Siria: la presenza russa sarà necessaria a lungo termine

Pubblicato il 27 luglio 2018 alle 10:00 in Russia Siria

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Il presidente siriano, Bashar al-Assad, giovedì 26 luglio, ha dichiarato che la presenza russa nel Paese sarà necessaria a lungo termine, e non solo per combattere il terrorismo.

Attualmente, il tema di discussione principale sul tavolo di Damasco e Mosca è il rapido ritorno dei rifugiati in Siria. Il 20 luglio, la Russia aveva proposto a Washington di cooperare a tal proposito, senza però raggiungere un accordo definitivo. L’offensiva di riconquista portata avanti del regime siriano, con il supporto della Russia, dal 19 giugno, ha causato la morte di più di 160 civili e costretto più di 330.000 persone a lasciare le loro case, molte delle quali si sono dirette verso il confine con la Giordania e con Israele. Tuttavia, alla luce del rifiuto di entrambi i Paesi mediorientali di accogliere i profughi in questione, il tema dei rifugiati rimane una delle priorità del regime di Bashar al-Assad e di conseguenza del Cremlino.

Un’altra questione importante per il presidente Assad rimane quella degli attivisti “White Helmets”, noti anche come caschi bianchi. A tal proposito, il leader siriano ha dichiarato che coloro che rifiutano l’amnistia offerta dal regime saranno trattati come terroristi. Ricordiamo che, il 22 luglio, circa 800 membri del gruppo di difesa civile dei caschi bianchi siriani sono stati evacuati dalla parte sud-occidentale del Paese verso la Giordania, insieme alle loro famiglie, passando per Israele, al fine di allontanarsi dall’offensiva governativa, spalleggiata dai rinforzi russi.  Nonostante i caschi bianchi si dichiarino neutrali nel conflitto in corso nel Paese, il regime di Assad rifiuta di lasciarli entrare nelle zone controllate dal suo esercito, pertanto la difesa civile siriana è localizzata principalmente nelle zone in mano ai ribelli. Tanto il governo siriano, quanto quello russo, accusano i caschi bianchi di prendere le parti dei ribelli.

Sempre nell’ambito della lotta al terrorismo, il presidente Assad ha affermato che la provincia di Idlib e le altre aree in cui sono presenti i terroristi rappresentano la priorità assoluta per le attività dell’esercito siriano.  La città del nord ovest della Siria, in prossimità del confine turco, è stata individuata come una delle 4 cosiddette “zone di de-escalation”, stabilite, il 3 e il 4 maggio 2017, da Iran, Russia e Turchia nel corso del processo di pace di Astana. In tale occasione, Teheran, Mosca e Ankara avevano firmato un memorandum, finalizzato all’istituzione di alcune “safe zones” in Siria, sulla base di un piano russo volto a favorire una tregua tra le parti coinvolte. Oltre a Idlib, le altre zone cuscinetto erano state individuate in diverse province di Homs, nel centro, nel sud del Paese e nell’enclave di Ghouta, vicino a Damasco. Ad oggi, la preoccupazione di Ankara è che una migrazione di massa verso la Turchia possa verificarsi in seguito ad un attacco del regime siriano contro Idlib, unica provincia controllata interamente dai ribelli da quando, il 19 luglio, migliaia di residenti sono stati evacuati dai due villaggi di Kafraya e Fuaa, ultime due aree sotto il controllo dei gruppi armati pro-regime, circondate dalle truppe ribelli. Il trasferimento dei residenti dei villaggi sul territorio governativo faceva parte di un accordo raggiunto il 17 luglio tra la Russia e la Turchia in cambio del rilascio di alcuni prigionieri dalle prigioni governative.

Tali sviluppi devono essere letti alla luce degli avvenimenti del 25 luglio. Nella data in questione, sono morte più di 215 persone in una serie di attacchi coordinati dell’ISIS nel sud della Siria. Nel Paese, dilaniato dalla guerra civile, c’è molta rabbia nei confronti delle autorità del regime, giudicate incapaci di garantire la sicurezza dei cittadini. Non a caso, le aggressioni sono avvenute mentre le forze governative attaccavano alcuni militanti ad ovest del Paese, con il supporto aereo russo, nei pressi delle alture del Golan e del confine con la Giordania. Una delegazione militare russa aveva recentemente visitato Sweida, una delle aree colpite, chiedendo ai leader della comunità di sancire l’arruolamento di milizie locali per partecipare ad un’offensiva, sostenuta dalla Russia, volta a riconquistare il territorio detenuto dai ribelli nella Siria sudoccidentale. Tale proposta tuttavia era stata rifiutata.

Dal marzo del 2011, la guerra civile in Siria ha causato circa 465.000 vittime, oltre un milione di feriti e ha costretto circa 12 milioni di persone, corrispondente alla metà della popolazione pre-guerra, ad abbandonare le proprie abitazioni. Il Ghouta orientale, l’area ad est della capitale, Damasco, è stata al centro dell’offensiva delle forze di Assad, ad aprile 2018, in seguito alla quale ci sono stati circa 1.000 morti tra cui 215 bambini e 145 donne. Il 12 aprile, l’intera l’enclave detenuta dai ribelli è stata presa dall’esercito siriano e dalle pattuglie della polizia militare russa, dopo che i gruppi d’opposizione hanno accettato di evacuare la zona. Nel nord della Siria, più precisamente nell’enclave curda di Afrin, sono schierate alcune truppe turche e ribelli siriani alleati pronti a confrontare la milizia curda sostenuta dagli Stati Uniti. Le forze alleate hanno attualmente in mano la città di Afrin, mentre i curdi controllano Raqqa, Qamishli e Hasakah. Le fazioni ribelli hanno recentemente perso il controllo della città di Daraa e alcune aree ad est e ad ovest, riconquistate dalle forze del presidente Assad. Il gruppo anti-regime controlla perciò sempre meno aree lungo il confine con la Giordania e presso le alture del Golan, occupate da Israele.

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Alice Bellante

di Redazione

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