Sud Sudan: i ribelli contestano l’accordo di pace

Pubblicato il 10 luglio 2018 alle 19:31 in Africa Sud Sudan

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I ribelli del Sud Sudan hanno respinto, lunedì 9 luglio, il piano per la pace, concordato sabato 7 luglio tra il loro leader, Riek Machar, e il presidente sud sudanese, Salva Kiir, perché non limiterebbe abbastanza l’ampio raggio di potere di cui gode quest’ultimo. L’accordo è stato raggiunto in Uganda e mette al centro l’idea della condivisione del potere tra fazione ribelle e governativa, concedendo al leader Machar di riassumere il suo vecchio incarico di vicepresidente. Secondo il patto, i vicepresidenti saranno 4: gli attuali 2, Taban Deng Gai e James Wani Igga, il capo dei ribelli Riek Machar, di etnia nuer, e una donna dell’opposizione ancora da nominare. Tuttavia, un ufficiale del gruppo antigovernativo Sudan People’s Liberation Movement in Opposition (SPLM-IO) ha affermato, lunedì 9 luglio, che l’accordo non è accettabile.

Il portavoce del SPLM-IO, Puok Both Baluang, ha dichiarato che i ribelli dovrebbero nominare 2 dei 4 vicepresidenti e che il potere del presidente Kiir dovrebbe essere ulteriormente attenuato. “Non ci limiteremo ad accettare solo la posizione di primo vicepresidente. Intendiamo concentrarci più sulle questioni strutturali e istituzionali per contenere il regime di Kiir sia in ambito esecutivo sia legislativo”, ha specificato Baluang. Il Sudan People’s Liberation Movement in Opposition è il principale gruppo ribelle che combatte contro il governo del presidente Salva Kiir, in carica dal 9 luglio 2011, e i suoi militanti controllano diverse aree vicino alla capitale, Juba.

I colloqui per discutere la pace tra le due fazioni sono iniziati il 19 giugno 2018, con un primo incontro ad Addis Abeba. Il secondo round si è tenuto a Khartoum, capitale del Sudan, il 25 giugno, e ha portato, due giorni dopo, alla firma di un accordo di pace tra governo e ribelli secondo il quale, entro 72 ore, sarebbe entrato in vigore nel Paese un cessate il fuoco. Tuttavia, già il 30 giugno, l’esercito ha attaccato alcune postazioni dei ribelli nel villaggio di Mboro, situato nel nord-ovest del Paese, vicino al confine con il Sudan. Secondo quanto dichiarato da Reuters, 18 civili sono morti e 44 sono rimasti feriti a causa dell’offensiva.

Dopo aver raggiunto l’indipendenza, il 9 luglio 2011, il Sud Sudan, anche grazie alle ingenti risorse petrolifere di cui dispone il territorio, era pronto a risollevare la sua economia e a stabilizzarsi. Tuttavia, le tensioni tra i due principali leader del Paese, il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar, hanno presto causato l’inizio di una dura guerra civile che sarebbe durata circa 5 anni. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno cominciato a scontrarsi con quelli di etnia nuer, guidati da Machar e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM).

Per evitare di essere ucciso, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica. La pace, raggiunta nell’agosto 2015, aveva portato alla creazione di un governo di transizione. Tuttavia, già nell’aprile 2016, Machar e i suoi uomini erano tornati a Juba e il leader aveva riacquisito la sua carica. Sebbene Kiir e il suo rivale cerchino di mantenere l’ordine nel Paese, scontri su larga scala si verificano periodicamente e una parte dell’esercito ancora sostiene il progetto di una guerra a oltranza.

Le potenze occidentali hanno avvertito che se l’accordo di pace non venisse rispettato, come successo nel 2016, dure sanzioni saranno rivolte al Sud Sudan dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’1 giugno 2018, il Consiglio ha adottato una risoluzione, non ancora in vigore, secondo la quale verranno applicati un embargo sulle armi e sanzioni contro 6 persone, tra cui il capo della Difesa, se il combattimento non si fermerà e non si raggiungerà un accordo. Anche gli Stati Uniti, principale donatore umanitario del Paese, hanno manifestato crescente impazienza nei confronti delle parti in guerra, minacciando l’applicazione della risoluzione.

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Chiara Gentili

di Redazione

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