Chi vende e chi venderà armi all’Arabia Saudita

Pubblicato il 10 agosto 2018 alle 16:02 in Arabia Saudita Medio Oriente

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L’Arabia Saudita ha il terzo più grande budget per la difesa nel mondo, con una spesa militare che nel 2017 ha quasi raggiunto i 70 miliardi di dollari, una cifra inferiore solo a Stati Uniti e Cina, ma livello di spesa è insostenibile per il Regno e non è andato a beneficio delle vendite americane di armi, nonostante i tentativi portati avanti dal presidente americano Donald Trump.

L’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI), fonte attendibile di informazioni sulla spesa per la difesa globale, riferisce che i sauditi hanno investito nel settore precisamente 69,4 miliardi di dollari nel 2017, con un aumento del 9,2% rispetto al 2016. Tale cifra rappresenta il 10% del PIL nazionale lordo del Regno saudita. Il picco record di spesa militare di Riad era stato registrato nel 2015, con 90 miliardi di dollari, budget tagliato poi del 30% nel 2016, a causa del crollo del prezzo del petrolio. L’aumento del valore del greggio registrato quest’anno, secondo gli analisti, rimane ancora notevolmente inferiore a quello che Riad necessita per bilanciare una spesa in armamenti così elevata. I rivali dell’Arabia Saudita in Medio Oriente sono molto lontani dall’avvicinarsi ad una tale cifra per la difesa. L’Iran ha speso 14,5 miliardi di dollari nel 2017. Israele ne ha spesi 16,5 miliardi, sebbene abbia ricevuto altri 3,1 miliardi in aiuti militari dai contribuenti americani. Tutti e tre gli Stati sono impegnati in costose guerre per procura, ma la guerra saudita nello Yemen è indubbiamente la più costosa. Anche se il Regno non fornisce alcun dato sulle spese relative alle spese saudite nel conflitto, la cifra riportata da alcuni analisti si aggira intorno ai 3 miliardi di dollari al mese. A causa del caos e della mancanza di trasparenza nella spesa pubblica, la SIPRI non fornisce alcuna stima della spesa per la difesa di alcuni stati arabi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti. L’Algeria è il più grande spender in Africa, con un budget di circa 10 miliardi di dollari.

Come sottolinea il quotidiano Al-Monitor, tra i dati più rilevanti vi è il fatto che l’aumento così importante della spesa saudita non è andato a beneficio, come in passato, degli Stati Uniti. Con grande dispiacere del presidente americano, Donald Trump, i sauditi nell’ultimo anno non hanno comprato nuove armi pesanti da Washington. In occasione di una visita di Stato di Trump a Riad, a maggio del 2017, era stata prevista la vendita ai sauditi di un pacchetto di armi da 110 miliardi di dollari, ma l’accordo non è mai stato finalizzato. Il presidente ha, infatti, rimproverato il principe ereditario saudita e il ministro della Difesa, Mohammed bin Salman, per aver speso solo “noccioline” in armi americane. Un rifornimento di munizioni e pezzi di ricambio assicura un minimo livello di transazioni nel settore militare tra i due Paesi, necessario per sostenere la guerra in Yemen, ma le nuove grandi vendite sono state sospese. Il contrasto con i record delle vendite sotto la presidenza di Barack Obama è importante. Negli otto anni di presidenza, Obama ha venduto ai sauditi armamenti per oltre 112 miliardi di dollari, di cui oltre 60 miliardi in un solo accordo, concluso nel 2009. Durante il proprio mandato, Obama ha criticato i sauditi per non aver sostenuto gli Stati Uniti nella politica regionale, tuttavia Riad ha concluso con l’amministrazione Obama vendite di armi molto più importanti che con il suo successore, almeno fino ad oggi.

