Tensione USA-Iran, Zarif a Trump: “Sii cauto”

Pubblicato il 24 luglio 2018 alle 10:24 in Iran USA e Canada

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Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha replicato all’avvertimento del presidente degli Stati Uniti, Donal Trump, dichiarando che l’Iran è ben poco impressionato dal monito del leader della Casa Bianca che, nella serata del 22 luglio, su Twitter, ha intimato a Teheran di smettere di minacciare di Stati Uniti o di prepararsi ad affrontare “conseguenze che pochi nella storia hanno subito prima d’ora”.

“NON SIAMO IMPRESSIONATI: il mondo ha sentito sfuriate anche peggiori pochi mesi fa. E gli Iraniani le hanno sentite – anche se più civilizzate – per 40 anni. Siamo qui da millenni e abbiamo visto la caduta di molti imperi, incluso il nostro, che è durato più della vita di alcuni Paesi”, ha twittato Zarif, lunedì 23 luglio. “SIATE PRUDENTI!”, ha infine concluso il ministro iraniano, riprendendo le parole del presidente americano che, dopo aver avvisato il Paese mediorientale che gli Stati Uniti non sono più disposti a tollerare le “stupide parole di violenza e di morte” iraniane, ha intimato a Teheran di fare attenzione.

Reciprocamente ostili dalla rivoluzione iraniana del 1979, le relazioni tra Washington e Teheran sono sempre più complesse, specialmente dall’insediamento dell’amministrazione Trump che, come promesso in campagna elettorale, sta portando avanti una linea dura nei confronti dell’Iran. L’8 maggio gli Stati Uniti hanno annunciato il loro ritiro dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano, firmato il 14 luglio 2015, tra Teheran e i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia, più la Germania. L’accordo prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’ONU e dagli Stati Uniti, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e del consenso a sottoporre il suo programma nucleare a rigorose verifiche.

Successivamente, il 2 luglio, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato di aver elaborato una campagna di massima pressione economica e diplomatica su Teheran, consistente nell’imposizione di due tranches di sanzioni, operative a partire dal 4 agosto e dal 6 novembre, e nella richiesta a tutti i Paesi del mondo, specialmente ai partner e agli alleati americani, di smettere di acquistare il petrolio iraniano, in modo da ridurre a zero gli introiti di Teheran sulle venite di greggio. Tale campagna è stata ribadita, il 22 luglio, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che, in un discorso tenuto presso la Biblioteca Nazionale Ronald Reagan, a Simi valley, in California, ha accusato il governo iraniano di sfruttare le entrate del Paese per arricchirsi e per finanziare il terrorismo, paragonando i membri dell’esecutivo iraniano alla mafia.

L’Iran, dopo aver chiarito, in seguito al ritiro americano dal JCPOA, la sua volontà di rimanere parte dell’accordo con gli altri firmatari, e dopo aver deriso la dichiarata intenzione statunitense di bloccare le esportazioni di petrolio iraniano, minacciando la chiusura delle rotte petrolifere del Golfo Persico, ha messo in guardia gli Stati Uniti. Il 22 luglio, nel corso di una riunione i diplomatici iraniani, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha ammonito Trump di “non giocare con la coda del leone”, ricordando all’America che “la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre”.

D’altra parte, secondo Reuters, l’amministrazione Trump ha lanciato un’offensiva di discorsi e comunicazioni online per alimentare il disordine ed esercitare pressione sull’Iran affinchè interrompa il suo programma nucleare e il suo supporto a gruppi militanti. Ma, secondo Eric Swalwell, deputato democratico della Camera, dietro “all’invettiva infantile condotta su Twittere contro l’Iran” ci sarebbe molto di più. Ci sarebbe, in particolare, la volontà della Casa Bianca di distogliere l’attenzione dal vertice di Helsinki del 16 luglio, quando Trump ha incontrato Putin, portando avanti una linea che in molti hanno giudicato debole e che non ha mancato di attirare numerose critiche su Washington.

Sebbene sia diffuso da più parti il timore che l’escalation dello scontro verbale tra Washington e Teheran possa condurre ad uno scontro militare, alcuni funzionari iraniani hanno dichiarato a Reuters di ritenere improbabile che l’amministrazione Trump trascini gli Stati Uniti in un altro conflitto in Medio Oriente. La stessa agenzia di stampa afferma che uno scontro non sarebbe auspicabile per nessuna delle due parti. Non lo sarebbe per gli Stati Uniti, per i quali “uno scontro militare su vasta scala con l’Iran sarebbe uno sforzo importante e costoso che potrebbe eclissare la guerra degli Stati Uniti in Iraq”, nonché “distrarre dalle altre priorità di sicurezza nazionale, tra cui Russia e Corea del Nord”. Né lo sarebbe per l’Iran, dove il malcontento popolare è in crescita a causa di un’economia che non accenna a riprendersi, del deprezzamento del rial iraniano e della prospettiva di nuove e dure sanzioni statunitesi.

In ogni caso, per il momento, nessun commento è stato rilasciato da Washington in merito al tweet del ministro degli Esteri iraniano.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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