USA: Trump propone tariffa del 25% su importazioni di beni cinesi

Pubblicato il 2 agosto 2018 alle 12:11 in Cina USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha proposto di imporre una tariffa del 25%, invece che del 10%, sulle importazioni di beni cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari, accrescendo così la tensione fra Washington e Pechino in materia di commercio internazionale. Ne ha dato notizia la stessa amministrazione statunitense, mercoledì 1 agosto.

La lista di prodotti cinesi colpiti, pubblicata il 10 luglio dai funzionari americani, è più ampia rispetto a quelle dei round tariffari precedenti e includerà beni mirati, fra cui prodotti alimentari, prodotti di illuminazione e materiali da costruzione. L’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, tuttavia, ha informato che estenderà il periodo di commenti pubblici sulla lista, dal 30 agosto al 5 settembre, per discutere dell’eventuale aumento del tasso tariffario.

Il rappresentante commerciale americano, Robert Lightthizer, ha spiegato altresì che l’obiettivo di tale eventuale aumento sarebbe “fornire all’amministrazione ulteriori opzioni per incoraggiare la Cina a cambiare le sue politiche e i suoi comportamenti dannosi e ad adottare politiche che porteranno a mercati più giusti e prosperità per tutti i nostri cittadini”. La proposta della Casa Bianca sarebbe, in particolare, una reazione all’imposizione, da parte della Cina, di tariffe di ritorsione sui beni americani e al rifiuto di Pechino di soddisfare le richieste di Washington. Nello specifico, Trump aveva richiesto alla Cina l’adozione di modifiche fondamentali alle sue politiche in materia di tutela della proprietà intellettuale, di trasferimenti di tecnologia e di sussidi alle industrie di alta tecnologia. Sebbene non ci siano stati colloqui formali fra Washington e Pechino al riguardo per settimane, due funzionari dell’amministrazione Trump hanno affermato che il presidente americano rimane aperto alle comunicazioni con Pechino e che i due Paesi stanno discutendo se sussitano le condizioni per una possibile “fruttuosa negoziazione” nell’ambito di colloqui informali.

Un esperto di Cina presso l’American Enterprise Institute di Washington, Derek Scissors, ha spiegato, riportato dall’agenzia di stampa Reuters, che una tariffa del 25% sarà probabilmente più efficace rispetto a una del 10%, più facilmente compensabile da parte di Pechino, ma ha aggiunto che, poiché tale “più significativa minaccia” funzioni, è necessario che gli Stati Uniti risolvano le loro dispute commerciali con gli alleati europei, messicani e canadesi. Dal mondo imprenditoriale, al contrario, non mancano le preoccupazioni di quanti ritengono che la guerra commerciale con la Cina, logorerà, alla lunga, la stessa crescita economica americana e non si rivelerà utile nel sostegno alle imprese americane operanti nel Paese asiatico che, con tutta probabilità, adotterà ulteriori azioni di ritorsione. Anche gli investitori temono che l’escalation nella guerra commerciale tra Washington e Pechino possa avere effetti negativi sulla crescita economica globale.

Il leader della Casa Bianca, peraltro, affronta  resistenze alla sua politica commerciale anche da parte del Congresso. L’1 agosto, un gruppo di senatori repubblicani e democratici, guidati dal Repubblicano Rob Portman, ha proposto una legge che ridimensionerebbe il potere del presidente di imporre tariffe per ragioni di sicurezza nazionale, ampliando al contempo l’autorità del Congresso di controllare l’imposizione delle misure restrittive. Tuttavia, affinchè tale proposta diventi legge, occorre che scavalchi l’eventuale veto presidenziale di Trump.

Da Pechino la reazione all’annuncio dell’amministrazione statunitense è stata pronta. L’1 agosto, la Cina ha replicato che il “ricatto” non funzionerà e che non esiterà a colpire gli Stati Uniti, se questi persisteranno nell’imposizione di ulteriori misure restrittive degli scambi tra i due Paesi, inclusa l’applicazione dell’aliquota più elevata. “La pressione e il ricatto degli Stati Uniti non avranno effetto. Se gli Stati Uniti intraprenderanno ulteriori passi avanti, la Cina adotterà inevitabilmente contromisure e proteggerà risolutamente i suoi legittimi diritti”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang.

Con tale proposta, l’amministrazione Trump continua ad aumentare la posta in gioco nella sua disputa commerciale con la Cina. Già dal 23 marzo, le esportazioni cinesi di acciaio e alluminio sono state colpite con dazi statunitensi del 25% e del 10%. Pechino ha risposto a tale misura il giorno seguente, annunciando tariffe nei confronti di 128 prodotti americani per un valore di 3 miliardi di dollari. In seguito, il 14 giugno, Trump ha approvato dazi su prodotti cinesi per un valore di 50 miliardi di dollari e ha poi minacciato Pechino con ulteriori dazi, per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari, in caso di ritorsioni da parte della Cina che, a sua volta, ha delineato un piano tariffario ai danni di Washington consistente in dazi su prodotti statunitensi per un valore complessivo di 50 miliardi di dollari. Il 6 luglio, gli Stati Uniti hanno risposto, imponendo dazi addizionali del 25% sui prodotti cinesi, per un valore di 34 miliardi di dollari, dando avvio, secondo Pechino alla “più grande guerra commerciale della storia economica”. Il 10 luglio, infine, Washington ha minacciato tariffe del 10% su un elenco di prodotti cinesi dal valore complessivo di 200 miliardi di dollari.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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