Regno Unito dopo Brexit: controllare immigrazione, non bloccarla

Pubblicato il 10 agosto 2018 alle 15:24 in Europa UK

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Il maggiore sindacato britannico ha accettato che il primo ministro, Theresa May, imponga controlli sui cittadini UE che lavorano in UK dopo la Brexit, ma ha imposto che le nuove leggi sull’immigrazione non impediscano alle aziende di assumere, se necessario, cittadini comunitari.

Nella giornata di venerdì 10 agosto, la Confederation of British Industry (CBI), il più importante sindacato nazionale, operante nel Regno Unito dal 1965, e che durante il referendum sulla separazione si era mostrato spiccatamente europeista, ha reso noto di accettare la volontà di May di imporre, dopo l’attuazione definitiva della Brexit, controlli sui lavoratori stranieri provenienti dall’Unione Europea, ma ha dettato alcune condizioni. “Accettiamo la fine della libertà di circolazione. Accettiamo la necessità di introdurre un elemento di controllo. Ma vogliamo essere assolutamente chiari sul fatto che l’immigrazione apporta un enorme valore economico al Regno Unito, quindi deve essere permessa”, ha sentenziato Josh Hardie, vicedirettore generale del gruppo.

In un rapporto, la Confederation of British Industry ha evidenziato il bisogno di trovare un “attento equilibrio” in merito alle politiche migratorie. Un importante passo avanti nella regolazione del flusso immigratorio, e dunque nella rassicurazione dei cittadini più intransigenti, potrebbe essere, secondo la CBI, l’introduzione della registrazione obbligatoria per tutti i cittadini europei che entrano in UK, misura che finora non veniva richiesta. Nel documento si legge che registrare i cittadini UE permetterebbe al Paese di assicurarsi che essi contribuiscano all’economia e alla società nazionale, qualora vogliano restare per un lungo periodo di tempo, in quanto Londra ha bisogno di un modo per appurare che solo i lavoratori stranieri che apportano un contributo al Paese restino a lungo termine. Si tiene d’altronde conto della delicatezza del tema e della difficoltà di raggiungere un simile obiettivo, ma secondo la CBI tale misura è fondamentale per ridisegnare l’immigrazione in seguito all’imminente chiusura della libera circolazione. Inoltre, un altro suggerimento dato dal sindacato al governo britannico è quello di privilegiare i lavoratori locali per quei lavori o settori specifici in cui la disoccupazione aumenti al di sopra di una determinata soglia.

In risposta al documento, le autorità britanniche hanno reso noto che stanno considerando una pletora di opzioni per controllare più rigidamente le frontiere ma, al contempo, continuare ad attrarre immigrati UE e accogliere in pianta stabile coloro che apportano beneficio economico al Paese.

La Confederation of British Industry ha altresì puntualizzato che la Gran Bretagna, ossia la quinta economia più potente al mondo, avrà bisogno di forza-lavoro estera anche una volta uscita dal blocco dei 28 Paesi membri dell’Unione, nel marzo 2019. Secondo le stime dell’associazione sindacale, la metà degli operai assunti a Londra, ad esempio, non sono cittadini britannici, e oltre 1 impiegato su 4 nel settore bancario e finanziario della capitale non è originario del Regno Unito: il 17% del totale è originario dei Paesi membri dell’UE, e un altro 11% viene dal resto del mondo.

Già i dati attualmente in possesso hanno evidenziato che in seguito al referendum c’è stato un forte calo di immigrazione verso il Regno Unito: nei 12 mesi che sono andati da marzo 2017 a marzo 2018, solo 805 infermieri e nutrici si sono recate in UK dall’Unione Europea, il che rappresenta un grave decremento rispetto ai 6.382 registrati l’anno precedente.

“In questa epoca febbrile, è di vitale importanza che la politica migratoria, così essenziale per gli standard di vita futuri nel Paese, possa essere discussa senza ideologie o semplificazioni grossolane da parte dell’opinione pubblica”, ha concluso Hardie.

La CBI ha infine ribadito che la migrazione deve essere parte integrante delle future trattative commerciali tra Londra e il resto del mondo, nella prospettiva di aprire nuovi mercati. Ciò implicherebbe la rivisitazione del complesso sistema inglese di visti e permessi di soggiorno per i lavoratori non originari dell’UE.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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