Sud Sudan: esteso mandato del presidente fino al 2021

Pubblicato il 12 luglio 2018 alle 20:23 in Africa Sud Sudan

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il Parlamento del Sud Sudan ha votato, giovedì 12 luglio, l’estensione del mandato presidenziale dell’attuale leader, Salva Kiir, fino al 2021, mossa che, secondo l’agenzia di stampa Reuters, potrebbe mettere a rischio lo svolgimento dei colloqui di pace tra governo e ribelli iniziati il 19 giugno 2018 e ancora in fase di discussione. Il portavoce del Parlamento, Anthony Lino Makana, ha annunciato che “l’emendamento alla Costituzione è stato approvato dall’Assemblea legislativa nazionale”.

Il presidente del comitato di informazione del Parlamento, Paul Youani Bonju, ha dichiarato che l’estensione del mandato, che varrà anche per vicepresidenti, magistratura e governatori, rafforzerà il potere negoziale della squadra di governo nei colloqui di pace con i ribelli. Il prossimo incontro è previsto a Khartoum, in Sudan.  I gruppi ribelli, guidati dal leader Riek Machar, avevano già dichiarato, prima della votazione, che l’emendamento alla Costituzione sarebbe stato illegale. Giovedì 12 luglio, essi hanno ribadito la loro opposizione: “Ci dispiace per la svolta in quanto mostra che il regime sta giocando al tavolo dei negoziati. La comunità internazionale non dovrebbe riconoscere questa mossa e il regime dovrebbe essere dichiarato regime canaglia”, ha riferito a Reuters, tramite conversazione telefonica da Nairobi, il portavoce del gruppo antigovernativo Sudan People’s Liberation Movement in Opposition (SPLM-IO), Mabior Garang de Mabior. L’emendamento alla Costituzione estenderà il mandato del presidente e degli altri funzionari fino al 12 luglio 2021. La proposta di modifica della legge costituzionale era stata presentata al Parlamento all’inizio di luglio.

I ribelli del Sud Sudan avevano già respinto, lunedì 9 luglio, il piano per la pace, concordato sabato 7 luglio tra il leader Riek Machar e il presidente Salva Kiir, perché secondo loro non limiterebbe abbastanza l’ampio raggio di potere di cui gode quest’ultimo. L’accordo era stato raggiunto durante il terzo round di colloqui, svoltosi in Uganda, e metteva al centro l’idea della condivisione del potere tra fazione ribelle e governativa, concedendo al leader Machar di riassumere il suo vecchio incarico di vicepresidente. Tuttavia, un ufficiale del SPLM-IO aveva affermato, lunedì 9 luglio, che l’accordo non era accettabile perché il potere del presidente Kiir non veniva di fatto per nulla attenuato.

Dopo aver raggiunto l’indipendenza, il 9 luglio 2011, il Sud Sudan, anche grazie alle ingenti risorse petrolifere di cui dispone il territorio, era pronto a risollevare la sua economia e a stabilizzarsi. Tuttavia, le tensioni tra i due principali leader del Paese, Salva Kiir e Riek Machar, hanno presto causato l’inizio di una dura guerra civile che sarebbe durata circa 5 anni. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno cominciato a scontrarsi con quelli di etnia nuer, guidati da Machar e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM).

Per evitare di essere ucciso, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica. La pace, raggiunta nell’agosto 2015, aveva portato alla creazione di un governo di transizione. Tuttavia, già nell’aprile 2016, Machar e i suoi uomini erano tornati a Juba e il leader aveva riacquisito la sua carica. Sebbene Kiir e il suo rivale cerchino di mantenere l’ordine nel Paese, scontri su larga scala si verificano periodicamente e una parte dell’esercito ancora sostiene il progetto di una guerra a oltranza.

Le potenze occidentali hanno avvertito che se l’accordo di pace non venisse rispettato, come successo nel 2016, dure sanzioni saranno rivolte al Sud Sudan dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’1 giugno 2018, il Consiglio ha adottato una risoluzione, non ancora in vigore, secondo la quale verranno applicati un embargo sulle armi e sanzioni contro 6 persone, tra cui il capo della Difesa, se il combattimento non si fermerà e non si raggiungerà un accordo. Anche gli Stati Uniti, principale donatore umanitario del Paese, hanno manifestato crescente impazienza nei confronti delle parti in guerra, minacciando l’applicazione della risoluzione.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.