Hong Kong: governo vuole bandire partito, cittadini protestano

Pubblicato il 21 luglio 2018 alle 16:04 in Asia Hong Kong

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Centinaia di manifestanti a favore della democrazia di Hong Kong si sono riversati per le strade, sabato 21 luglio, per protestare contro il tentativo del governo di bandire un partito politico, affermando che tale atteggiamento è la più seria minaccia alla libertà di associazione dal ritorno del controllo cinese sulla regione.

Gli organizzatori della manifestazione contro la decisione del governo hanno dichiarato che alla protesta hanno partecipato circa 1.200 persone, mentre secondo i dati della polizia sono state solamente 600 al picco.

Martedì 17 luglio, il rappresentante del Partito Nazionale di Hong Kong, Andy Chan, aveva ricevuto dalla polizia 700 pagine di documenti contenenti alcuni suoi vecchi discorsi e attività alle quali l’uomo deve rispondere. Il segretario della sicurezza della città, John Lee, ha dichiarato che, martedì 17 luglio, la polizia gli aveva chiesto di bandire il Partito Nazionale di Hong Kong, che promuove apertamente la secessione della regione della Cina continentale. Lee non ha ancora bandito ufficialmente il gruppo, sottolineando che i leader del partito hanno 21 giorni per giustificare il comportamento del partito e spiegarsi. L’uomo ha dichiarato che a Hong Kong esiste ancora la libertà di associazione, così come dettato dalla Basic Law, la Costituzione del Paese, ma che “quel diritto non è libero da restrizioni”, che potrebbero essere fatte in base ad alcune ragioni quali sicurezza nazionale o pubblica, ordine pubblico, protezione della salute o della morale e la protezione dei diritti e delle libertà altrui. Se Lee bandirà il partito, chiunque sia membro del gruppo, ne partecipi agli incontri o finanzi l’organizzazione, potrebbe essere soggetto a una multa pari a 50.000 dollari di Hong Kong e a due anni in carcere.

Secondo Reuters, è la prima volta, da quando Hong Kong è stata consegnata alla Cina dal Regno Unito, nel 1997, che il governo si è avviato per dichiarare fuori legge una organizzazione politica. Una delle partecipanti alla manifestazione, Isabella Yeung, ha spiegato che, tuttavia, il partito non ha intrapreso alcuna azione e non ha causato violenze, ma ha solamente espresso la propria idea. Benny Tai, un professore di legge dell’Università di Hong Kong, ha dichiarato che la decisione di bandire il Partito Nazionale di Hong Kong è parte di un trend più vasto, che prevede l’utilizzo di leggi esistenti per bandire le libertà politiche.

Da parte sua, il Partito Nazionale di Hong Kong ha dichiarato, attraverso un post pubblicato su Facebook, di aver perso la fiducia nello stato di diritto. “Il nostro partito e i movimenti per l’indipendenza stanno lottando per mandare via i colonizzatori cinesi. Oggi, noi cittadini di Hong Kong ci opponiamo ai nostri nemici, quei colonizzatori cinesi e le loro marionette del nostro governo attuale, ed è questo antagonismo a definire il nostro movimento. Il Partito Nazionale di Hong Kong richiede quindi a tutti i sostenitori e a simpatizzanti della causa di capirlo e di fornire il loro supporto a qualsiasi a causa e atto che danneggi gli interessi della Cina”.

Anche il Foreign and Commonwealth Office, il dicastero del Regno Unito responsabile della promozione degli interessi del Paese all’estero, si è detto preoccupato della decisione del governo di Hong Kong di proibire al partito pro-indipendenza di continuare con le sue operazioni. In una dichiarazione diffusa mercoledì 18 luglio, l’ufficio britannico ha ricordato che i cittadini di Hong Kong detengono il diritto di candidarsi alle elezioni e la libertà di parola e di associazione, secondo quanto dichiarato dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti della regione. “Il Regno Unito non sostiene l’indipendenza di Hong Kong, ma il suo alto grado di autonomia, i suoi diritti e le sue libertà, che sono fondamentali per il suo stile di vita, ed è quindi importante che vengano rispettati” si legge nella dichiarazione.

Hong Kong, dopo un secolo di dominazione britannica, è tornata sotto la sovranità della Repubblica Popolare Cinese il 1 luglio 1997. Negli ultimi vent’anni, l’isola è stata governata secondo il principio “un Paese, due sistemi”, in base al quale Hong Kong ha potuto mantenere un certo grado di autonomia e non adeguarsi al comunismo della Cina continentale, grazie agli accordi raggiunti tra Pechino e Londra a partire dalla dichiarazione di intenti del 1984. Secondo il governo cinese, si è trattato di un ventennio di successo. Intanto, sull’isola aumenta la preoccupazione per il maggiore controllo che il governo centrale cinese esercita sulla politica interna e per lo stallo del processo che dovrebbe portare alla creazione di una piena democrazia.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione di Chiara Romano

di Redazione

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