Il fallimento dell’approccio “open door”: Merkel e la fine della compassione per i migranti

Pubblicato il 8 luglio 2018 alle 7:30 in Germania Immigrazione

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In base a quanto prevede un nuovo accordo firmato lunedì 2 luglio dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, con il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, il cosiddetto approccio “open door” della Germania in campo migratorio sembra destinato a subire una imminente inversione di marcia in direzione di misure nettamente più rigide e meno tolleranti.

Durante l’estate del 2015, in cui decine di migliaia di rifugiati stavano sbarcando in massa sulle coste europee, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, all’epoca già alla guida del Paese da dieci anni, essendosi insediata il 22 novembre 2005, prese due decisioni che avrebbero definito la sua successiva linea politica in campo migratorio.

La prima risale al 25 agosto 2015, giorno in cui Merkel decise di permettere ai rifugiati siriani che avevano fatto già domanda di asilo in altri Paesi dell’Unione Europea di entrare in Germania e continuare tali procedure burocratiche, sospendendo temporaneamente una legge dell’UE secondo la quale ogni richiedente asilo avrebbe dovuto essere espulso e scortato nuovamente nel primo Paese in cui fosse entrato. La seconda fu presa invece venerdì 4 settembre, quando la cancelliera ammorbidì i controlli alla frontiera con l’Austria, permettendo a decine di migliaia di rifugiati bloccati in Ungheria di entrare in Germania. Si parlò in quel caso, e si parla tuttora, di approccio “open door”, porte aperte. Da allora, tale linea politica in campo di rifugiati e richiedenti asilo è stata ripetutamente inneggiata dai sostenitori a epitomo dell’atteggiamento liberale e compassionevole, e osteggiata dai detrattori che l’hanno definita il colpo di grazia inferto al progetto europeo. Nella realtà, secondo gli studi degli esperti, la politica “open door” sarebbe più simile a un mito che a un dato di fatto, ed è oggi lungi dalla realtà.

“Non è che Merkel ha aperto i confini”, ha affermato Christoph Nguyen, esperto di scienze politiche presso la Free University di Berlino. “Si è limitata solo a mantenere intatta la legge, già esistente, di libertà di movimento all’interno dell’Europa. Non si è trattato dunque di apertura, quanto di non chiusura”. Di certo, gli eventi che si sono susseguiti nell’estate del 2015 hanno dato il via a un rapido afflusso massiccio di migranti, del tutto eccezionale in tempi di relativa pace. Come risultato di questa tendenza, la Germania ha iniziato a ricevere il numero più elevato di richieste di asilo di tutti i Paesi dell’Unione, per l’esattezza oltre 1,4 milioni, ossia quasi la metà delle domande totali inoltrate all’intero blocco dei 28 Stati membri.

Tuttavia, per quei richiedenti asilo che oggi, nel 2018, cercano rifugio in Germania, le porte sono lungi dall’essere aperte, e anche per chi già è riuscito a ottenere il permesso di ingresso la situazione sta diventando più difficile. La crisi migranti che è costata una parziale perdita di reputazione a Merkel è stata sancita quando il ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, ha minacciato di dimettersi se non fossero state adottate misure più severe per il controllo dell’immigrazione. In questo contesto, lunedì 2 luglio è stato stipulato un accordo tra la cancelliera tedesca e Seehofer. Secondo tale intesa, alcuni richiedenti asilo già ammessi in Germania potrebbero essere rimandati in Austria; si tratta di un evidente segnale che l’approccio più morbido di questi ultimi anni è stato accantonato, probabilmente anche in virtù delle preoccupazioni di Merkel riguardo il suo repentino indebolimento politico e il delinearsi dell’ipotesi di un’instabilità di governo nel Paese.

“Le restrizioni sull’ingresso dei migranti aumentano di mese in mese”, ha riferito alla CNN Philipp Pruy, avvocato dell’immigrazione presso la tedesca BC Legal situata in Regensburg. “È estremamente difficile immigrare in Germania. Lo è ancora di più se si è un rifugiato”.

Karl Kopp, direttore degli affari europei in seno alla Pro Asyl, un’organizzazione umanitaria tedesca attiva nel campo dei rifugiati, è del parere che Merkel, come pure il Paese, possa andare fiera della sua decisione di lasciare entrare i rifugiati in Germania. “Si è trattato di una decisione umanitaria”, ha riferito Kopp alla CNN, “ma è stata anche una crisi gestionale, e mai una politica open door”.

