Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo rispondono all’appello di Conte: accoglieranno 50 migranti ciascuno

Pubblicato il 16 luglio 2018 alle 10:17 in Europa Immigrazione Italia

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Le autorità italiane hanno confermato che Malta, Francia, Germania, Spagne e Portogallo accoglieranno 50 migranti ciascuno dei 450 stranieri soccorsi nel corso del fine settimana passato nel Mediterraneo. Secondo il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, si tratta di una grande vittoria, anche se chiede un ulteriore sforzo di solidarietà da parte dei governi europei. La notizia è stata annunciata dal premier Giuseppe Conte, il quale ha reso noto che La Valletta, Parigim Madrid, Lisbona e Berlino avevano risposto alla sua richiesta di appoggio ai governi dell’Unione Europea per dividersi la gestione dei migranti salvati. “E’ un risultato molto importante”, ha scritto Conte su Facebook, pubblicando anche una copia della lettera inviata agli ufficiali della Commissione Europea, nella quale ha esortato gli altri membri dell’UE a mostrarsi solidali verso l’Italia.

I 450 migranti erano stati salvati da un peschereccio nella giornata di venerdì 13 luglio. Subito dopo, le autorità maltesi e italiane avevano iniziato a discutere sullo sbarco e sulla loro accoglienza. Da una parte, La Valletta sosteneva di aver adempiuto ai propri obblighi, monitorando l’imbarcazione e chiedendo se necessitasse aiuto. Quest’ultima, secondo quanto riferito da Malta, aveva risposto che intendeva procedere verso Lampedusa. Dall’altra parte, Roma aveva insistito che Malta dovesse aprire i propri porti e accogliere il peschereccio. La mattina del 14 luglio, gli stranieri sono stati fatti salire a bordo di un’imbarcazione della Frontex, l’agenzia europea della guardia costiera e di frontiera, e su una nave della polizia di confine italiana. Il governo maltese ha poi reso noto che il primo ministro, Joseph Muscat, aveva acconsentito al ricollocamento dei migranti, decidendo di accoglierne 50.

Domenica 15 luglio, Salvini ha annunciato che anche l’Italia permetterà ad alcuni dei 450 stranieri di sbarcare in Sicilia. “Ho monitorato la situazione a bordo delle due navi che stanno viaggiando in acque italiane. Tra i migranti ci sono 16 madri e 11 bambini che verranno fatti sbarcare nelle prossime ore”, ha chiarito il ministro. Al momento, Salvini non ha chiarito quando avverrà lo sbarco dei 200 migranti tra Francia, Germania, Malta, Spagna e Portogallo, tuttavia, secondo quanto riportato da Reuters, è possibile che altri Paesi europei risponderanno all’appello di Conte.

Il gruppo Visengrad, composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, tuttavia, si è già schierato a sfavore della richiesta italiana, sostenendo che i migranti dovrebbero essere riportati in Libia, da dove sono partiti, e che dovrebbero essere aiutati nei loro Paesi invece che essere accolti nell’UE. Sulla stessa linea, Salvini sostiene che gli Stati europei dovrebbero fare in modo che i migranti vengano bloccati ancor prima di salpare dalle coste del Nord Africa, o essere rimandati a bordo di imbarcazioni sicure nei porti da dove sono partiti, inclusi quelli libici. Tuttavia, secondo il diritto internazionale, i rifugiati non possono essere rinviati nei Paesi in cui la loro vita sarebbe in pericolo. Sia l’Onu sia l’UE hanno dichiarato che, ancora oggi, la Libia non è un luogo sicuro. Occorre ricordare che il Paese africano costituisce ormai da anni il principale porto di partenza dei flussi migratori diretti in Italia e in Europa, attraverso il Mediterraneo. Da quando il regime dittatoriale di Muammar Gheddafi è stato rovesciato, nell’ottobre 2011, la Libia non è mai riuscita a compiere una transazione democratica. Il potere politico è ancora diviso in due governi: il primo a Tripoli, appoggiato dall’Onu e dall’Italia; il secondo a Tobruk, sostenuto da Russia ed Egitto. I trafficanti di esseri umani, da tempo, stanno traendo vantaggio da questa situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati.

Il 7 luglio, in occasione della visita del ministro degli Esteri, Enzo Moavero, a Tripoli, dove ha incontrato il premier del Governo di Accordo Nazionale (GNA), Fayez Serraj, è stato riattivato il Trattato di amicizia, partenariato e collaborazione tra i due Paesi, concluso il 30 agosto 2008 a Bengasi dall’ex dittatore libico, Muammar Gheddafi, e dall’allora premier italiano, Silvio Berlusconi. Tale trattato, tra le varie misure, prevede il rimpatrio dei migranti in territorio libico. Originariamente, l’obiettivo dell’accordo era quello di rilanciare le relazioni fra Roma e Tripoli dopo 40 anni di alti e bassi. Il patto prevedeva investimenti italiani in Libia per una cifra pari a 4,2 miliardi di euro, come compensazione alla colonizzazione del Paese africano da parte di Roma in cambio, dell’impegno libico a impedire ai i migranti irregolari di partire dalle proprie coste. Il trattato era stato poi sospeso nel febbraio del 2011, allo scoppio della rivoluzione.

All’inizio del mese di luglio, in occasione di una serie di incontri con il vice premier di Tripoli, Ahmed Maiteeg, Salvini aveva altresì dichiarato di voler porre fine all’embargo internazionale sulle armi in Libia, facendo notare che, in qualsiasi caso, i trafficanti continuerebbero ad aggirarlo. Maiteeg sostiene che, a causa dell’embargo, la Libia non può acquistare i mezzi necessari alle guardie costiere per le operazioni di controllo e nemmeno l’equipaggiamento necessario alla polizia per tenere in sicurezza in territorio. Tali restrizioni furono imposte il 26 febbraio 2011 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con l’adozione all’unanimità della Risoluzione 1970, che impose un embargo illimitato sulla fornitura di armi e materiale militare da e verso la Libia. Il 12 giugno scorso, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha esteso l’embargo per un altro anno, adottando la Risoluzione 2420. L’organizzazione ha anche specificato che la sua responsabilità primaria è la manutenzione della pace e della sicurezza internazionale, ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, e ha ribadito che il terrorismo, in tutte le forme e manifestazioni, costituisce una delle più gravi minacce per la comunità internazionale. La decisione prevede che il Segretario generale riferisca al Consiglio di sicurezza di redigere un rapporto sull’attuazione della Risoluzione entro 11 mesi.

Nel frattempo, lunedì 16 luglio, è stato reso noto che la nave della Ong spagnola Proactiva open Arms si sta dirigendo verso la zona di ricerca e soccorso del mare libico, seguita a distanza dallo yatch Astral della stessa organizzazione. Su Facebook i suoi membri hanno scritto che “anche se l’Italia chiude i porti, non può mettere porte in mare”. “Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, ma solo vite umane in pericolo. E troppo morti sul fondale”, ha specificato la Ong spagnola. Da parte sua, Salvini ha replicato: “Risparmino tempo, fatica e denaro, sappiano che i porti italiani non sono disponibili”.

La Conferenza Episcopale italiana (Cei) ha ricevuto un appello, lunedì 16 luglio, il quale da reso noto che è sempre più dilagante “la cultura del rifiuto, paura degli stranieri, razzismo e xenofobia, che è diffusa persino tra i rappresentanti delle istituzioni”. La lettera, firmata da decine di persone, tra cui preti, prelati, religiosi, religiose, laici, parroci, direttori della Caritas e docenti universitari, è stata inviata sia alla Cei sia a tutti i vescovi singolarmente.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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