Come avviene una crisi economica: Turchia e non solo

Pubblicato il 16 agosto 2018 alle 12:03 in Approfondimenti Turchia

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La Turchia è al centro di una crisi economica senza precedenti che ha investito la valuta nazionale, il cui valore è crollato di oltre il 20% nell’ultima settimana, sconvolgendo i mercati finanziari di tutto il mondo. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto, la lira turca ha toccato il suo minimo storico di 7.24 rispetto al dollaro statunitense. Era cioè sufficiente un solo dollaro americano per acquistare poco più di 7 lire turche.

Sebbene il leader di Ankara, Recep Tayyip Erdogan, abbia più volte rassicurato il suo Paese e il mondo sulla forza dell’economia turca, rintracciando la causa della crisi in un “complotto” tessuto ai danni del Paese, piuttosto che nella debolezza dei suoi fondamentali economici, il crollo della valuta turca, secondo il New York Times, è in gran parte imputabile alla natura stessa dell’economia del Paese.

La Turchia è un’economia emergente che sta vivendo la tipica crisi delle economie emergenti che hanno finanziato il proprio sviluppo facendo massiccio ricorso alla valuta straniera. Nel 2017, il PIL del Paese è cresciuto del 7.4%. La ricetta di tale crescita portentosa ha richiesto due ingredienti fondamentali.

Il primo ingrediente è rappresentato dagli investimenti stranieri. La Turchia si è finanziata con valuta straniera, principalmente dollari ed euro, per sostenere il progetto di sviluppo, anche infrastrutturale, su cui Erdogan ha notevolmente investito. La ragione per la quale il capitale straniero è necessario è insita nella stessa definizione di Paese emergente. In quanto economia emergente, la Turchia non ha le risorse necessarie per finanziare la costruzione di strade, porti, aeroporti, ospedali o scuole, e deve pertanto acquisirle dall’estero. L’ingrediente degli investimenti stranieri, tuttavia, presenta due controindicazioni. La prima: i prestiti devono essere ripagati. Questo significa che il Paese deve assicurarsi introiti in valuta estera, conseguendo un surplus commerciale. In breve, deve esportare più di quanto importi. La seconda: il flusso di investimenti stranieri in entrata si fonda sulla fiducia degli investitori. Se le condizioni economiche e politiche sono tali da non rassicurare gli investitori, questi ritireranno il capitale investito. La dipendenza del Paese dalle risorse straniere, peraltro, lo espone alla ricattabilità. Questo significa che la crescita alimentata da finanziamenti provenienti da altri Paesi può funzionare, ma solo finchè con quei Paesi si intrattengono ottimi rapporti.

Il secondo ingrediente è rappresentato dai tassi di interesse, che la Turchia ha mantenuto abbastanza bassi da sostenere l’economia ma abbastanza alti da attirare capitali esteri. La logica dietro a tale politica è una logica di equilibrio. Tassi di interesse bassi spingono la crescita, perché consentono alle famiglie e alle imprese di acquisire credito con facilità. Il livello di tali tassi, perciò, deve essere basso, ma non più basso di quello praticato dalle Banche Centrali di altri Stati, altrimenti gli investitori, mossi dalla logica del profitto, reindirizzano il capitale verso quegli Stati, dove la remunerazione è maggiore. Anche tale ingrediente, tuttavia, presenta due controindicazioni. La prima: maggiore è la quantità di valuta in circolazione, minore è il suo valore. Si genera cioè inflazione. La seconda: il Paese è esposto alle conseguenze della politica monetaria praticata dagli altri Stati, perché nel momento in cui questi alzano il tasso di interesse, rappresenteranno mercati più attraenti per i capitali esteri.

