Come Israele e Egitto controllano Gaza

Pubblicato il 13 luglio 2018 alle 12:27 in Egitto Palestina

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Una delegazione di Hamas, guidata dal vice capo dell’ala politica dell’organizzazione, Saleh al-Arouri, si è recata al Cairo l’11 luglio. In seguito a tale incontro, il movimento palestinese dovrà dimostrare la propria volontà di far progredire il processo di riconciliazione con Fatah, l’organizzazione paramilitare e politica palestinese rivale di Hamas, altrimenti l’Egitto chiuderà il valico di Rafah, l’unico passaggio tra Gaza e il mondo esterno, esclusa Israele.

Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha incaricato il capo dei servizi segreti, il generale Abbas Kamel, di mediare il conflitto tra le due parti. Il 4 luglio, Azzam al-Ahmad, membro del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha dichiarato che il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, è fortemente convinto di ottenere il controllo delle forze di sicurezza di Gaza come parte del processo di riconciliazione. Tuttavia, Abbas, ad 83 anni, aveva anche previsto di concludere la riconciliazione prima di terminare il suo mandato con dignità e andare in pensione.

Secondo quanto riporta al-Monitor, l’Egitto ha 3 ragioni per portare avanti il processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah.

Il primo obiettivo è alleviare la profonda crisi umanitaria in corso a Gaza e, allo stesso tempo, interrompere i legami tra le forze islamiste presenti nella penisola del Sinai e nella Striscia.

Il secondo intento è supportare l’Autorità Palestinese (AP) nella riconquista di Gaza.  Tale finalità emerge dal fatto che l’Egitto è consapevole che, nel caso in cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, riuscirà a raccogliere un miliardo di dollari dagli Stati del Golfo per riabilitare Gaza e sviluppare progetti economici, l’AP dovrà essere l’unica autorità competente nel territorio. In assenza di tali condizioni, nessuna ricostruzione sarà possibile. Se Hamas rimarrà al potere, Gaza rimarrà come negli ultimi 11 anni.

La terza ragione per supportare la riconciliazione ha a che fare con le tensioni inter-arabe. Il coinvolgimento del Qatar nella Striscia di Gaza è altresì percepito dall’Egitto come un disturbo e una minaccia. Ciò accade non solo alla luce del desiderio egiziano di rimanere il leader del mondo musulmano sunnita, ma anche perchè il ruolo del piccolo e ricco emirato nel più importante sbocco mediatico del mondo arabo non è qualcosa da sottovalutare, secondo l’analisi di al-Monitor. A ciò si aggiunge che l’Egitto è risentito per le attività dell’inviato qatarino, Mohammed al-Amadi, a Gaza. La missione di al-Amadi è altresì in parte analoga a quella egiziana, dal momento che prevede non solo la mediazione tra Hamas e Israele, ma anche la riconciliazione tra il movimento e Fatah.

In tale contesto, la chiusura della traversata di Rafah deve essere letta, in primo luogo, come un segnale del fatto che la leadership di Hamas sta dando troppo spazio ad Amadi e, in secondo luogo, come promemoria del fatto che le chiavi della Striscia di Gaza sono ancora al Cairo. In poche parole, l’Egitto usa il valico di frontiera come punto di pressione su Hamas, esattamente come fa Israele. A conferma di ciò, il 9 luglio, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato la chiusura della traversata di Kerem Shalom, l’unico punto di scambio merci tra Israele e Gaza. Il premier dello Stato Ebraico ha dichiarato che la decisione è stata presa in risposta ai continui aquiloni e palloncini incendiari che hanno devastato migliaia di ettari di campi israeliani. Alla luce di ciò, solo aiuti umanitari essenziali, cibo, carburante e forniture mediche saranno autorizzati ad entrare a Gaza. La fornitura di altre materie prime, come materiali di costruzione, e merci considerate “di lusso”, come vestiti o dolciumi, è stata interrotta. Le nuove restrizioni sono entrate in vigore il giorno in cui il team di Hamas ha raggiunto il Cairo. Inoltre, la tempistica della chiusura di Kerem Shalom è stata un duro promemoria del fatto che, in assenza di “dolorosi compromessi”, anche l’Egitto avrebbe chiuso la propria traversata, aperta dall’inizio del Ramadan, a metà maggio, per il passaggio di persone e merci.

Una fonte di Gaza afferma che ci sia uno stretto coordinamento tra Egitto e Israele, il quale dovrebbe implicare anche una divisione delle responsabilità. Non a caso, lo Stato Ebraico vuole liberarsi il più possibile dalla dipendenza di Gaza e spera di diventare un fornitore “di secondo livello”, cioè secondo all’Egitto, nel garantire i bisogni dei 2 milioni di residenti della Striscia. Da parte sua, invece, il Paese a cavallo tra Africa e Medio Oriente è consapevole che il valico di Rafah aumenta la dipendenza di Gaza, tuttavia considera ciò come un vantaggio. La crescente subordinazione della Striscia fornisce un’arma efficacie contro Hamas, dal momento che l’Egitto può aprire i suoi confini per la fornitura di beni e materie prime che Israele vieta costantemente e chiudere il valico se il movimento non si comporta come ci si aspetta.

Secondo al-Monitor, queste sono le nuove regole dettate dall’Egitto e Hamas non ha molta scelta. La traversata di Rafah è aperta da quasi 2 mesi e il movimento ha chiaramente sentito la differenza. La chiusura di Kerem Shalom è stata accolta con indifferenza virtuale sulle strade di Gaza, dato che la Striscia ha ora un’alternativa di approvvigionamento, anche se condizionale.

Tornando al processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah, è importante menzionare che l’Egitto ha promesso una serie di misure benefiche per Gaza, oltre al passaggio di Rafah, nel caso in cui il movimento mostrasse flessibilità e raggiungesse un’intesa con Abbas per la risoluzione del conflitto. Tali provvedimenti includerebbero la creazione di una zona industriale nel Sinai settentrionale, la quale potrebbe fornire posti di lavoro agli abitanti di Gaza, aumentare le forniture di energia elettrica all’enclave e coinvolgere la costruzione di un gasdotto finalizzato a rifornire regolarmente Gaza. Da tutto ciò emerge che l’Egitto sta assumendo maggiori responsabilità nei confronti di Gaza, offrendo a Israele un’opportunità unica e irripetibile per liberare il nodo giordano con la Striscia.

Tuttavia, Hamas non è l’unico attore rilevante nel processo di riconciliazione. Il leader palestinese Abbas ha ripetutamente rifiutato di portare avanti i negoziati, fino a quando Hamas cesserà di insistere sul mantenimento del controllo di tutte le forze di sicurezza presenti a Gaza, respingendo inoltre la richiesta di disarmare la sua ala militare nota come Izz ad-Din al-Qassam. Tuttavia, secondo la fonte di Gaza, citata più volte da al-Monitor, ora Abbas sarebbe pronto a scendere a compromessi. A conferma di ciò, alcuni funzionari dell’Autorità Palestinese ritengono che ci siano progressi nell’ambito della riconciliazione e che il ritorno dell’AP a Gaza potrebbe offrire un’alternativa al progetto di pace israelo-palestinese di Trump, respinto ancor prima della presentazione poiché di parte, ovviamente israeliana.

Secondo l’organizzazione mediatica globale che copre il Medio Oriente, al-Monitor, centinaia di milioni di dollari necessari alla ricostruzione di Gaza confluiranno nelle casse dell’AP, e Abbas avrà un ruolo significativo nel processo di riabilitazione.

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Alice Bellante

di Redazione

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