Chi salverà la Turchia?

Pubblicato il 21 agosto 2018 alle 16:10 in Medio Oriente Turchia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La lira turca ha perso circa il 40% del suo valore rispetto al dollaro statunitense nel corso del 2018, toccando il suo minimo storico di 7.24 rispetto alla valuta americana nella notte tra il 12 e il 13 agosto. Alcuni Paesi, come la Germania, hanno espresso il loro sostegno ad Ankara e altri, come il Qatar, le hanno offerto un aiuto economico concreto. Tuttavia, secondo Al Monitor, poiché la crisi turca affonda le sue radici in ragioni “strutturali”, la piena ripresa economica richiederà, con tutta probabilità, interventi strutturali da parte di Ankara. La Turchia dovrà, in breve, salvarsi da sé.

Il 15 agosto, in seguito a un incontro tra il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e l’emiro qatarino, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, il Qatar ha offerto alla Turchia 15 miliardi di dollari, consentendo alla lira turca di recuperare alcuni punti. La stampa turca ha presentato tale aiuto come una sorta di ricompensa da parte del Paese del Golfo “benefattore”. Secondo tale lettura, la Turchia starebbe cioè raccogliendo i frutti del sostegno offerto al Qatar contro l’embargo impostogli, il 5 giugno 2017, da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto.

La stampa turca ha presentato come salvifico anche il supporto della Germania. Secondo i giornalisti turchi di Bloomberg, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha rassicurato Erdogan di avere “un potenziale alleato a Berlino, offrendo la credibilità della Germania per scongiurare la diffusione delle turbolenze economiche”. In tal caso, dietro l’appoggio tedesco, ci sarebbe, secondo Bloomberg, la volontà della Germania di evitare che la Turchia sprofondi nel “tracollo finanziario” e “precipiti nel caos”. La visita di Stato di Erdogan in Germania, prevista per il 28 settembre, rafforzerebbe tale interpretazione.

Tuttavia, secondo Al Monitor, “il sostegno sia della Germania sia del Qatar potrebbe sembrare un segnale di speranza per l’economia turca nel breve periodo, ma potrebbe non essere sufficiente per ripristinare pienamente l’economia del Paese”. In particolare, come evidenzia il New York Times con riferimento agli aiuti provenienti dal Paese del Golfo, i finanziamenti qatarini, anche ammesso che arrivino tempestivamente, rappresentano solo “una piccola parte di ciò di cui la Turchia avrebbe bisogno per sostenere la sua economia vacillante o pagare i suoi debiti in dollari”. Inoltre, secondo Al Monitor, non è chiaro come tale somma “si farà strada nell’economia” turca, né se riuscirà a rassicurare gli investitori. A ciò si aggiunge il fatto che è improbabile che le risorse qatarine vengano iniettate nell’economia turca in una sola tranche. Ma nella situazione attuale, in cui Ankara ha un bisogno urgente di liquidità, l’aiuto del Paese del Golfo “si presenta come qualcosa di più simile al sostegno morale”.

In breve, secondo Al Monitor, sarà molto difficile che il sostegno del Qatar o della Germania sia risolutivo perché “i mali della Turchia sono strutturali” e riconducibili al ruolo forte di Erdogan. La Turchia sta affrontando la tipica crisi delle economie emergenti che hanno finanziato il proprio sviluppo facendo massiccio ricorso alla valuta straniera. Ankara si è finanziata per anni con valuta straniera, principalmente dollari ed euro. Tuttavia, il suo deficit commerciale, che ammonta attualmente a quasi 440 miliardi di dollari, le rende difficile ripagare i prestiti, in un momento in cui, peraltro, la fiducia degli investitori sta venendo meno, a causa dell’approccio di Erdogan all’economia e all’escalation dei rapporti con gli Stati Uniti. Ankara, inoltre, ha mantenuto a lungo i tassi d’interesse abbastanza bassi da sostenere l’economia ma abbastanza alti da attirare capitali esteri. In tal modo, tuttavia, ha generato inflazione che, attualmente, si avvicina ad un tasso annuale del  16%. La decisione della Banca Centrale americana, la Federal Reserve, di innalzare i tassi d’interesse, ha indotto infine gli investitori a reindirizzare i capitali lontano da Ankara, causando il deprezzamento della lira turca. A ciò si aggiungono, secondo il New York Times, le conseguenze del “governo degli uomini forti”. Il caso della Turchia sarebbe cioè emblematico delle “patologie inerenti allo stile di governo degli uomini forti populisti”, nonché “un promemoria del fatto che, sebbene il loro sistema sia in aumento nel mondo, esso comporta rischi particolari che lo rendono, in media, più incline al collasso”.

Per tali ragioni, Al Monitor definisce l’attuale crisi valutaria turca “un problema fatto in casa”, imputabile, in gran parte, alle “politiche economiche errate” di Erdogan. Il presidente turco, tuttavia, ha ripetutamente negato che la crisi turca sia dovuta alla debolezza dei fondamentali economici del Paese, rintracciandone, al contrario, la causa, in un “complotto” tessuto dagli Stati Uniti ai danni della Turchia, vittima, secondo il leader di Ankara, di una “guerra economica”, finalizzata a “costringere il Paese a cedere in ogni campo”.

Perché la fiducia degli investitori sia ristabilita è necessario, secondo Al Monitor, un aumento dei tassi di interesse o un segnale che suggerisca che il governo stia considerando un piano di salvataggio dal Fondo Monetario Internazionale. Finchè tali rassicurazioni non saranno fornite una ripresa sostenibile dell’economia turca è improbabile. In tale contesto, conclude Al Monitor, aiuti esterni possono concedere “un po’ di tregua” alla Turchia, ma “la crisi riprenderà e si perpetuerà”.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Roberta Costanzo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.