Egitto: capo intelligence in Israele per discutere dettagli della tregua con Hamas

Pubblicato il 16 agosto 2018 alle 11:21 in Egitto Israele Palestina

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Il capo dell’intelligence egiziana, il generale maggiore Abbas Kamel, si è recato a Tel Aviv, il 15 agosto, per discutere i dettagli finali della tregua volta a porre fine agli scontri tra Israele e il gruppo terroristico Hamas al confine con la Striscia di Gaza.

Durante la prima settimana di agosto, Hamas aveva dichiarato di aver raggiunto un accordo per un cessate-il-fuoco con Israele, mediato dal Cairo e dalle Nazioni Unite, per fermare le violenze nell’area, nonostante il governo di Tel Aviv abbia negato tale notizia. Secondo il patto, Hamas interromperà gli attacchi in cambio dell’apertura delle frontiere e all’espansione della zona di pesca. Inoltre, il piano sponsorizzato dall’Egitto include alcuni progetti umanitari per Gaza e, per il futuro, trattative indirette tra Israele e Hamas per lo scambio di prigionieri. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha richiesto a tutte le parti coinvolte di supportare gli sforzi dell’inviato dell’ONU nell’area, Nickolay Mladenov, e dell’Egitto, “per evitare il peggioramento della situazione, gestire tutte le problematiche umanitarie e favorire il ritorno dell’Autorità Palestinese a Gaza”.

I leader locali delle comunità israeliane nei pressi del confine con Gaza e alcuni politici interventisti nazionali stanno facendo pressioni sul governo e sull’esercito affinché adottino una linea più dura nei confronti di Hamas, anche a rischio di arrivare a una guerra. Secondo The Times of Israel, questo atteggiamento è dovuto ai ripetuti incendi dolosi appiccati per via aerea in Israele e ad altre violenze avvenute al confine, che Tel Aviv teme si ripeteranno se non verranno estese le operazioni militari.

Kamel incontrerà altresì il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, giovedì 16 agosto, a Ramallah, in Cisgiordania. A ottobre 2017, Hamas e il partito di Abbas, Fatah, firmarono un accordo per l’unità, sponsorizzato dall’Egitto. La leadership palestinese vorrebbe unificare la Cisgiordania e Gaza sotto “un governo, una legge e una forza legittima, senza militanti”. Tuttavia, le due parti non erano riuscite ad attuare tale patto e, da allora, i tentativi di riconciliazione tra Hamas e Abbas si trovano ancora in una situazione di stasi, dovuta, secondo il presidente palestinese, al fatto che il gruppo terroristico non ha intenzione di arrivare a una riconciliazione. Mercoledì 15 agosto, Abbas aveva dichiarato che Hamas non è impegnato seriamente nelle trattative. Al momento, due delegazioni di alto livello di Hamas e del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, un altro gruppo terroristico presente a Gaza, si trovano al Cairo, congiuntamente ad altri rappresentanti di fazioni più piccole.

La delegazione di Hamas si era già recata al Cairo l’11 luglio, per dimostrare la propria volontà di far progredire il processo di riconciliazione con il partito Fatah, in seguito alle minacce, da parte dell’Egitto, di chiudere il valico di Rafah, l’unico passaggio tra Gaza e il mondo esterno. L’Egitto ha promesso una serie di misure benefiche per Gaza, oltre al passaggio di Rafah, nel caso in cui il movimento mostrasse flessibilità e raggiungesse un’intesa con Abbas per la risoluzione del conflitto. Tali provvedimenti includerebbero la creazione di una zona industriale nel Sinai settentrionale, la quale potrebbe fornire posti di lavoro agli abitanti di Gaza, aumentare le forniture di energia elettrica all’enclave e coinvolgere la costruzione di un gasdotto finalizzato a rifornire regolarmente Gaza.

L’Egitto ha 3 ragioni per portare avanti il processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah. Il primo obiettivo è alleviare la profonda crisi umanitaria in corso a Gaza e, allo stesso tempo, interrompere i legami tra le forze islamiste presenti nella penisola del Sinai e nella Striscia. Il secondo intento è supportare l’Autorità Palestinese nella riconquista di Gaza. Tale finalità emerge dal fatto che l’Egitto è consapevole che, nel caso in cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, riuscirà a raccogliere un miliardo di dollari dagli Stati del Golfo per riabilitare Gaza e sviluppare progetti economici, l’Autorità Palestinese dovrà essere l’unica forza competente nel territorio. In assenza di tali condizioni, nessuna ricostruzione sarà possibile. Se Hamas rimarrà al potere, la situazione a Gaza rimarrà come negli ultimi 11 anni. La terza ragione per supportare la riconciliazione ha a che fare con le tensioni inter-arabe e in particolare riguarda la relazione con il Qatar. Il coinvolgimento di Doha nella Striscia di Gaza è percepito dall’Egitto come un disturbo e una minaccia. Ciò accade non solo alla luce del desiderio egiziano di rimanere il leader del mondo musulmano sunnita, ma anche perché il governo del Cairo è risentito per le attività dell’inviato qatarino, Mohammed al-Amadi, a Gaza. La missione di al-Amadi è in parte analoga a quella egiziana, dal momento che prevede non solo la mediazione tra Hamas e Israele, ma anche la riconciliazione tra il movimento e Fatah.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione di Chiara Romano

di Redazione

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