Stando così le cose, le ragioni della crisi turca diventano chiare. In Turchia, cioè, le 4 controindicazioni sono divenute realtà. In primo luogo, la Turchia ha un deficit commerciale di quasi 440 miliardi di dollari che pesa su un indebitamento estero che, secondo le ultime rilevazioni del governo turco, ammonta a quasi 470 miliardi a fronte di un PIL di circa 850 miliardi. In secondo luogo, la fiducia degli investitori sta venendo meno, a causa, tra le altre cose, dell’approccio di Erdogan all’economia. Il leader di Ankara, che ha espressamente dichiarato di voler governare la politica monetaria, ha nominato suo genero come ministro delle Finanze e minato l’indipendenza della Banca Centrale turca, scagliandosi contro la prospettiva dell’aumento dei tassi di interesse. Gli investitori stranieri pertanto stanno ritirando i soldi dal Paese, vendendo la lira e acquistando dollari o altre valute, determinando in tal modo il crollo della valuta turca. Inoltre, la dipendenza del Paese dalle risorse estere, in contrasto con le politiche nazionaliste messe in atto da Erdogan, ha costretto la Turchia in una posizione di debolezza nel momento in cui i rapporti con gli Stati Uniti si sono bruscamente deteriorati a causa del caso di Andrew Brunson, il pastore cristiano evangelico detenuto dall’ottobre 2017 in Turchia con l’accusa di spionaggio e terrorismo che le autorità turche rifiutano di rilasciare nonostante le ripetute richieste americane in tal senso. In terzo luogo, il ripetuto rifiuto di Ankara di alzare i tassi di interesse, combinato alla rapida crescita economica, ha causato inflazione, che, attualmente, si avvicina ad un tasso annuale del 16%. Infine, dopo aver mantenuto per anni i tassi di interesse bassi per stimolare la ripresa economica dopo la crisi del 2008, la Banca Centrale americana, la Federal Reserve, ha deciso di innalzarli, incentivando in tal modo gli investitori, già sfiduciati sulla redditività degli investimenti in Turchia, a reindirizzare i capitali lontano da Ankara, causando il deprezzamento della lira turca.

Il deprezzamento di una valuta, in linea di principio, stimola le esportazioni dei beni denominati in quella valuta. Ecco perché, il 10 agosto, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha raddoppiato le tariffe sull’importazione di acciaio e alluminio dalla Turchia, portandole rispettivamente al 50% e al 20% e compensando, in tal modo, la maggiore competitività dei prodotti turchi.

Tale essendo la situazione, mette in guardia il New York Times, la crisi turca può avere conseguenze “importanti per il mondo”. In realtà, l’economia turca è grande, ma non così grande. Ne consegue che, se anche dovesse collassare, questo “non avrebbe necessariamente un impatto enorme sull’economia globale”. La crisi turca, tuttavia, potrebbe essere seguita dalle crisi di altre economie emergenti, che condividono con il Paese mediorientale analoghe vulnerabilità. Attratti dai tassi di interesse praticati dai Paesi emergenti, gli investitori degli Stati più ricchi del mondo, dagli Stati Uniti, ai Paesi europei, al Giappone, hanno prestato negli ultimi anni molti miliardi di dollari a governi e società in economie in via di sviluppo, come il Sudafrica e l’Argentina, oltre che la Turchia. Adesso, non solo il tasso di interesse più alto praticato dalla Fed può determinare una fuga di capitali da quei Paesi, ma la forza della valuta statunitense renderà anche più difficile per questi ultimi rimborsare i loro prestiti in dollari. Non a caso, la Banca Centrale argentina ha sorpreso i mercati alzando i tassi di interesse di 5 punti percentuali, nel tentativo di convincere gli investitori stranieri a restare nel Paese.

Il grande rischio della crisi turca, pertanto, è che essa rappresenti la prima tessera del domino a cadere. Una volta che la reazione a catena è innescata, le ripercussioni, in un mondo interconnesso, possono essere globali. Con riferimento unicamente all’Europa, le banche italiane hanno investito in Turchia 17 miliardi di euro, le banche francesi 37 miliardi di euro e quelle spagnole 84 miliardi di euro.

Le conseguenze, peraltro, non sarebbero solo di natura economica, ma anche di natura politica, con vaste implicazione in diversi settori, dal momento che la Turchia rappresenta un partner strategico tanto per gli Stati Uniti, quanto per l’Europa. Emblematico, al riguardo, è l’accordo sull’immigrazione tra Turchia ed Europa, in base al quale la prima si è impegnata a bloccare i flussi migratori verso la Grecia, in cambio del sostegno economico della seconda. L’Italia, da parte sua, guarda con interesse agli sviluppi nel Paese mediorientale, con riferimento alla Libia, dal momento che Ankara ha garantito il suo sostegno all’Italia nell’appoggio al governo di Tripoli. La crisi turca, infine, può avere conseguenze anche sul futuro dell’Alleanza Nord-Atlantica, di cui la Turchia è membro dal 1952. In una lettera inviata al New York Times, il 10 agosto, Erdogan ha sfidato Washington e gli altri membri della NATO, mettendoli in guardia sul fatto che, se necessario, la Turchia è pronta a cambiare amici e alleati.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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