Scontro USA-Iran, Trump: “Non minacciateci mai più”

Pubblicato il 23 luglio 2018 alle 13:20 in Iran USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è scagliato contro l’Iran, mettendo in guardia Teheran di “non minacciare mai più gli Stati Uniti” o di essere pronta a subire conseguenze che “pochi nella storia hanno sofferto prima d’ora”. È quanto emerge dal tweet pubblicato, nella serata del 22 luglio, dal presidente americano, che ha concluso: “Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”.

L’agenzia di stampa della Repubblica Islamica iraniana (IRNA), di proprietà statale, ha reagito in poche ore, respingendo il tweet di Trump e descrivendolo come una “reazione passiva” alle osservazioni del presidente iraniano, Hassan Rouhani. Il tweet del leader della Casa Bianca segue un apparente avvertimento di Rouhani, che, secondo quanto riferito dai media di Stato, in una riunione di diplomatici iraniani, domenica 22 luglio, ha ammonito Trump di “non giocare con la coda del leone” e ha messo in guardia sul fatto che “l’America dovrebbe sapere che la pace con l’Iran è la madre di ogni pace e che la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre”.

Secondo quanto riferito a Reuters da alcuni anonimi funzionari americani, l’escalation nella retorica adoperata da Washington contro Teheran farebbe parte di un’offensiva lanciata dall’amministrazione Trump nei discorsi e nelle comunicazioni online, volta ad alimentare la pressione sull’Iran per porre fine al suo programma nucleare e al suo sostegno a gruppi militanti.  In particolare, il tweet di Trump arriva dopo il discorso tenuto, nella serata del 22 luglio, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, presso la Biblioteca Nazionale Ronald Reagan, a Simi Valley, in California. In quell’occasione, il funzionario americano ha accusato il governo iraniano di sfruttare le entrate del Paese per arricchirsi e per finanziare il terrorismo, a danno del popolo iraniano. “Per il regime, prosperità, sicurezza e libertà per il popolo iraniano sono vittime accettabili sulla strada per realizzare la Rivoluzione”, ha affermato Pompeo, che ha aggiunto che “il livello di corruzione e di ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è gestito da qualcosa che assomiglia più alla mafia che a un governo”. Il segretario di Stato americano ha altresì accusato la Guida Suprema dell’Iran e massimo esponente nazionale del clero sciita, Ali Khamenei, di essere in possesso di un fondo personale del valore di 95 miliardi di dollari e ha promesso un sostegno non specificato agli iraniani insoddisfatti del loro governo, aggiungendo che l’agenzia indipendente del governo americano, Broadcasting Board of Governors (BBG), sta adottando misure per aggirare la censura di Internet in Iran e creare un canale Farsi “così che gli iraniani ordinari in Iran e in tutto il mondo sapranno che l’America sta con loro”.

Fin da quando si è insediata, l’amministrazione Trump sta portando avanti una linea dura nei confronti dell’Iran, promessa dall’attuale presidente americano nel corso della campagna elettorale. Uno dei momenti di massima tensione fra Washington e Teheran si è verificato l’8 maggio, quando gli Stati Uniti, che considerano l’Iran il principale nemico in Medio Oriente, hanno annunciato il loro ritiro dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano, firmato il 14 luglio 2015, tra Teheran e i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina, più la Germania. L’accordo prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli Stati Uniti, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e del consenso a sottoporre il programma nucleare a rigorose verifiche. Trump ha giustificato il recesso americano sostenendo, fra le altre cose, che l’accordo non era riuscito a limitare il presunto finanziamento dell’Iran ai gruppi estremisti attivi in Medio Oriente. Poco dopo l’annuncio statunitense, Teheran aveva dichiarato che sarebbe rimasta nell’accordo, nonostante l’assenza di Washington, con gli altri Paesi firmatari e che, al contrario degli Stati Uniti, ne avrebbe sempre rispettato i principi.

Sebbene Teheran continui a ribadire che la sua attività nucleare è destinata esclusivamente alla produzione di elettricità e altri progetti pacifici, la tensione con Washington non appare in procinto di placarsi. “In questo momento gli Stati Uniti stanno intraprendendo una campagna di pressione diplomatica e finanziaria per tagliare i fondi che il regime usa per arricchirsi e sostenere morte e distruzione”, ha spiegato Pompeo, il 22 luglio. “Stiamo chiedendo a tutte le nazioni che sono stanche del comportamento distruttivo della Repubblica Islamica di unirsi alla nostra campagna di pressione”, ha concluso il funzionario americano.

Il riferimento, in particolare, è al 2 luglio, quando il Dipartimento di Stato americano, dopo aver accusato l’Iran di non essere un Paese “normale”, di terrorizzare le altre nazioni, produrre missili, impoverire la sua stessa gente e portare avanti politiche destabilizzanti, ha annunciato di aver elaborato una campagna di massima pressione economica e diplomatica su Teheran. Tale campagna consiste, innanzitutto, nell’imposizione di sanzioni che entreranno in vigore in due tranches, il 4 agosto e il 6 novembre. Washington ha altresì chiesto a tutti gli alleati e partener americani nel mondo di tagliare le importazioni di petrolio iraniano, in modo da ridurre a zero gli introiti di Teheran sulle vendite di greggio. Rouhani, da parte sua, ha deriso la minaccia statunitense di fermare le esportazioni petrolifere iraniane, ricordando che l’Iran ha una posizione dominante nel Golfo Persico e, in particolare, nello Stretto di Hormuz, importante rotta petrolifera che l’Iran ha minacciato di chiudere al transito delle navi.

In merito alle conseguenze del tweet, la CNN mette in guardia sul fatto che l’affermazione di Trump potrebbe essere interpretata “come una minaccia di guerra dagli intransigenti di Teheran”. Tuttavia, secondo il generale Gholam Hossein Gheibparvar, capo della forza paramilitare dei Basij, gli Stati Uniti “non oseranno” intraprendere un’azione militare contro l’Iran, i cui missili possono colpire la maggior parte del Medio Oriente. D’altra parte, mette in guardia Trita Parsi, capo del National Iranian American Council, organizzazione non-profit con sede a Washington, “le azioni e le parole dell’amministrazione Trump semplicemente non sono compatibili con alcuna politica se non quella di fomentare disordini e destabilizzare l’Iran”.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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