La grande fuga dei nicaraguensi in Costa Rica

Pubblicato il 13 agosto 2018 alle 6:03 in America Latina America centrale e Caraibi

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Entrano senza passaporto né documenti, attraversando il fiume San Juan che separa il Nicaragua dal Costa Rica a piedi, evitando accuratamente i posti di frontiera. Non per timore di essere fermati alla frontiera costaricana, ma per paura di essere bloccati dall’esercito nicaraguense. Sono i cittadini del Nicaragua che fuggono dalla repressione e dalle violenze in corso ormai da quattro mesi nel paese centroamericano.

Il Costa Rica, che ha reso noto di aver ricevuto 19.000 domande di asilo dall’inizio della crisi (ma le Nazioni Unite ne contano 23.000), è una destinazione storica dell’emigrazione nicaraguense, dai tempi della dittatura di Anastasio Somoza e dei suoi figli (1936-1979). Durante la rivoluzione sandinista e poi nel corso della guerra civile degli anni ’80 gli emigranti cercavano sicurezza; più tardi, lavoro per inviare denaro alle loro famiglie; ora, di nuovo sicurezza, fuggendo dal proprio governo o delle forze paramilitari del regime di Daniel Ortega. Hanno trovato a sud del confine , in Costa Rica, “un santuario” come lo chiama Marcela Rodríguez, rappresentante a San José dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). 

Il governo del Costa Rica riceve ormai le richieste di asilo anche di chi è immigrato illegalmente prima di aprile e non ha altra soluzione se non accettarle tutte, poiché comunque tornare in Nicaragua ora sottoporrebbe i richiedenti asilo a enormi rischi. Non solo, San José ha deciso di aumentare da 3 a 6 mesi il periodo di residenza nel paese con il visto normale, in modo da snellire le procedure burocratiche. 

Generalmente il Costa Rica, che ospita 300.000 nicaraguensi (circa il 6% della popolazione totale) ha accolto una popolazione immigrata disposta a svolgere i lavori più umili, migranti economici dagli altri paesi dell’America Centrale che cercavano una vita migliore in quella che è conosciuta come “la Svizzera dell’America Centrale” e che i vicini chiamano con invidia “l’eccezione esemplare”. Dal 1948, infatti, il Costa Rica non ha vissuto guerre civili, dittature o rivoluzioni. Non ha neanche l’esercito ed ha tassi di violenza e di disoccupazione paragonabili a quelli dell’Europa occidentale piuttosto che a quelli dell’America Centrale. 

La migrazione in corso, tuttavia, riguarda principalmente gli studenti, protagonisti delle proteste contro il governo di Managua e di conseguenza principali bersagli della repressione. L’emigrazione di studenti però, è una novità per le autorità di San José, chiamate ad affrontare la difficile sfida di un’immigrazione di livello più alto e di immigrati alla ricerca di impieghi più stabili e di livello migliore. Inoltre la legge costaricana è abbastanza restrittiva: richiede una residenza nel paese di almeno tre mesi e un’offerta di lavoro concreta per poter accedere al servizio sanitario nazionale. 

In tutto ciò, l’economia del Costa Rica rallenta. La disoccupazione è aumentata dal 9,1% al 10,3% nell’ultimo anno. Le autorità riconoscono che la domanda di lavoro è alta e che crea competizione la popolazione locale. Non solo, circa 7000 immigrati economici, provenienti da Honduras, El Salvador, Venezuela e anche Colombia, sono in attesa di visto di lavoro temporaneo. Questo è uno degli elementi per cui un settore della popolazione e alcuni deputati dell’opposizione per chiedere restrizioni e più vigilanza al confine.

 

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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