Turchia: 5 sfide di politica estera per il presidente Erdogan

Pubblicato il 10 luglio 2018 alle 6:29 in Medio Oriente Turchia

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Partirà il 9 luglio il nuovo mandato presidenziale di Recep Tayyip Erdogan e con esso partiranno anche le nuove sfide che il leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) dovrà affrontare, in un contesto per molti aspetti diverso, rispetto a quello del 2014 quando, eletto presidente con il 51,79% dei voti, si è insediato per la prima volta ai vertici di Ankara. Diverso è, innanzitutto, il sistema, modificato da parlamentare a presidenziale in seguito al referendum costituzionale del 16 aprile 2017. E diversi sono, di conseguenza, i poteri del presidente che potrà, tra le altre cose, nominare i ministri e rimuovere i dipendenti pubblici senza l’approvazione parlamentare.

In tale nuovo contesto interno, Erdogan fronteggerà sfide significative anche sul versante della politica estera. In particolare, secondo il quotidiano Al Monitor, Erdogan è pronto a sviluppare un approccio duro nei confronti dell’Occidente su molte questioni di politica estera, incluso il conflitto siriano, le relazioni con il Cremlino e l’immigrazione, ma potrebbe anche mostrarsi disposto al dialogo e al compromesso. Cinque, in ogni caso, saranno le principali questioni di politica estera che il neoeletto presidente turco dovrà affrontare nel suo nuovo mandato.

La prima questione riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, complessi a causa del persistere di divergenze fra Washington e Ankara su diverse questioni, quali il sostegno americano alla milizia curda siriana e la mancata estradizione, da parte di Washington, del predicatore islamico, Fethullah Gulen, residente negli Stati Uniti e accusato da Ankara di aver orchestrato il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016, a seguito del quale, il 21 luglio di quell’anno, è stato imposto lo stato di emergenza, che, secondo il recente annuncio del primo ministro turco, Binali Yildirim, dovrebbe essere revocato il 9 luglio, in occasione della cerimonia di giuramento a seguito della quale Erdogan avvierà il suo secondo mandato presidenziale.

“La nuova amministrazione Erdogan proseguirà queste trattative con la speranza di stabilire una relazione con gli Stati Uniti”, ha spiegato Ozgur Unluhisarcikli, direttore dell’ufficio di Ankara del think tank americano, German Marshall Fund, con riferimento ai “terreni caldi” di confronto fra Washington e Ankara. D’altra parte, il sostegno degli Stati Uniti alle Syrian People’s Protection Units (YPG), milizia siriana a maggioranza curda, considerata da Ankara terroristica e collegata ai militanti del PKK, ostacola la distensione dei rapporti tra Ankara e Washington che, tuttavia, secondo quanto riferito da Al Monitor, sembrerebbe disposta a fare concessioni, come dimostra la consegna alla Turchia dei caccia F-35 da parte degli Stati Uniti nel mese di giugno.

La seconda sfida riguarderà, invece, i rapporti con Mosca. Erdogan ha stretto un legame sempre più solido con il presidente russo, Vladimir Putin, che, dopo essersi congratulato con il suo omologo turco per la rielezione, lo ha elogiato per la sua “grande autorità politica. Il legame tra Ankara e Mosca è fortemente basato sulla ricerca di una soluzione alla questione siriana. Ankara, inoltre, ha deciso di acquistare batterie di missili S-400 russi, non compatibili con i sistemi difensivi della NATO, dato, questo, che non ha mancato di suscitare preoccupazioni negli Stati Uniti. Ecco perché, secondo quanto dichiarato da Gareth Jenkins, ricercatore presso il centro di ricerca, Silk Road Studies Program, e riportato da Al Monitor, “alla fine, Erdogan dovrà scegliere tra Stati Uniti e Russia e pagherà un prezzo indipendentemente da chi sceglierà”.

Terza sfida centrale sarà poi la questione siriana. Storico oppositore del regime di Assad sin dall’inizio del conflitto siriano nel 2011, la Turchia ha escluso qualsiasi forma di dialogo diretto con Damasco. Ankara, tuttavia, è alle prese con il problema della gestione delle frontiere e della loro sicurezza, con riferimento, principalmente, ai flussi di rifugiati siriani che ammontano ormai, in Turchia, a 3,5 milioni.

La quarta sfida che Erdogan dovrà affrontare in politica estera riguarda i rapporti con l’Unione Europea, particolarmente tesi da quando, dopo il fallito golpe del 2016, Erdogan ha attuato una ferma repressione, nell’ambito dello stato di emergenza che da Bruxelles è stato chiesto ripetutamente di revocare. Nel 2016, tuttavia, Ankara ha stretto con l’Unione Europea un accordo per limitare l’afflusso di migranti in Europa, accordo, questo, fortemente criticato da attivisti e gruppi di tutela dei diritti umani e tuttavia efficace nel frenare gli arrivi e nello spingere entrambe le parti nella ricerca del compromesso.

Quinta sfida, la politica estera di respiro globale. Erdogan ha investito notevolmente negli ultimi anni in una politica estera con “ambizioni globali”, che lo ha portato a sostenere la causa palestinese e quella delle minoranze musulmane sparse in tutto il mondo. Proprio con riferimento ai rapporti con il mondo islamico, il presidente turco ha ospitato più volte i leader musulmani per coordinare una risposta compatta alla decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Peraltro, mette in guardia Al Monitor, risulta particolarmente significativo il fatto che i leader mondiali che più si sono congratulati con Erdogan per la sua rielezione, come il leader venezuelano, Nicolas Maduro, e il presidente sudanese, Omar al-Bashir, sono proprio quelli che, in Occidente, portano addosso lo “status di pariah”.

Senza dubbio, la politica estera si imporrà immediatamente all’attenzione di Erdogan dopo l’inaugurazione del mandato, lunedì 9 luglio. Il presidente turco si recherà poi a Bruxelles, dove parteciperà al vertice della NATO, previsto per l’11 e il 12 luglio, e prenderà parte a colloqui con alcuni leader mondiali, tra cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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