La Giordania nega di aver aperto il fuoco contro i rifugiati siriani

Pubblicato il 10 luglio 2018 alle 10:11 in Giordania Siria

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La Giordania ha smentito le notizie secondo le quali le forze di sicurezza del Paese avrebbero aperto il fuoco contro un numero indefinito di rifugiati siriani, in stallo al valico di confine di al-Nasib, tra Siria e Giordania.

Secondo quanto riporta The New Arab, una fonte militare giordana non specificata avrebbe riferito che: “Tali voci e materiali fabbricati appartengono ad elementi terroristici che cercano di sfruttare ciò che sta accadendo per diffondere le loro voci”. Alla luce di quanto riportato dal sito web giordano in lingua inglese, Ammon News, la medesima fonte avrebbe inoltre aggiunto che il personale militare non ha aperto il fuoco contro richiedenti asilo né ora né in passato, sottolineando che le istruzioni delle Forze Armate al riguardo sono molto chiare.

I bombardamenti del regime siriano, iniziati il 19 giugno nei pressi di Daraa, hanno causato la morte di più di 160 civili e costretto più di 330.000 persone a lasciare le loro case, molte delle quali si sono dirette verso il confine con la Giordania. 

In seguito all’accordo di cessate il fuoco stipulato venerdì 6 luglio tra Assad, l’alleata Russia e i ribelli, più di 60.000 le persone sono poi tornate nelle loro case a sud della Siria. Il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Giordania, Anders Pederson, ha altresì dichiarato che la maggior parte degli sfollati presenti lungo il confine giordano erano rientrati in Siria, aggiungendo che al momento sarebbero solo “circa 150-200 persone al confine”.

La Giordania condivide con la Siria un confine che si estende per più di 370 km. Per questo motivo, fin dallo scoppio della guerra civile, iniziata il 15 marzo 2017, i cittadini siriani fuggiti dal conflitto si sono rifugiati nel Regno Hashemita. Stando ai dati diffusi dalle Nazioni Unite, al momento, Amman starebbe ospitando più di 650.000 rifugiati siriani.

La questione dei richiedenti asilo ha costituito una sfida molto grande per la Giordania, un Paese non particolarmente ricco di risorse naturali, in cui il tasso di disoccupazione era del 18,2% nel primo trimestre del 2017. I siriani che oltrepassano il confine vengono mandati nel campo profughi di Azraq, situato in un’area desertica a circa 60 km a est di Amman. La Giordania non è un Paese firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati, pertanto non ha l’obbligo di registrare i rifugiati come richiedenti asilo. Tuttavia, il Paese ha firmato la Convenzione contro la tortura del 1984, di conseguenza non può rimandare coloro che si rifugiano nel suo territorio nel Paese d’origine, se in questo è presente il rischio che vengano torturati.

Amman stima che il numero effettivo di persone che chiedono asilo nel Paese sia di circa 1.3 milioni, aggiungendo che per ospitarli sono stati spesi più di 10 miliardi di dollari. “La Giordania non ha abbandonato e non vuole abbandonare il suo ruolo umanitario o il suo impegno nelle convenzioni internazionali, tuttavia ha superato la capacità di assorbimento” ha dichiarato Ghanimat, la quale funge anche da portavoce governativa. Tali dichiarazioni sono arrivate mentre le forze del governo siriano si preparano a lanciare un’offensiva per riconquistare le province meridionali di Daraa, Quneitra e parti di Sweida, ancora in gran parte detenute dai ribelli. La Siria meridionale è una zona strategicamente vitale per diversi Paesi dal momento che confina con la Giordania, con le alture del Golan, occupate da Israele, e si trova inoltre vicino a Damasco.

Dopo aver neutralizzato le roccaforti dei ribelli ai margini della capitale all’inizio del 2018, il presidente siriano, Bashar al-Assad, sta ora rivolgendo la sua attenzione verso il sud. Nel mese di giugno, le forze del regime hanno lanciato volantini su Daraa e Quneitra, notificando imminenti operazioni militari e invitando i ribelli ad arrendersi.

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Alice Bellante

di abellante

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