare più competitivo. Tale circostanza, in aggiunta alla diminuzione dei prezzi dei beni di esportazione argentina, ha fatto sì che il Paese ha importato troppo e esportato troppo poco. In breve, si è generato deficit commerciale e il disavanzo delle partite correnti ha raggiunto il 5% del PIL. In aggiunta a ciò, per mantenere la parità tra il dollaro e il peso, l’Argentina fu costretta a innalzare i tassi d’interesse, spingendo l’economia verso la recessione. La seconda grande causa della crisi argentina è stata il debito estero. Essenzialmente, si è innescato un circolo vizioso: dal momento che il deficit commerciale rendeva sempre più difficile ripagare il debito, il Paese ha continuato a prendere a prestito per pagare gli interessi sul debito, facendolo crescere. Nel 2001, il debito ha raggiunto il 50% del PIL.

Nel 2002, l’Argentina è stata costretta a dichiarare il default e a svalutare il peso. Questo, se nel lungo periodo ha rilanciato le esportazioni, nel breve ha causato fallimenti diffusi perché le aziende locali, che si erano indebitate in dollari, avevano bisogno di molti più pesos per ripagarli. Il fallimento delle aziende a sua volta causò disoccupazione. In breve, il bilancio della crisi argentina è stato disastroso: il PIL è crollato di quasi il 30% mentre quasi il 25% della popolazione era disoccupato. Il governo, inoltre, ha dovuto congelare i conti bancari per evitare il crollo del sistema bancario e del Paese che, nel panico, si era riversato agli sportelli per mettere in salvo i propri risparmi. La mossa del governo causò un’ondata di dimostrazioni antigovernative, mentre l’allora presidente, Fernando de la Rua, fuggiva dal palazzo presidenziale in elicottero.

Dal 1991, il FMI, che ha incoraggiato a lungo l’Argentina a tenere il tasso di cambio fisso, consentì al Paese di accedere alle sue risorse finanziarie. Il suo intervento, tuttavia, è considerato per lo più fallimentare, specialmente per gli enormi sacrifici imposti agli Argentini.

Già nel 2003, tuttavia, l’Argentina ha avviato la sua ripresa economica e si è trattato di una ripresa straordinaria. Foreign Affairs riporta che, tra il 2003 e il 2012, il Paese ha conosciuto uno dei periodi più lunghi di espansione economica della sua storia. Oltre ai dati sul PIL già menzionati in precedenza, in 10 anni, il rapporto debito/PIL si è ridotto di 122 punti percentuali. Inoltre, nel 2005, i redditi delle famiglie sono aumentati di quasi il 50% e, nel 2013, la disoccupazione è scesa al 7%.

L’Argentina dei Kirchner

La ripresa argentina si lega strettamente al “kirchnerismo”, versione rinnovata del peronismo, un mix di populismo, nazionalismo economico e giustizia sociale. Il “kirchnerismo” ha segnato la politica argentina prima sotto la presidenza di Nestor Kirchner, dal 2003 al 2007, e poi sotto quella della moglie, Cristina Fernandez de Kirchner, dal 2007 al 2015. Tuttavia, quei 15 anni di crescita economica contengono i germi dei problemi che l’Argentina fronteggia ancora oggi.

Secondo Foreign Affairs, la ripresa argentina si spiega in 3 mosse: il default, la de-dollarizzazione e la svalutazione. In primo luogo, l’Argentina si è dichiarata inadempiente su tutti i suoi debiti, tanto quelli contratti con i creditori privati, quanto quelli contratti con il FMI. In particolare, nel 2005, Kirchner iniziò una drastica ristrutturazione del debito sovrano, con un taglio significativo agli obbligazionisti. La conseguenza negativa fu che, ovviamente, l’Argentina perse la fiducia degli investitori, rimanendo a lungo esclusa dai mercati del credito. Tuttavia, secondo Foreign Affairs, il Paese fu, in un certo senso, incoraggiato al default in virtù della sua abbondanza di risorse naturali e agricole, che gli consente di tornare nelle grazie dei creditori con relativa facilità.

In secondo luogo, l’Argentina ha disancorato il peso dal dollaro, imponendo la conversione forzata di tutti i debiti e i risparmi in pesos. La mossa ha permesso il ritorno di una qualche normalità economica, consentendo, per esempio, la riapertura delle banche, ma ha causato anche proteste, specialmente perché risparmi, pensioni e altre attività ne sono risultati quasi dimezzati nel loro valore.

