Human Rights Watch denuncia: la Turchia non registra più i rifugiati siriani

Pubblicato il 31 luglio 2018 alle 6:17 in Immigrazione Turchia

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Human Rights Watch (HRW) ha accusato la Turchia di aver smesso di registrare i rifugiati siriani ad Istanbul e in altre 9 province turche al confine con la Siria, suscitando la reazione dei funzionari turchi che hanno negato tali accuse, pubblicate da HRW, il 16 luglio, e riportate dal quotidiano Al-Monitor, il 27 luglio. L’organizzazione non governativa internazionale che opera in tutela dei diritti umani ha condotto una ricerca nel maggio 2018 e ha formulato la sua accusa dopo aver intervistato 32 siriani che avevano presentato domanda di protezione temporanea a Istanbul, Hatay e Gaziantep, tre province turche situate in prossimità del confine siriano.

In particolare, dalle interviste condotte ad Hatay, HRW ha rilevato che la polizia turca sta deportando i Siriani in gruppi composti da un massimo di 20 persone perché privi di permessi e documenti di protezione temporanea. Gli intervistati hanno aggiunto che coloro a cui è stato permesso di rimanere non avevano accesso ai servizi medici, educativi o similari in mancanza di quei documenti. Per tale ragione, le persone selezionate per le interviste hanno affermato che alcuni Siriani hanno deciso di rientrare nel loro Paese per poter usufruire di cure mediche urgenti o perché solo alcuni membri dei gruppi familiari avevano ottenuto la registrazione in Turchia. HRW ha spiegato che un permesso, anche temporaneo, “protegge i Siriani dall’arresto e dal rischio di espulsione. Li autorizza inoltre a ricevere assistenza sanitaria e istruzione, nonché a lavorare e cercare assistenza sociale, inclusa la Rete di Sicurezza Sociale di Emergenza finanziata dall’Unione Europea per i Siriani più vulnerabili”.

Secondo HRW, già il 30 ottobre 2017 il governatorato di Hatay, nell’annunciare che avrebbe scoraggiato i trafficanti dall’aiutare i Siriani ad entrare irregolarmente in Turchia, aveva informato che non avrebbe più registrato altri Siriani. Lo ha seguito, nel febbraio 2018, il ministero dell’Interno turco che ha annunciato che non avrebbe più registrato i Siriani a Istanbul. Tuttavia, secondo l’ong, quando HRW ha contattato i funzionari dell’Immigration Administration di Ankara, riferendo loro tali informazioni, i funzionari hanno risposto, il 13 giugno, negando l’interruzione delle registrazioni in qualsivoglia provincia turca. Ad oggi, Ankara non ha ufficialmente risposto alle accuse pubblicate, il 16 luglio, da HRW.

La Turchia affronta il flusso di profughi siriani dal 2011. Nell’aprile di quell’anno, il primo gruppo di Siriani ha attraversato il valico di frontiera di Cilvegozu, situato a sud est della città turca di Reyhanli, al confine con la Siria, dove da un mese era scoppiata la guerra entrata, ormai, nel suo ottavo anno. Quel primo gruppo di 250 rifugiati siriani che hanno ricevuto asilo in Turchia è stato seguito da molti altri. Oggi, la comunità siriana in Turchia si compone di quasi 4 milioni di persone. Sebbene Ankara abbia recentemente completato la costruzione di un muro di 564 chilometri al confine con la Siria, impedire l’ingresso irregolare dei rifugiati siriani è, di fatto, impossibile. Emblematico è, a tal proposito, l’esempio della provincia di Hatay dove, secondo HRW, i Siriani arrivano entrando da alcune aperture nella barriera, per poi raggiungere altre aree del Paese.

Al 28 giugno, la Turchia aveva registrato 3,56 milioni di rifugiati siriani. Tuttavia, secondo HRW, sono coloro che non sono stati registrati che affrontano la situzione peggiore in quanto si trovano bloccati in una sorta di limbo. “Queste sono persone che non possono tornare indietro, restare in Turchia né andare in Europa”, ha spiegato ad Al-Monitor il vicedirettore del Refugee Rights Program di HRW, Gerry Simpson, che, notando che le registrazioni sono state sospese proprio in quelle province in cui la concentrazione di Siriani è particolarmente elevata, ha ipotizzato che dietro vi sia un braccio di ferro interno fra province. Si tratterebbe cioè di un tentativo di quelle province di “costringerne altre a prendere più Siriani”.  Simpson, che non esclude neppure una “disputa tra Ankara e le province”, ha aggiunto che, poiché il 18 marzo 2016, Ankara ha concluso un accordo con l’Unione Europea “per bloccare i suoi confini settentrionali e occidentali”, la Turchia non può mandare i rifugiati in Europa ma neppure vuole ospitarli tutti. “Un modo per fermare ciò è erigere un muro o costringerli a tornare indietro o, se attraversano il confine, rifiutarsi di registrarli”, ha spiegato Simpson.

Attualmente la Turchia guarda con particolare attenzione a Idlib, la città del nord ovest della Siria, in prossimità del confine turco, dove i gruppi jihadisti si stanno riunendo. La preoccupazione di Ankara è che una migrazione di massa verso la Turchia possa verificarsi in seguito ad un eventuale attacco del regime siriano contro Idlib, unica provincia controllata interamente dai ribelli dal 19 luglio. Da una parte, fa notare Al-Minitor, “negare l’accesso ai civili metterebbe la Turchia sotto controllo internazionale”. Dall’altra, accogliere altre centinaia di migliaia di Siriani rappresenterebbe, per Ankara, un onere economico significativo. “Ecco perché chiediamo agli Europei di ricevere più Siriani”, ha sottolineato Simpson. Per tale ragione, HRW ha condiviso i risultati della sua ricerca con i funzionari europei e con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), esortandoli ad adottare provvedimenti nei confronti di Ankara.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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