ISIS in Iraq: Kirkuk, Diyala e Salahuddin sono il “triangolo della morte”

Pubblicato il 24 luglio 2018 alle 11:13 in Iraq Medio Oriente

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Mesi dopo la sconfitta militare subita in Siria e in Iraq, avvenuta rispettivamente il 6 e il 9 dicembre 2017, i combattenti dell’ISIS stanno tornando all’attacco con una campagna di uccisioni e rapimenti, mista a tattiche di guerriglia.

Fonti militari e di intelligence hanno riferito a Reuters che, adesso che il sogno di creare un califfato in Medio oriente è tramontato definitivamente, l’ISIS ha mutato la propria strategia, ricorrendo a una serie di offensive mirate, volte a indebolire il governo di Baghdad. I terroristi, spiegano le fonti, si stavano già riorganizzando prima che le autorità irachene decretassero la loro sconfitta militare nel Paese. In particolare, in seguito alla vittoria del leader religioso sciita Mutqada al-Sadr alle elezioni parlamentari dello scorso 12 maggio, c’è stato un aumento nel numero di attacchi e rapimenti nelle province di Kirkuk, Diyala e Salahuddin, le quali hanno fatto crescere la pressione sul governo iracheno. I militanti si stanno concentrando sulle montagne Hemrin, a nord-est del Paese, che si estendono da Diyala, al confine con l’Iran, attraversando Salahuddin a nord e Kirkuk a sud, fino ad affacciare sull’autostrada principale dell’Iraq, che porta a Baghdad. I militari hanno soprannominato tale area “il triangolo della morte”. Nel mese di giugno, sono stati registrati complessivamente 83 rapimenti e uccisioni nelle tre province, la maggior parte dei quali si è verificata sull’autostrada che collega Baghdada alla provincia di Kirkuk. A maggio, invece, tale numero ammontano a 7, secondo quanto riportato da Hisham al-Hasmimi, esperto dell’ISIS e consigliere del governo iracheno.

In un incidente del 17 giugno, 3 uomini sciiti sono stati rapiti dai miliziani dello Stato Islamico che erano travestiti da poliziotti, presso un check-point dell’autostrada. Dieci giorni dopo, i loro corpi mutilati sono stati ritrovati imbottiti di esplosivo, pronti a far esplodere chiunque li avesse toccati. Un parente delle vittime, Bassem Khudair, in occasione di una commemorazione per i defunti presso la città santa sciita di Kerbala, ha affermato che le forze di sicurezza non sono cooperative. “Ho implorato i soldati iracheni di indagare sul rapimento, ma si sono rifiutati di farlo, quindi io e la mia famiglia abbiamo camminato per 10 o 12 km e abbiamo trovato i documenti dei nostri parenti per strada”, ha spiegato Khudair, aggiungendo che il giorno seguente, i rapitori dell’ISIS hanno telefonato dicendo che, se il governo non avesse liberato alcune prigioniere sunnite, avrebbero ucciso gli ostaggi. Nei giorni dopo, i militanti hanno chiamato nuovamente Khudair, il quale ha pregato i soldati iracheni di intervenire, senza tuttavia ricevere alcun aiuto. Nessuna delle agenzie di intelligence, secondo quanto riportato dall’uomo, ha accettato di tracciare la chiamata giornaliera dei terroristi per risalire al luogo in cui si trovavano. Dieci giorni dopo, i rapitori hanno riferito a Khidair che gli ostaggi erano stati uccisi.  

