Uiguri in Cina: antiterrorismo o violazione dei diritti umani?

Pubblicato il 16 agosto 2018 alle 10:51 in Asia Cina

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Negli ultimi 18 mesi, la Cina ha intrapreso una massiccia campagna di repressione contro le minoranze etniche di fede musulmana nella regione occidentale del Xinjiang, in cui l’etnia maggioritaria è quella uigura.  

Una campagna che vede più di 1 milione di persone recluse nei campi di concentramento e quasi due milioni di uiguri sottoposti a sessioni di rieducazione e indottrinamento pur non essendo detenuti.

Una campagna che è stata gestita con segretezza e ha attirato poca attenzione e generato scarsa pressione da parte del resto del mondo.

La situazione che è cambiata da quando, venerdì 10 agosto, il Comitato dell’Onu per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali ha convocato la rappresentanza di Pechino per rispondere di quanto sta avvenendo in Xinjiang. Di fronte all’Onu, la delegazione cinese ha negato fermamente le accuse e ha affermato che le azioni intraprese al governo provinciale del Xinjiang sono volte a prevenire il diffondersi di fenomeni terroristici.

Le accuse dell’Onu

Nella provincia occidentale cinese del Xinjiang, dove la maggioranza della popolazione è di etnia uigura e di fede musulmana, le misure di sicurezza sono state irrigidite sempre di più, dopo alcuni scontri violenti avvenuti nel 2009, raggiungendo il culmine nel 2016, con l’arrivo del nuovo segretario provinciale del Partito Comunista Cinese, Chen Quanguo che ha espanso le attività di sicurezza e sorveglianza.

Gay McDougall, membro del Comitato dell’Onu, ha definito la provincia come “un enorme campo di reclusione” in cui sono frequenti operazioni di detenzione di massa, rieducazione e sparizioni, venerdì 10 agosto. Durante l’udienza a Ginevra, lunedì 14 agosto, la delegazione cinese composta da 49 membri ha dovuto affrontare per la prima volta il tema della repressione in Xinjiang in un teatro internazionale rispondendo alle domande del Comitato e negando tutte le accuse.

La risposta della Cina: misure antiterrorismo?

“Non esistono assolutamente campi di ri-educazione”, ha affermato Hu Lianhe, alto ufficiale del Partito Comunista Cinese. La delegazione cinese ha affermato che non vi sono torture, persecuzioni o sparizioni di persone rimpatriate. Una parte delle accuse dell’Onu, infatti, affermava che si sono verificate centinaia di sparizioni di studenti che, dopo un periodo di studio all’estero, erano rientrati in Xinjiang e sono morti durante la detenzione o sono spariti.

La Cina non prende di mira alcuna minoranza etnica, ha affermato il portavoce della delegazione cinese Hu Lianhe, anzi, le minoranze etniche vivono in pace e godono di libertà di credo religioso. Secondo Pechino, tutte le attività che sono state svolte dalle autorità erano volte a fermare le attività terroristiche e la violenza e a rafforzare la sicurezza. La rieducazione, secondo i delegati cinesi, è limitata ai criminali minori.

Le dichiarazioni del Comitato dell’Onu e i report dei giornali occidentali, secondo un editoriale del Global Times – tabloid in lingua inglese del Quotidiano del Popolo, il giornale di Partito del governo cinese -, avrebbero come unico obiettivo quello di disseminare “guai e minacciare la stabilità” del Xinjiang. L’Ambasciatore cinese all’Onu, Yu Jianhua, ha affermato che le accuse all’operato delle autorità del Xinjiang provengono da gruppi politicizzati che vogliono dividere la Cina e hanno connessioni con le organizzazioni terroristiche.

Gli ufficiali cinesi affermano che le misure di sicurezza sono volte a limitare le pratiche religiose degli uiguri – in maggioranza musulmani sunniti – e prevenire l’emergere di episodi di violenza e ondate di separatismo, terrorismo ed estremismo religioso nella provincia.