In terzo luogo, il peso fu svalutato, consentendo l’aumento delle esportazioni. Nel 2002, la valuta argentina è stata svalutata di circa il 300%, aumentando la competitività dei prodotti nazionali. La ricchezza del Paese, uno dei principali produttori alimentari al mondo grazie alla fertilità delle sue terre e alle sue industrie agricole e zootecniche su larga scala, si basa principalmente sull’abbondanza di risorse naturali, agricole ed energetiche. I Kirchner approfittarono di tale ricchezza negli anni del cosiddetto boom globale delle materie prime, dovuto in larga parte alla domanda enorme di economie in espansione come quella cinese e brasiliana.

Tuttavia, invece di abbracciare la strada dell’austerità, i Kirchner hanno utilizzato le risorse in tal modo liberate per attuare politiche socioeconomiche volte ad ampliare la rete di sicurezza sociale. Foreign Affairs riporta che, non a caso, tra il 2002 e il 2012, la spesa sociale è aumentata dal 5% al 9% del PIL. Tali politiche misero spesso i Kirchner ai ferri corti con i mercati finanziari internazionali. Diversi fondi speculativi che avevano acquistato obbligazioni argentine, continuarono a chiedere il rimborso completo, rifutando di accettare la ristrutturazione del debito. Di fatto, sintetizza il Financial Times, i Kirchner furono tagliati fuori dai mercati dei capitali internazionali e trasformarono l’Argentina in un’economia chiusa.

Con la morte di Nestor Kirchner e lo scoppio del boom delle materie prime, la situazione ha cominciato a degenerare. Sotto la presidenza di Cristina Kirchner, la spesa superava cronicamente le entrate, ma il deficit veniva coperto stampando valuta. Si generò così inflazione, che si sommò ad altri problemi, come la bilancia dei pagamenti in perenne sofferenza e l’aumento della corruzione. Investita da una grave crisi politica, la Kirchner non si è ripresentata alle elezioni presidenziali argentine del 25 ottobre 2015, vinte al ballottaggio – il primo della storia argentina – dal sindaco di centrodestra di Buenos Aires, Mauricio Macri, che, al primo turno, aveva ottenuto poco più del 34% dei voti, contro il 37% del rivale Daniel Scioli, esponente di orientamento peronista del Fronte per la Vittoria.

La presidenza di Macri: verso la rinascita o il fallimento economico?

Ex uomo di affari di centro destra e sostenitore dei mercati ma vicino, al contempo, alla causa socialista, Macri ha ereditato una situazione economica complessa. Suo primo obiettivo era condurre il Paese fuori dall’isolamento economico in cui 15 anni di populismo di sinistra l’avevano costretto per attrarre capitali dall’estero. Per farlo, Macri ha innanzitutto regolato i conti con gli investitori che, confidando nel fatto che, in quanto riformista di centrodestra, il presidente argentino si sarebbe occupato dei problemi della spesa e della corruzione del Paese e ne avrebbe normalizzato l’economia, hanno iniettato soldi in Argentina. In tal modo, Macri ha potuto condurre nuovamente il Paese nel mercato obbligazionario internazionale. Questo significa che l’Argentina ha ricominciato a emettere obbligazioni, cioè titoli di debito, per finanziarsi sul mercato internazionale. Ma questo l’ha portata a indebitarsi per decine di miliardi ogni anno.

In particolare, nel giugno 2017, il governo argentino ha emesso bond a 100 anni per un valore complessivo di 2,75 miliardi dollari. Una scadenza così lunga, spiega il Financial Times, avvantaggia tanto lo Stato che emette il titolo, che, in questo modo, si finanzia senza dover rimborsare il sottostante per 100 anni, quanto l’investitore, che compensa la privazione del capitale investito con la somma degli interessi maturati annualmente.

In breve, dal 2015, l’Argentina ha contratto molti debiti con l’estero perché, secondo il Financial Times, per avviare una crescita normale e graduale aveva bisogno di finanziamenti. Tuttavia, il massiccio indebitamento in valuta estera è particolarmente rischioso. L’aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed ha causato due conseguenze. In primo luogo, ha determinato il rafforzamento del dollaro e, di conseguenza, ha reso relativamente più costoso rimborsare i debiti. In secondo luogo, ha indotto gli investitori a reindirizzare i capitali investiti nei mercati emergenti, come l’Argentina, verso gli Stati Uniti, dove, adesso, sono relativamente più remunerativi.