Il 19 luglio, Kirkuk è stata teatro di una serie di esplosioni e colpi di mortaio, che hanno causato il ferimento di 11 persone. Secondo quanto riportato da un funzionario della polizia locale, gli esplosivi sono detonati nei pressi del distretto commerciale della città. Nessuno ha rivendicato l’azione, ma è altamente probabile che sia stata opera dell’ISI, in quanto la dinamica dell’offensiva è la stessa delle operazioni che stanno compiendo i terroristi. La città di Kirkuk è uno dei centri urbani più eterogenei presenti in Iraq, poiché ospita arabi, curdi e turkmeni, le cui divisioni etniche e confessionali sono state accentuate dopo l’invasione guidata dagli Stati Uniti, il 20 marzo 2003. Per tali ragioni, la regione di Kirkuk, ricca di petrolio, è rivendicata non solo dai curdi, ma anche da Baghdad. I curdi avevano imposto il proprio controllo sulla città irachena il 12 giugno 2014, durante un’offensiva contro lo Stato Islamico nel nord del Paese. Tuttavia, nonostante nel corso dell’ottobre 2017 le autorità curde avessero schierato migliaia di Peshmerga vicino a Kirkuk per fronteggiare qualsiasi possibile minaccia da parte delle forze irachene, il 16 ottobre scorso, le forze di Baghdad sono entrate nella città, costringendo i Peshmerga a ritirarsi dal territorio, all’interno di una missione militare, definita “l’operazione per imporre la sicurezza a Kirkuk”.

Il presidente del Consiglio provinciale di Diyala, Ali al-Dani, ha riferito che, al momento, l’ISIS sembra avere un vantaggio sulle forze irachene, in quanto si sta spostando in diversi piccoli gruppi che sono difficili da individuare e da attaccare. Nello specifico, ogni cellula sarebbe composta da 3/5 militanti e, in ogni provincia, sarebbero attivi non più di 75 terroristi. Alla luce di ciò, ad avviso di al-Dani, è necessaria una maggiore collaborazione da parte delle agenzie di intelligence. “La situazione è confusionaria e la ragione del caos è legata alle forze di sicurezza irachene. Non c’è un comandante che dirige le operazioni nelle province e ciò rafforza i terroristi”, ha spiegato il presidente del Consiglio provinciale di Salahuddin, Ahmed al-Kareem.

Tali affermazioni sono state confermate anche da ufficiali di polizia e di intelligence locali, i quali hanno riferito che l’atteggiamento dell’esercito iracheno sta permettendo all’ISIS di riorganizzarsi e di continuare ad attaccare il Paese, indebolendo sempre di più il governo di Baghdad.  Da parte loro, i militari iracheni non si sono rifiutati di rilasciare commenti al riguardo, mentre la coalizione internazionale a guida americana che bombarda lo Stato Islamico in Siria e in Iraq ha reso noto che, al momento, l’Iraq non costituisce un rifugio sicuro per i terroristi.

Secondo fonti militari e di intelligence locali, in Iraq sarebbero rimasti complessivamente più di 1.000 combattenti, 500 dei quali attivi nelle aree desertiche, mentre il resto sulle montagne. L’attentato terroristico più mortale condotto dai militanti dell’ISIS in Iraq negli ultimi mesi si è verificato il 13 aprile, quando almeno 25 persone sono state uccise e altre 18 sono rimaste ferite durante un corteo funebre che stava entrando nel cimitero del villaggio di Asdira, situato a sud di Sharqat, nel nord del Paese. Le autorità di Baghdad hanno intrapreso una campagna contro le cellule dormienti dell’organizzazione

Nel frattempo, il 4 luglio, le forze irachene hanno lanciato un’operazione contro lo Stato Islamico per liberare la regione ad est dell’autostrada di Diyala-Kirkuk. Denominata “Vengeance for the Martyrs” o “vendetta per i martiri”, l’operazione coinvolgerà forze speciali, polizia e combattenti peshmerga curdi per scovare le cellule dell’ISIS ancora presenti nel Paese. Le truppe irachene per ora hanno distrutto 8 focolai del gruppo terroristico, oltre ad aver fatto esplodere 29 cariche esplosive a Diyala.

L’ondata di violenze tra gruppi armati e forze governative ha provocato oltre 5 milioni di sfollati all’interno dell’Iraq, lasciando inoltre più oltre 11 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari. L’Iraq ha dichiarato il crollo dell’influenza territoriale dello Stato Islamico il 9 dicembre 2017, dopo la riconquista di Rawa, una città ai confini occidentali di Anbar con la Siria, ultimo baluardo del gruppo in Iraq. 

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Sofia Cecinini

di Redazione

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