“Non negozieremo con Washington”: l’Iran alza il muro con gli Stati Uniti

Pubblicato il 14 agosto 2018 alle 16:11 in Iran USA e Canada

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Il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato che Teheran non andrà in guerra con gli Stati Uniti, ma neppure avvierà negoziati con il Paese che, il 7 agosto, ha ripristinato le sanzioni revocate in seguito all’accordo sul nucleare del 2015. L’intervento di Khamenei, trasmesso dalla televisione di Stato iraniana, il 13 agosto, è decisivo per i rapporti tra Iran e Stati Uniti, dal momento che l’Ayatollah ha l’ultima parola su tutte le principali politiche del Paese. In tal modo, pertanto, Khamenei chiude alla possibilità di un incontro tra i leader dei 2 Paesi che il capo della Casa Bianca, Donald Trump, aveva invece prospettato, in vista dell’eventuale negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare.

La posizione di Khamenei, peraltro, è rilevante anche sotto un profilo interno, dal momento che segna una rottura rispetto al punto di vista del presidente iraniano, Hassan Rouhani, che, il 6 agosto, aveva affermato di non avere alcuna precondizione ad un eventuale incontro con la controparte americana. “Se il governo degli Stati Uniti è disposto, iniziamo subito. Teheran ha sempre accolto con favore il dialogo e i negoziati”, aveva dichiarato in quell’occasione Rouhani, sottolinenando tuttavia la necessità che Washington dimostrasse preventivamente la sua affidabilità. Affidabilità che, secondo Khamenei, non ci si può attendere da un “governo prepotente e truffatore” come quello degli Stati Uniti, che agisce per “spaventare i vigliacchi”. “I negoziati con gli Stati Uniti ci danneggerebbero sicuramente e sono proibiti”, ha dichiarato il leader supremo dell’Iran, che ha poi escluso categoricamente di sedersi al tavolo delle trattative con l’attuale amministrazione americana da cui, per il momento, non sono giunti commenti ufficiali. Eventuali negoziati, ha spiegato Khamenei, si terranno solo quando l’Iran si troverà in una posizione di forza “in modo che le pressioni e le proteste degli Stati Uniti non influiscano”. L’atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti, peraltro, non è la sola causa di frizione tra Khamenei e Rouhani. In particolare, il primo attribuisce la responsabilità della crisi monetaria alla gestione dell’economia del presidente Rouhani. Secondo i dati della Banca Mondiale, la valuta iraniana, il rial, a marzo ha perso 15 punti percentuali.

Da tempo, i rapporti tra Stati Uniti e Iran sono complessi. Il governo americano, sottolinea Foreign Affairs, è stato “bruscamente sorpreso dalla rivoluzione iraniana del 1979, che ha rappresentato una significativa perdita strategica oltre che un imbarazzo”. Da allora, l’Iran è stato un attore “singolarmente, profondamente e dolorosamente irritante per gli Stati Uniti”. 40 anni dopo, la crisi tra Teheran e Washington si è acuita, quando, il 7 agosto, l’amministrazione Trump ha annunciato la reintroduzione delle sanzioni, che mirano a colpire il settore siderurgico e automobilistico, limitando l’accesso alle materie prime e alle parti essenziali, nonché il settore finanziario, colpendo le transazioni in dollari, rial, oro e metalli preziosi.

Le misure restrittive erano state revocate nel 2015, in seguito alla conclusione, il 14 luglio di quell’anno, a Vienna, dell’accordo sul nucleare iraniano, firmato da Iran, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. Obiettivo dell’accordo era ottenere la limitazione del programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzini internazionali. L’8 maggio, tuttavia, Trump ha annunciato il recesso degli Stati Uniti dall’accordo e, 3 mesi dopo, ha ristabilito le sanzioni, promettendo “severe conseguenze” per quanti continueranno a intrattenere relazioni commerciali con il Paese mediorientale.

Diverse sono state le reazioni della comunità internazionale. L’Unione Europea ha preso le distanze dall’alleato transatlantico, dichiarandosi intenzionata ad adottare misure legali per tutelare le imprese europee operanti in Iran. L’11 agosto, tuttavia, l’ambasciatore americano nel Regno Unito, Woody Johnson, ha invitato l’alleato britannico a schierarsi con Washington sulle sanzioni contro l’Iran o di prepararsi ad affrontare “gravi conseguenze commerciali”. L’Iraq, invece, ha informato che, pur non approvando le sanzioni, le farà rispettare.

Gli Stati Uniti, intanto, si preparano a comminare ulteriori sanzioni. La seconda tranche di misure restrittive americane ai danni dell’Iran dovrebbe entrare in vigore entro il 4 novembre e riguarderà il settore petrolifero.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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