Trump e la Nato: e se Putin attaccasse l’Europa?

Pubblicato il 10 luglio 2018 alle 17:53 in Il commento

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Il vertice della Nato a Bruxelles è imminente. Il timore è che Trump avvii il ritiro graduale delle sue truppe dall’Europa. Tra le svolte impresse alla politica internazionale dal presidente americano, questa sarebbe la più grande. Di certo più grande del trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme o della fuoriuscita dagli accordi sul clima e sul programma nucleare dell’Iran. Sarebbe anche una svolta con importanti ricadute sulle economie dei Paesi dell’Unione Europea, i quali sarebbero costretti a sottrarre risorse ai ceti più deboli per investirle nel settore militare. I Paesi Nato sono infatti tenuti a spendere almeno il 2% del Pil per la difesa, un obiettivo che quasi nessun Paese europeo è riuscito a raggiungere nel 2017, a eccezione di Estonia, Polonia, Grecia e Regno Unito. L’Italia spende soltanto l’1,1% del Pil. Raggiungere l’obiettivo del 2% richiederebbe importanti sacrifici, rendendo più difficile un accordo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio per l’introduzione del reddito di cittadinanza. Un punto percentuale di Pil non è poco. 

La ragione principale per cui Trump potrebbe optare per il ritiro graduale delle truppe americane dal suolo europeo è presto detta. Trump ritiene che, rispetto agli anni della guerra fredda, l’Europa sia diventata più forte e la Russia più debole. Molti analisti americani pensano che l’Europa riuscirebbe a fronteggiare un’eventuale invasione russa senza l’aiuto degli Stati Uniti. A ben vedere, questa rappresentazione della guerra è ingenua perché basata sull’assunto che, in caso di aggressione, tutti gli eserciti europei si mobiliterebbero all’unisono. Purtroppo, la politica internazionale non funziona in questo modo. In caso d’invasione, i Paesi europei più lontani dalla zona di sfondamento – si ipotizza che Putin possa penetrare in Estonia o Ucraina dell’est – cercherebbero di non intervenire o comunque di inviare il numero minore possibile di soldati al fronte. Si verificherebbe ciò che sta accadendo oggi all’Italia con l’immigrazione. I paesi di Visegrad, come l’Ungheria, si rifiutano di aiutare l’Italia a fronteggiare la migrazione africana: la Sicilia è lontana dall’Ungheria. Allo stesso modo, l’Italia avrebbe pochi incentivi, vorremmo dire nessuno, a inviare i propri soldati a fronteggiare le truppe di Putin. Se non corre alcun rischio di essere invasa, perché l’Italia dovrebbe precipitarsi al fronte? Si dirà: perché l’Italia è tenuta a intervenire in base all’articolo 5 del trattato della Nato, che però non dice quanti soldati l’Italia sarebbe tenuta a inviare. 

Nel caso di un’invasione russa, i Paesi europei avrebbero bisogno di tempo per capire come reagire e non è escluso che si dividano, come sta accadendo con l’immigrazione. Vale la pena ricordare che, quando Putin ha invaso la Crimea, nessuno ha mosso un dito. Si dirà che l’Ucraina non fa parte della Nato, ma a quale europeo verrebbe in mente di scatenare la terza guerra mondiale per difendere l’Estonia, che è invece membro Nato? Amiamo l’Estonia, come dimostra il recente viaggio di Sergio Mattarella ed Enzo Moavero Milanesi a Tallinn, ma non è colpa nostra se queste sono le lezioni che ci impartisce la storia. Sappiamo con certezza che Trump vuole ridurre la spesa per il mantenimento delle truppe americane in Europa. Sta impressionando la sua richiesta di calcolare il costo dei 35000 soldati Usa in Germania. Sappiamo anche che il bersaglio principale delle critiche di Trump è proprio la Merkel, accusata di scaricare sugli Stati Uniti il costo della difesa della Germania. Ieri l’ambasciatrice americana presso la Nato, Kay Bailey Hutchison, ha detto che, per il momento, la permanenza dei soldati Usa in Germania non è in discussione. Il fatto che abbia pronunciato queste parole aiuta a comprendere il clima di incertezza in seno alla Nato. Non c’è un solo leader europeo che non sia in uno stato di apprensione per il meeting di Bruxelles. Si teme che Trump possa stabilire un nuovo record di ruvidezza, arrivando a uno scontro frontale con la Merkel, la quale potrebbe abbandonare la consueta moderazione, a causa dei problemi interni alla sua coalizione di governo. In un clima di nazionalismi crescenti, molti tedeschi iniziano a chiedere più fermezza alla Merkel. Il problema è che la Nato può permettersi un Trump alla volta. La moderazione dei capi di Stato verso Trump non è frutto di debolezza, ma di questa consapevolezza.

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Articolo apparso il 10 luglio 2018 sul “Messaggero”, che gentilmente autorizza la riproduzione.

di Alessandro Orsini

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