Le prove della repressione: violazioni dei diritti umani

Nonostante la negazione delle accuse da parte degli ufficiali cinesi, molti studiosi ed attivisti hanno messo insieme prove sufficienti corredate da immagini satellitari che comprovano la rapida espansione dei campi di rieducazione e detenzione nel Xinjiang.

Nei campi di rieducazione e di detenzione – tra i 1000 e i 2000 in totale, in una regione che è grande quanto la Germania – le persone vengono detenute senza una base legale, senza mandato, senza accuse precise per crimini, senza diritto a un avvocato e senza sapere se e quando sarà possibile uscirne, secondo Sophie Richardson, direttrice per la Cina di Human Rights Watch. Tra i detenuti nei campi vi sono molti intellettuali uiguri e parenti di giornalisti che hanno scritto della campagna di repressione, compresi quelli di Radio Free Asia, media sponsorizzato dagli Usa.

All’interno dei campi, i detenuti vengono sottoposti alla propaganda governativa, forzati a recitare gli slogan e a intonare i canti per ottenere cibo, nonché costretti a rinunciare alle loro pratiche religiose musulmane.

La tortura è una prassi comune, così come lo sono le morti, secondo quanto riportato da una dichiarazione dei dissidenti cinesi.

C’è un’emergenza umanitaria in corso, ha affermato Adrian Zenz, esperto del Xinjiang presso la Scuola Europea di Cultura e Teologia di Berlino. Si tratta di una politica deliberata di rieducazione che mira a “cambiare il fulcro dell’identità e il sistema di valori di un’intera popolazione, su una scala senza precedenti”, secondo Zenz.

L’avvio della repressione

Il rafforzamento delle misure di sicurezza e di sorveglianza e controllo sulla minoranza etnica uigura in Xinjiang è stato intrapreso nel 2009, in seguito a una serie di attacchi violenti nei confronti dei cinesi Han – etnia maggioritaria in Cina.

La situazione è poi peggiorata con un attacco violento a Pechino nel 2013 e l’intensità della repressione del governo provinciale ha raggiunto il suo massimo storico nell’agosto 2016, con l’arrivo del nuovo Segretario del Partito Comunista Cinese, Chen Quanguo e con la promulgazione di una sua ordinanza di “di-estremizzazione”, all’inizio del 2017. Il segretario Chen, che aveva già passato quasi dieci anni a capo del Partito provinciale del Tibet, ha raddoppiato il budget per la sicurezza e ha avviato il reclutamento di ufficiali della polizia, costruito nuove centrali e inviato quadri di etnia Han a vivere con le famiglie uigure, nonché ha voluto l’installazione di telecamere e tecnologie per il riconoscimento facciale in tutta la provincia.

Nel 2017, più di un quinto di tutti gli arresti avvenuti in Cina sono stati nella provincia del Xinjiang, la quale, con i suoi 11 milioni di abitanti, rappresenta meno del 2% della popolazione cinese, secondo un rapporto del gruppo per i diritti umani China Human Rights Defenders. La repressione non si limita alla sola minoranza etnica uigura, ma si estende alle altre minoranze musulmane della provinciale, come i kazaki, i kirgizi e gli hui, nonostante questi ultimi non siano mai stati protagonisti di atti di violenza o di resistenza al governo di Pechino.

La campagna in corso in Xinjiang è la più ampia e la più brutale messa in atto dal regime sin dalla Rivoluzione Culturale – voluta da Mao Zedong dal 1966 al 1969 e mirata a rieducare gli intellettuali cinesi inviandoli a lavorare nelle campagne – paragonabile, attualmente, alla politica di repressione della minoranza Rohingya in Myanmar.

A differenza di quanto accade con la crisi che coinvolge i musulmani Rohingya, però, la campagna repressiva del governo cinese contro gli uiguri non ha sollevato le proteste della comunità internazionale.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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