Salvini: l’Italia non ha riportato i 108 migranti in Libia

Pubblicato il 1 agosto 2018 alle 9:34 in Immigrazione Italia

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Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha dichiarato che la Guardia Costiera italiana non ha avuto alcuna responsabilità in merito al rientro in Libia dei 108 migranti soccorsi dal rimorchiatore italiano Asso 18, di supporto ad una piattaforma petrolifera, nella giornata di martedì 31 luglio. “La Libia non è considerata un porto sicuro, ma si è trattato di un’operazione della Guardia Costiera libica, la Guardia Costiera italiana non ha coordinato e partecipato a nessuna di queste operazioni”, ha precisato Salvini. Da parte sua, gli ufficiali della Guardia Costiera italiana hanno riferito che le attività di soccorso del rimorchiatore si sono svolte sotto la guida della Guardia Costiera di Tripoli, “che ha gestito l’intera operazione”, secondo quanto riportato da Ansamed.

Il caso di Asso 28 è scoppiato nella tarda serata del 31 luglio, quando il deputato di Liberi e Uguali Nicola Fratoianni ha denunciato l’accaduto, parlando di un precedente “gravissimo” se l’ordine di riportare i migranti soccorsi in Libia fosse partito da Roma. Tuttavia, anche l’armatore del rimorchiatore ha dichiarato che sono stati i libici a dirigere l’intera operazione di salvataggio. A suo dire, la richiesta di soccorso è arrivata dal Dipartimento della Marina di Sabratah. Dopo il salvataggio, i migranti sono stati portati in direzione di Tripoli, dove sono stati trasferiti a bordo di un battello libico, senza alcuna protesta o incidenti.

La smentita è arrivata anche da Eni che ha dichiarato, attraverso una nota, che l’operazione è stata “gestita interamente dagli ufficiali libici, che hanno imposto al comandante della Asso 28 di riportare i migranti in Libia”. Nel comunicato viene inoltre precisato che la Guardia Costiera libica presidia ogni piattaforma che opera nelle sue acque territoriali, motivo per cui gestisce le operazioni ricerca e salvataggio (SAR) in totale autonomia.

Nel frattempo, la UN Refugee Agency (UNHCR) sta raccogliendo informazioni sull’accaduto per valutare se c’è stata una violazione del diritto internazionale, dal momento che la Libia non è considerata un porto sicuro. Secondo alcuni, l’Italia potrebbe comunque rischiare una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo poiché, in base alle convenzioni internazionali, lo Stato deve fare in modo che le navi che battono la sua bandiera non effettuino respingimenti.

Da anni, la Libia costituisce il principale punto di partenza delle imbarcazioni di migranti alla volta dell’Europa. Dal rovesciamento de dittatore Muammar Gheddafi, avvenuto nell’ottobre del 2011, la Libia non è mai riuscita di effettuare una transizione democratica, con il risultato che, ancora oggi, il potere politico è diviso in due governi. Il primo insediato a Tripoli e appoggiato dall’Onu e dall’Italia, e il secondo insediato a Tobruk e sostenuto da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. L’assenza di una guida unitaria del Paese, in grado di controllare efficacemente tutto il territorio nazionale ed i suoi confini, ha fatto sì che i trafficanti di esseri umani, i gruppi armati ed i terroristi portassero avanti indisturbati le proprie attività a danno dei migranti, che sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati.

Da quando Matteo Salvini è salito alla guida del Ministero dell’Interno, il primo giugno scorso, ha inaugurato una politica più rigida e intransigente nei confronti del fenomeno migratorio, chiudendo i porti italiani alle imbarcazioni delle Ong e delle missioni europee. A metà luglio, Salvini ha chiesto alle autorità europee di considerare la Libia un porto sicuro, così da permettere anche alle imbarcazioni delle missioni straniere e delle Ong che effettuano attività di soccorso in mare di riportare i migranti nel Paese nordafricano. Tuttavia, l’UE ha replicato che “nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché non la considerano un porto sicuro”, in linea con la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo. Essendo una valutazione puramente giuridica, ha precisato l’Alto Rappresentante, Federica Mogherini, non c’è una decisione politica da prendere. 

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Sofia Cecinini

di Redazione

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