Hamas: la chiusura israeliana del confine commerciale con Gaza è un crimine

Pubblicato il 10 luglio 2018 alle 16:42 in Israele Palestina

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Israele ha deciso di chiudere, fino a nuovo ordine, il valico di Kerem Shalom, unicamente dedicato allo scambio di merci con la Striscia di Gaza, lunedì 9 luglio. Tale decisione arriva in risposta alle settimane di incendi scoppiati in diverse aziende agricole israeliane, in seguito al lancio di aquiloni e palloncini incendiari dall’enclave palestinese.

Gli attacchi incendiari in questione hanno allarmato i residenti e gli agricoltori israeliani vicini al confine con la Striscia, i quali hanno chiesto alle autorità di prendere provvedimenti. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che la decisione di chiudere il confine è stata presa in collaborazione con il ministro della Difesa. Secondo il provvedimento, in vigore da martedì 10 luglio, il confine sarà chiuso, eccetto che per le attrezzature umanitarie (compresi cibo e medicine), le quali saranno approvate su base individuale. “Nessuna esportazione o commercializzazione di beni verrà effettuata nella Striscia di Gaza” secondo una dichiarazione delle forze armate dello Stato Ebraico.

Un portavoce del servizio antincendio israeliano ha affermato che sono circa 750 gli incendi causati da kite e palloncini esplosivi, i quali hanno bruciato circa 2.600 ettari, provocando danni per milioni di shekel. Gli aquiloni incendiari, e più di recente i palloncini, sono diventati il simbolo dell’ondata di proteste palestinesi degli ultimi mesi contro il blocco di Gaza. Dall’inizio delle proteste in Palestina, il 30 marzo, definite come Marcia del Ritorno, sono stati uccisi 139 palestinesi, inclusi 15 bambini, e sono state ferite più di 12.000 persone. Gli scontri al confine hanno raggiunto il picco il 15 maggio, quando 40.000 abitanti di Gaza hanno protestato lungo la recinzione, risultando nella morte di almeno 60 palestinesi. Tali accadimenti si sono verificati il giorno dell’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. L’obiettivo della protesta era il ritorno dei rifugiati palestinesi nei territori in cui adesso sorge Israele, una delle questioni discusse nei negoziati di pace tra le due parti. Il popolo palestinese considera il ritorno nei territori israeliani un diritto, che dovrebbe essere garantito dalle norme internazionali. Al contrario, Israele considera la questione una richiesta politica che dovrebbe essere discussa nel processo di pace. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters, Israele avrebbe rifiutato la possibilità del ritorno  poiché teme che l’afflusso di un numero così alto di palestinesi possa ridurre la maggioranza ebraica nel territorio e avrebbe proposto ai residenti della Striscia di stabilirsi nel futuro Stato di Palestina, il quale includerebbe la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, cioè i territori occupati nella guerra del 1967.

L’attraversamento di Kerem Shalom è l’unico presente tra Gaza e Israele disposto al trasporto merci, mentre un confine separato, noto come Erez, è predisposto al passaggio di persone. Israele, che dal 2008 ha combattuto 3 guerre contro il movimento islamista di Hamas, controlla rigorosamente entrambe le frontiere. L’unico altro punto di entrata per la Striscia di Gaza è in Egitto. Tuttavia, tale ingresso è rimasto chiuso negli ultimi anni, ad eccezione di un’apertura avvenuta a metà maggio dell’anno corrente.

I funzionari delle Nazioni Unite e diversi attivisti per i diritti umani hanno ripetutamente chiesto ad Israele di sollevare il blocco contro Gaza, facendo appello al deterioramento delle condizioni umanitarie. Anche Hamas stesso ha condannato la decisione israeliana, descrivendola come “un crimine contro il popolo di Gaza” e criticando il silenzio della comunità internazionale.

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Alice Bellante

di Redazione

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