Accordo sul nucleare USA-Iran: il punto della situazione

Pubblicato il 21 agosto 2018 alle 18:02 in Iran USA e Canada

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A tre mesi dal ritiro statunitense dal Joint Comprehension Plan of Action (JCPOA) del 2015, l’accordo nucleare tra l’Iran e altre 6 potenze mondiali, questi sono i principali sviluppi dei rapporti tra USA e Iran.

Il JCPOA è un accordo firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania e dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina. Il patto prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. A detta del presidente Trump, si tratterebbe del peggior patto mai stipulato dal suo Paese. Il 13 settembre 2017, il leader della Casa Bianca aveva annunciato la de-certificazione del JCPOA, incaricando il Congresso di modificare la legislazione relativa, al fine di contrastare più efficacemente il programma missilistico iraniano, in quanto il patto non impedisce all’Iran di testare missili. In tale contesto, l’Unione Europea si era schierata a favore dell’accordo nucleare, andando contro alla decisione del presidente americano che, il 12 gennaio 2018, aveva certificato l’accordo nuovamente, ma “per l’ultima volta”. In tale occasione, Trump aveva fissato un ultimatum sull’accordo: il 12 maggio era il termine ultimo entro il quale i leader europei avrebbero dovuto risolvere i “terribili difetti del patto”, pena l’abbandono da parte degli Stati Uniti. 

Il ritiro americano:

Prima dello scadere del termine, l’8 maggio 2018, il presidente americano, Donald Trump, ritira gli Stati Uniti dal patto nucleare tra le potenze mondiali e l’Iran, ripristinando le sanzioni americane nei confronti dell’Iran e delle società che mantengano legami economici con la Repubblica Islamica. “L’accordo con l’Iran è al centro del problema”, ha dichiarato Trump. Washington avverte gli altri Paesi che dovranno porre fine al commercio e agli investimenti in Iran e smettere di comprare petrolio, entro 180 giorni. Se non lo faranno saranno costretti ad affrontare le misure punitive degli Stati Uniti. Da parte loro, i rivali regionali dell’Iran, Arabia Saudita e Israele, applaudono alla decisione americana. Tuttavia, le altre parti dell’accordo – Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina – affermano che l’Iran si è attenuto al suo impegno e che sono determinati a salvare l’accordo e a garantire continui benefici economici per l’Iran. 

Minacce per riprendere l’arricchimento:

Il 12 maggio il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, afferma che l’Iran si sta preparando a riprendere l’arricchimento dell’uranio “su scala industriale”. Tale arricchimento era limitato dall’accordo, a meno che l’Europa non fornisse solide garanzie per mantenere i legami commerciali reintegrati dall’accordo. Washington aveva avvertito, il 21 maggio, che l’Iran sarebbe stato colpito dalle “sanzioni più forti della storia” a meno che non si fosse arreso a una serie di richieste volte a frenare il suo programma missilistico. Il 30 maggio gli Stati Uniti collocano diversi gruppi di stato iraniani nella lista nera delle sanzioni, accusandoli di gravi violazioni dei diritti umani e di censura. Da parte propria, il 4 giugno, l’Iran notifica all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica il lancio di un piano per aumentare la propria capacità di arricchimento dell’uranio.

Le reazioni europee: 

Un alto funzionario Usa dichiara che il 2 luglio Washington è determinata a costringere l’Iran a cambiare comportamento. In caso di taglio delle esportazioni di petrolio, gli USA dichiarano di essere fiduciosi del fatto che il mondo abbia abbastanza capacità di riserva di petrolio per far fronte alla crisi. Il presidente Hassan Rouhani risponde il 3 luglio, dichiarando che gli Stati Uniti non potranno mai impedire all’Iran di esportare petrolio. Il 6 luglio i cinque partner restanti di Teheran nell’accordo nucleare promettono a Vienna di sostenere “la continuazione dell’esportazione dell’Iran di petrolio e gas”. Il 16 luglio i Paesi dell’UE respingono la richiesta degli Stati Uniti di isolare economicamente Teheran e richiedono, per le imprese europee, una copertura legale per operare in Iran. Da parte sua, l‘Iran chiede alla Corte Suprema delle Nazioni Unite, il tribunale internazionale di giustizia, di ordinare agli Stati Uniti la revoca immediata delle sanzioni, sostenendo che stanno causando “pregiudizi irreparabili”.

Guerra di parole: 

Il 22 luglio Rouhani riferisce agli Stati Uniti che non dovrebbero “giocare con la coda del leone” e avverte che ogni conflitto con l’Iran porterebbe alla “madre di tutte le guerre”. Trump risponde con un avvertimento su Twitter, tutto in maiuscolo, contro le minacce rivolte agli Stati Uniti, “O ne subirete le conseguenze”. Il 30 luglio, tuttavia, Trump afferma di essere pronto a incontrare i leader iraniani “ogni volta che vogliono” e promette “nessuna precondizione”. “Le minacce, le sanzioni e le crisi diplomatiche non funzioneranno”, afferma il ministro degli Esteri iraniano, su Twitter.

Sanzioni e ripercussioni: 

Il 7 agosto, Washington annuncia la reintroduzione delle sanzioni contro l’Iran, che Trump descrive come “le più pungenti di sempre”. In poche ore, la casa automobilistica tedesca, Daimler, dichiara che sta arrestando le proprie attività commerciali in Iran. Il 14 agosto il gruppo britannico Quercus, un investitore nelle energie rinnovabili, afferma, a sua volta, che cesserà tutte le proprie attività nel Paese. Il 20 agosto, il ministro del petrolio iraniano annuncia che Total sta abbandonando il suo progetto di gas da diversi miliardi di dollari nel Paese. L’azienda francese è l’ultima di una serie di grandi compagnie internazionali a ritirarsi, insieme alla  Deutsche Telekom, Deutsche Bahn e Air Liquide. Il futuro dell’Iran, privato dei suoi investitori internazionali, risulta quanto mai instabile. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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