L’aumento della spesa saudita, con sorpresa, ha favorito la produzione di armamenti europei. A marzo di quest’anno Londra ha finalizzato un accordo con Riad da 7 miliardi di dollari per l’acquisto di 48 jet Eurofighter Typhoon. Il governo britannico ha firmato un memorandum d’intesa per questo affare in occasione della visita del  principe Mohammed a Londra, avvenuta l’8 marzo. L’accordo è considerato particolarmente controverso nel Regno Unito, con il Partito laburista che è impegnato a fermare le vendite di armi ai sauditi, a meno che la guerra nello Yemen si concluda. Dall’altra parte, BAE, il più grande fornitore nel settore della difesa in Europa, aveva atteso tale accordo per gli Eurofighter, rallentando la produzione degli stessi, nel 2016, per garantire che i prezzi di vendita sarebbero rimasti competitivi. L’amministratore delegato di BAE, Charles Woodburn, a seguito del’impegno preso a marzo dai due Paesi, aveva affermato che si trattava di un passo positivo verso la conclusione di un contratto con un partner stimato. “Ci impegniamo a sostenere il Regno modernizzando le forze armate saudite e sviluppando le capacità industriali chiave fondamentali per la realizzazione del Vision 2030”, ha dichiarato, riferendosi al programma di riforme economiche e sociali dell’Arabia Saudita che punta allo sviluppo dei settori non petroliferi. L’Eurofighter Typhoon è il velivolo da combattimento più importante nel portafoglio della BAE Systems, che rappresenta quasi un terzo delle vendite dell’unità nel 2016. Gli Eurofighter rappresentano un progetto congiunto tra BAE, la francese Airbus e l’italiana Leonardo, che risulta in circa 40.000 posti di lavoro in Gran Bretagna. Inoltre, il principe ereditario Mohammed ha negoziato un accordo con la Spagna per 5 navi da guerra, durante la sua visita a Madrid, avvenuta ad aprile di quest’anno. L’accordo, del valore di 1,8 miliardi di dollari, prevede che la compagnia statale spagnola, Navantia, costruisca cinque corvette Avante 2200 per la Royal Saudi Navy, a partire dall’autunno del 2018. La fine della costruzione avverrà entro il 2022 ed è previsto che il contratto fornisca 6.000 posti di lavoro diretti e indiretti per cinque anni.

Un’altra questione importante da sottolineare è il possibile impatto delle politiche statunitensi nella regione sulla spesa militare saudita. Ora che gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul nucleare con l’Iran, i sauditi hanno promesso che se Teheran continuerà a sviluppare armi nucleari, Riad farà lo stesso. Tali dichiarazioni potrebbero rappresentare unicamente un tentativo di fare leva sui governi occidentali per indurli ad agire contro Teheran, ma se i sauditi fossero seri, potrebbero rivolgersi al Pakistan per lo sviluppo di ordigni nucleari. Secondo quanto riporta Al-Monitor, infatti, per decenni, i sauditi e i pakistani si sono confrontati sul tema dello sviluppo di ordigni di questo tipo. Tuttavia, il forte calo delle relazioni saudite con Islamabad potrebbe rendere questa collaborazione difficoltosa. La disputa tra i due Paesi riguarda il confitto in Yemen, in cui l’Arabia Saudita è intervenuta il 26 marzo 2015. A tale riguardo, tre anni fa, il parlamento pakistano ha votato all’unanimità contro l’invio di truppe per combattere con la coalizione araba a guida saudita. A causa di queste ed altre questioni in sospeso con Islamabad, l’Arabia Saudita non può dipendere dagli aiuti militari pakistani per i bisogni convenzionali, per non parlare di produzione di armi nucleari. Inoltre, la promessa pubblica saudita di perseguire un programma nucleare va a minare i loro stessi sforzi per acquisire i reattori necessari allo sviluppo di un tale piano. Infine, secondo l’ambizioso progetto di sviluppo dei settori economici non legati al petrolifero, il Saudi Vision 2030, il Regno dovrà sviluppare nei prossimi anni un’industria interna di produzione di armamenti, per ridurre la dipendenza dai produttori esteri. La maggior parte degli osservatori ritiene che i sauditi avranno notevoli difficoltà a raggiungere tale obiettivo. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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