Montenegro: schierato l’esercito al confine per gestire la crisi migratoria

Pubblicato il 17 agosto 2018 alle 13:00 in Balcani Immigrazione

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Il Governo del Montenegro ha autorizzato il ministro della Difesa a schierare l’esercito per controllare i confini e aiutare le forze dell’ordine a gestire la crisi migratoria e prevenire gli ingressi illegali. A partire da giovedì 16 agosto, le forze militari possono fare pattugliamenti congiunti con la polizia, nelle zone al confine con l’Albania, come nell’area di Bozaj, a pochi chilometri da Podgorica. La decisione è stata presa in seno al Consiglio di Difesa e Sicurezza, di cui fanno parte il Primo Ministro, il il Presidente del Paese e quello del Parlamento. Si tratta del più alto organo di sicurezza del Montenegro. Nel prendere la decisione, l’11 luglio, il Consiglio ha affermato che la situazione al confine fosse “soddisfacente”, ed ha comunicato che le truppe saranno impegnate fino al 2018. “Il confine sarà controllato dalla polizia e dalle pattuglie dell’esercito, principalmente al fine di prevenire gli attraversamenti illegali del confine di stato con l’Albania, così come altre azioni illegali nella zona di confine”, ha dichiarato il ministro della Difesa in un comunicato stampa.

Nei primi cinque mesi di quest’anno, il Governo del Montenegro ha dichiarato di aver registrato 1.500 arrivi illegali, cifra che ha superato di molto quella dello scorso anno. Per quanto riguarda la loro provenienza, secondo i resoconti dei media locali, riportati su Balkan Insight, i migranti irregolari arrivano prevalentemente da Siria, Pakistan, Afghanistan, Algeria, Libia, Marocco, Palestina e Iraq. A fronte di questo inaspettato aumento degli attraversamenti illegali, il Montenegro aveva precedentemente valutato l’ipotesi di ergere una recinzione di filo spinato al confine con l’Albania, come aveva spiegato Vojislav Dragovic, il capo del dipartimento del Montenegro per la supervisione dei confini di stato, parlando alla televisione locale domenica 20 maggio.

L’aumento dei flussi migratori in Montenegro, come in altri Paesi dei Balcani, tra cui Serbia, Albania e Bosnia, è un effetto collaterale della chiusura della rotta balcanica, avvenuta il il 18 marzo 2016 con la firma del trattato tra l’Unione Europea e la Turchia. Lo scopo dell’accordo era di limitare il traffico di esseri umani, favorire l’immigrazione legale e diminuire la mortalità nella tratta del Mar Egeo. Questa tratta, che prevede il passaggio dalla Serbia all’Ungheria o alla Croazia, continua ad essere percorsa da un basso numero di migranti irregolari, secondo i dati riportati da Frontex. Tuttavia, l’agenzia per la difesa dei confini europei ha riportato che si sta aprendo un percorso secondario, che parte dalla Grecia ed arriva fino in Croazia, passando attraverso l’Albania, il Montenegro e la Bosnia, e viene percorso da migranti che cercano di aggirare le misure di sicurezza esistenti lungo il percorso principale. A fronte della difficoltà sperimentata dal dal Montenegro a fronteggiare il crescente flusso migratorio, il 24 luglio, il Presidente dell’Ungheria, Viktor Orban, aveva offerto il suo aiuto per difendere i suoi confini.

La situazione è stata descritta dal Governo di Podgorica, che ha dichiarato che “l’esperienza ha dimostrato che nessun Paese della regione che è stato colpito da ondate migratorie può combattere questo fenomeno da solo”. L’osservazione è accurata, in quanto, negli ultimi mesi, il Montenegro non è stato l’unico Paese balcanico ad incorrere in difficoltà legate alla gestione della crisi migratoria. La Croazia, che in quanto membro dell’UE è uno dei Paesi di approdo della rotta percorsa dai migranti, nel mese di luglio, ha chiesto aiuto a Frontex per il monitoraggio dei confini a fronte della sfida posta dalle migrazioni. Anche la Bosnia ha avuto dei problemi: il 26 luglio, un gruppo di circa cinquanta rappresentanti tra sindaci e membri dell’assemblea comunale della Bosnia Nord-Occidentale, al confine con la Croazia, dove i migranti sono diretti, hanno protestato all’esterno degli edifici governativi di Sarajevo, contro i falliti tentativi di risolvere la crisi migratoria. Il loro obiettivo, spiegato da Suhret Fazlic, sindaco della città di Bihac, era quello di mettere in guardia sulla difficile situazione nelle città della Bosnia che si trovano al confine con la Croazia. Nedzad Zukanovic, sindaco della città di Kljuc, ha chiarito le intenzioni della protesta, affermando che nessuno si oppone al fatto di avere migranti e rifugiati lì, ma che la comunità locale semplicemente non ha le capacità per accoglierli.

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Cristina Lipari

di Redazione

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