Myanmar: segretario del Comitato per la risoluzione della crisi dei Rohingya si dimette

Pubblicato il 21 luglio 2018 alle 8:11 in Asia Myanmar

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Kobsak Chutikul, il segretario tailandese del Comitato per l’Attuazione delle Raccomandazioni dello Stato di Rakhine, che ha il compito di indirizzare il Myanmar verso la risoluzione della crisi dei Rohingya si è dimesso, compromettendo ulteriormente la credibilità del consiglio, designato per dimostrare l’impegno del Paese per risolvere la problematica.

Secondo quanto riportato da Kobsak stesso, la commissione di esperti locali e stranieri, che si è riunita questa settimana per la terza volta nella capitale del Paese, Naypyidaw, è “tenuta al guinzaglio” e ha raggiunto pochissimi risultati nei 6 mesi dalla sua formazione. Ad esempio, secondo due persone, la quale testimonianza è stata riportata da Reuters, durante gli incontri di luglio un membro della commissione, il politico svedese Urban Ahlin, aveva proposto di dare la cittadinanza ai Rohingya, ma era stato interrotto da un ministro del governo, Kyaw Tint Swe.

Kobsak ha dichiarato che al comitato è vietato accettare fondi internazionali o istituire un ufficio permanente, mentre gli è concesso di condurre i suoi incontri online. Alcuni rappresentanti dell’esercito si sono rifiutati di riunirsi con il consiglio, rifiutandosi altresì di rilasciare commenti. Il segretario tailandese ha aggiunto che teme che il comitato cercherà di sviare l’attenzione dai Rohingya, dando la falsa impressione che il lavoro a riguardo stia proseguendo.

Kobsak ha aggiunto che per meglio indirizzare il lavoro internazionale nei confronti dei Rohingya, sarebbe meglio affidare la guida del comitato alla nuova ambasciatrice della Nazione Unite presso il Myanmar, Christine Schraner Burgener, che tuttavia non ha rilasciato alcun commento.

Un membro locale della commissione, Win Mra, il presidente della Commissione Nazionale per Diritti Umani del Myanmar, ha respinto le critiche, affermando che il consiglio sta effettivamente lavorando. “Il governo sta mettendo in pratica i nostri suggerimenti e gli sviluppi sono palesi. Non si può dire che non ci siano stati cambiamenti” ha aggiunto Mra.

Il comitato era stato creato dal governo del Myanmar per attività di consulenza riguardo l’attuazione di una serie di raccomandazioni fatte da una commissione precedente, guidata dall’ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, per risolvere la crisi nello Stato occidentale di Rakhine, che da anni è colpito da una serie di tensioni etniche e religiose che interessa la minoranza etnica dei Rohingya. Il comitato aveva avuto una precoce battuta d’arresto quando Bill Richardson, politico statunitense e uno dei 5 membri internazionali originali, era andato via dalla prima serie di incontri, a gennaio 2018, definendoli “una copertura” del leader del Myanmar, Aung San Suu Kyi. Dopo essersi dimesso, Richardson aveva accusato Suu Kyi di mancare di “leadership morale”. In occasione di quell’episodio, l’ufficio della leader birmana aveva spiegato che il politico statunitense stava “seguendo la sua agenda” e gli era stato chiesto di dimettersi.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta come minoranza ufficiale del Paese e, per questo, dall’ottobre 2016, sono oggetto di una violenta campagna militare condotta dall’esercito del Myanmar, in risposta a una serie di attacchi effettuati dai militanti estremisti dell’ARSA, un’organizzazione nata con lo scopo di difendere la minoranza etnica. I Rohingya sono stati spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Myanmar. Tali attività hanno subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto, quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya hanno attaccato alcune stazioni di polizia. In seguito a tale avvenimento, le forze di sicurezze del Myanmar erano state accusate di aver commesso stupri e uccisioni di massa, che le Nazioni Unite avevano definito “un esempio da manuale di pulizia etnica”, ma il governo del Myanmar ha respinto tutte le accuse.

Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, circa 700.000 Rohingya avrebbero lasciato il Paese per rifugiarsi in Bangladesh a seguito dell’avvio dell’offensiva guidata dall’esercito nazionale. La gravità della situazione aveva spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo era stato raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione di Chiara Romano

di Redazione

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