Il governo Conte tra il burro e i cannoni

Pubblicato il 15 agosto 2018 alle 12:03 in Il commento

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

La Libia continua a rappresentare una sfida di grande portata per l’Italia. L’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone è stato dichiarato “persona non gradita” dal governo di Tobruk per avere detto che la Libia ha bisogno di tempo prima di andare al voto, non essendo nella condizione di garantire lo svolgimento democratico delle elezioni. E così il governo di Giuseppe Conte è chiamato a scegliere tra “il burro e i cannoni”. Questa frase dev’essere spiegata perché intorno ad essa ruota il futuro dell’Italia nel Mediterraneo. Prima di addentarci nel nostro ragionamento, occorrono due righe per richiamare la situazione in Libia, divisa in due principali centri di potere: il governo di Tobruk, sostenuto da Egitto, Russia e Francia, e il governo di Tripoli, sostenuto dall’Italia. Il governo di Tobruk, sospinto da Macron, vorrebbe andare al voto subito. Essendo in una posizione di vantaggio, pensa di vincere facilmente e non vuole perdere tempo per paura che il governo di Tripoli recuperi il terreno perduto con il sostegno dell’Italia. Se il governo di Tobruk vincesse, la Libia cadrebbe sotto il controllo di Francia, Egitto e Russia, non dei libici. Le conseguenze negative per l’Italia sarebbero talmente numerose da poter essere elencate soltanto in un libro. Anche perché la Libia sarebbe guidata dal generale Haftar, l’uomo forte del governo di Tobruk, il quale, nell’agosto scorso, aveva addirittura dichiarato di essere pronto a sparare sui soldati italiani. Un dettaglio di capitale importanza è che Macron ha stabilito che la Libia sarebbe andata al voto il 29 maggio 2018, mentre l’Italia era priva di un governo. Erano i giorni in cui il presidente Mattarella cercava di risolvere una crisi molto complessa. Da quanto detto finora, possiamo subito ricavare due lezioni fondamentali: la prima è che l’Italia ha un interesse nazionale e la seconda è che altri Paesi cercano di approfittare dei suoi momenti di debolezza per avanzare a sue spese. Nessuna cattiveria da parte di nessuno: l’arena internazionale funziona in questo modo da millenni.

Veniamo adesso alla scelta tra il burro e i cannoni, che è una scelta di bilancio. Lo Stato italiano ha risorse scarse e deve decidere come spenderle. Non ha senso comprare cannoni, se uno Stato non ne ha bisogno. Meglio produrre burro. Il problema è che le relazioni internazionali sono in continua evoluzione e occorre prendere atto che il Mediterraneo oggi non è più lo stesso. La conseguenza è che è giunto il momento, per l’Italia, di accrescere la spesa per la difesa. Questo non significa che l’Italia debba abbandonare la sua vocazione pacifista o il suo ripudio per la guerra, che sono i valori giusti da trasmettere alle nuove generazioni. Gli italiani sono considerati uomini di pace: difficile immaginare un orgoglio più grande di questo. Tuttavia, è doveroso immaginare come potrebbe essere il Mediterraneo tra vent’anni: potrebbe essere un Mediterraneo con una Libia ostile all’Italia o pronta ad assecondare i desideri di altri Stati. I Paesi più rispettati sono i Paesi più armati. Il caso della Corea del Nord, che ha messo gli Stati Uniti sotto scacco, lo dimostra. Quanto agli Stati che sono deboli militarmente, possiamo certamente citare Iraq e Siria, le cui devastazioni sono a tutti note. Lo Stato ideale, nella prospettiva pacifista che anima questa rubrica, è uno Stato inattaccabile che non attacca. Le armi, oltre a essere lo strumento più potente per impedire la guerra, sono anche un ottimo strumento per impedire a chiunque di elaborare progetti bellicosi. A Trump non è venuto in mente, nemmeno per un attimo, di bombardare la Corea del Nord, che ha molti cannoni e poco burro, ma sta valutando la possibilità di invadere il Venezuela di Maduro, che ha molto burro e pochi cannoni, per continuare a utilizzare questa espressione che si trova nel bellissimo libro di Robert Gilpin, War and change in world politics(Cambridge, 1981). L’auspicio è che l’Italia acquisti tutti i caccia F-35, ordinati a suo tempo, all’americana Lockheed Martin Corporation con sede in Maryland. Il primo ordine, fatto da Berlusconi, era di 131 velivoli, poi ridotto a 90 dal governo Monti e poi ridotto ancora. In un Mediterraneo in cui tutti hanno preso a produrre cannoni a due passi dall’Italia, non sembra conveniente sfoggiare la produzione di burro. È importante pensare al Mediterraneo che sarà, se l’ambasciatore italiano viene dichiarato “persona non gradita” in Libia.

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Articolo pubblicato in Atlante, la rubrica domenicale di Alessandro Orsini per “il Messaggero”.

di Alessandro Orsini

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