La situazione sarebbe ancora sotto controllo se l’Argentina disponesse di un surplus commerciale, cioè esportasse più di quanto importi. Al contrario, il deficit delle partite correnti è quasi raddoppiato nel 2017, raggiungendo circa il 5% del PIL che, nel 2016, è diminuito dell’1,5%. Ma c’è di più. Secondo Foreign Affairs, non solo l’Argentina ha importato più di quanto abbia esportato, ma, per farlo, ha utilizzato i prestiti. Cioè i dollari ricevuti in prestito finivano per pagare le importazioni piuttosto che per ricostituire le riserve in valuta estera.

A ciò si è aggiunto un cattivo raccolto tra il 2017 e il 2018 che, in un’economia, come quella argentina, fortemente basata sull’agricoltura, è particolarmente critico. Infine, il basso prezzo del petrolio ha scoraggiato lo sviluppo di nuovi giacimenti petroliferi in Patagonia.

Il Paese si è quindi trovato rapiamente in difficoltà, con sempre più bisogno di ottenere prestiti dall’estero, ma sempre meno investitori disposti a concederglieli, tanto più che il peso argentino si sta deprezzando rispetto al dollaro, alimentando le preoccupazioni degli Argentini che, memori del 2001, hanno cominciato a guardare al tasso di cambio e al tasso di interesse negli Stati Uniti e a rendersi conto che la situazione non è sostenibile.

L’8 maggio, Macri si è rivolto al FMI per chiedere un prestito di 30 miliardi di dollari. Gli Argentini, che diffidano del FMI, sono scesi in strada per protestare. Tuttavia, sottolinea il Financial Times, Macri era in cerca di un prestito che gli consentisse di continuare a pagare gli interessi, senza tornare sui mercati internazionali prima delle prossime elezioni e il FMI rappresentava l’unica soluzione possibile. Con il FMI, l’Argentina ha concluso un accordo triennale: il FMI ha concesso un prestito di 50 miliardi di dollari, il doppio della cifra che, solitamente, viene concessa in accordi analoghi. In cambio, l’Argentina si è impegnata a rafforzare la sua politica fiscale, per ridurre gradualmente il disavanzo pubblico e la necessità di prendere a prestito dal resto del mondo e a ridurre l’inflazione fino al 9% entro il 2021. Il governo argentino si è tuttavia premurato di rassicurare i cittadini che l’accordo include misure “innovative” per aumentare la spesa sociale se gli indicatori economici peggiorano. Tale rassicurazione è più importante che mai specialmente perché, come evidenzia Foreign Affairs, Macri affronta una situazione politica difficile. Il suo partito è una minoranza al Congresso e le dure misure di austerità hanno messo a repentaglio la sua popolarità. Gli analisti argentini, tuttavia, ritengono che i cittadini continuino, nel complesso, a fidarsi del loro presidente.

L’Argentina e gli Stati Uniti

L’intensità della pressione finanziaria sull’Argentina, sulla Turchia e sulle altre economie emergenti dimostra che le scelte finanziarie americane influenzano l’economia globale. Washington dispone pertanto di una leva strategica di rilevanza fondamentale che può adoperare a danno di Paesi con i quali le relazioni sono quanto mai complesse, come la Turchia. In questo, tuttavia, Buenos Aires è diversa da Ankara. Per gli Stati Uniti, Macri rappresenta indubbiamente un cambiamento positivo, dopo 15 anni di governi populisti di sinistra nel Paese latinoamericano. Inoltre, come ricorda Foreign Affairs, l’attuale presidente argentino ha già una storia personale con Trump, risalente agli anni Ottanta, quando il padre di Macri e Trump hanno raggiunto un importante accordo immobiliare a New York. I due leader hanno altresì alcune caratteristiche comuni, a livello personale. Entrambi sono imprenditori e negoziatori, propensi ad assumersi rischi e a concludere accordi. Secondo Foreign Affairs, pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare gli investimenti e promuovere gli scambi commerciali per sostenere l’economia del loro vicino latinoamericano, che, peraltro, dispone di alcune delle più grandi riserve mondiali di petrolio e di gas, molte delle quali non sfruttate. Emblematica è, al riguardo, la formazione geologica di Vaca Muerta, che contiene circa 16,2 miliardi di barili di petrolio e 308 trilioni di metri cubi di gas naturale. Il sostegno americano all’economia argentina, conclude Foreign Affairs, avvantaggerebbe entrambi i Paesi, limitando, specialmente dal punto di vista statunitense, il ruolo di altre potenze, come la Cina, che si è mostrata particolarmente interessata ai settori energetico, minerario e bancario argentini e ha finanziato progetti infrastrutturali nel Paese latinoamericano quando questo è stato tagliato fuori dai mercati internazionali.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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