Il 13 settembre 2015, solo 9 giorni dopo l’apertura delle frontiere con l’Austria, il governo Merkel aveva dovuto reintrodurre i controlli di confine in quanto alcune regioni tedesche non stavano riuscendo a gestire il rapido arrivo di così tanti immigrati. La circolazione ferroviaria tra l’Austria e la Germania fu dunque temporaneamente sospesa, e la polizia tedesca riprese a pattugliare i valichi di frontiera, cosa che ha poi continuato a fare finora. Se una vera e propria politica di apertura delle porte è mai esistita davvero, essa è naufragata in meno di due settimana dalla sua attuazione.
Il 1 giugno 2018, il Direttorato Federale di Polizia di Monaco, in Baviera, ha inoltre implementato una ulteriore espansione dei controlli di confine, mirando a combattere il crimine transfrontaliero e l’immigrazione clandestina. Migliaia di persone che hanno tentato di entrare nel Paese sono state respinte su base annuale dal 2015 a oggi. In base alle statistiche pubblicate dal governo, nel 2017, 7.504 migranti sono stati respinti alla frontiera; oltre il 90% di loro, a quella austriaca. Da quando sono stati reintrodotti i controlli, il numero di richiedenti asilo diretto in Germania è calato drasticamente, passando dai circa 722mila del 2016 agli appena 198mila del 2017. Si stima che i dati del 2018 caleranno ulteriormente, tornando a livelli simili a quelli del 2013-14.

Perché, allora, in Germania si continua a parlare di crisi migratoria? La ragione è duplice, stando a Nguyen, esperto di scienze politiche residente a Berlino: da una parte la sfida di integrare la nuova comunità di rifugiati nel territorio, e dall’altra la repentina crescita dell’ala politica di estrema destra, contraria all’immigrazione, portata avanti da Alternative for Germany (AfD). L’AfD è diventato, usando le parole di Nguyen, “un movimento capace di reggersi sulle sue gambe quando la situazione dei rifugiati si è amplificata”. Adesso, sono sorti nuovi partiti che cercano di accaparrarsi un elettorato prendendo posizioni ancora più reazionare in campo migratorio, anche se l’arrivo dei migranti non è più un problema preoccupante in termini di cifre statistiche.

La maggior parte dei rifugiati arrivati in Germania a settembre 2015 provenivano dalle regioni più duramente colpite dalla guerra civile siriana, scoppiata il 15 marzo 2011. Se inizialmente essi ottenevano un completo stato di rifugiati, che consentiva loro di fare domanda per portare in Germania anche i propri nuclei familiari, dagli inizi del 2016 sempre più rifugiati siriani hanno iniziato a ottenere solo un permesso temporaneo della durata di un anno. Allo stesso tempo, il parlamento tedesco sospese il diritto di riunificazione familiare, e molte centinaia di migliaia di siriani che attualmente vivono nel Paese sono stati separati dai loro figli e congiunti. “Sono misure di deterrenza”, ha spiegato Kopp in merito al cambiamento delle politiche effettuato nel 2016, “e non va bene per l’integrazione. Le persone non possono andare avanti se le loro famiglie vivono ancora in un limbo. La gente perde la speranza”.

Nel dicembre 2016, con una mossa che scatenò l’opinione pubblica, la Germania iniziò a rimpatriare in Afghanistan alcuni richiedenti asilo non accettati, nonostante la situazione in tale Paese non fosse sicura. Nel 2017 sono stati 470 i rifugiati afghani rimpatriati. Pruy, della BC Legal, è estremamente critico in merito a tale condotta: “Non si possono rimpatriare persone in una regione in crisi”, ha affermato. “Siamo un Paese ricco, siamo un Paese civilizzato, non possiamo permettere che la gente venga rimpatriata in luoghi dove esiste la guerra civile… e in cui migliaia di persone muoiono ogni anno”.

Il 6 giugno di quest’anno, nonostante il ministero degli Esteri tedesco avesse pubblicato un rapporto sulla pericolosità dell’attuale situazione in Afghanistan, Merkel ha abolito ogni restrizione rimasta a salvaguardia dei rifugiati afghani, annunciando che tutti saranno rimpatriati.

Per coloro che invece si trovano ancora adesso nel processo dell’ottenimento dello stato di rifugiato, il governo Merkel ha introdotto, a partire da settembre 2015, una serie di misure restrittive che Pruy ha descritto come “un drastico restringimento del diritto d’asilo”. Tra i cambiamenti, il supporto economico è stato sostituito da voucher distribuiti a chi vive nei centri d’accoglienza, ed è stato introdotto il diritto delle forze dell’ordine a controllare il telefonino dei migranti, mossa criticata dalle organizzazioni umanitarie. La nuova legge ha inoltre snellito molto il processo decisionale inerente alla concessione dello stato di rifugiato; ciò non è stato però sinonimo di accuratezza, ha spiegato Pruy.

Sebbene la cancelliera tedesca non abbia mai lamentato rimorsi sull’approccio avviato nell’estate del 2015, essa ha più volte ripetuto, in tempi recenti, di voler ridurre drasticamente il numero degli arrivi nel Paese, affermando: “Gli eventi del 2015 non devono ripetersi”. Nell’apparente rincorsa di tale obiettivo, Merkel aveva altresì contribuito, il 18 marzo 2016, alla firma di un accordo controverso tra l’Unione Europea e la Turchia, volto a fermare gli arrivi in Grecia, ed è adesso fautrice di un simile progetto per i Paesi africani. “Il numero di richiedenti asilo in Germania è calato”, ha affermato Merkel in un discorso rivolto al parlamento, giovedì 5 luglio, in vista del vertice europeo sull’immigrazione, “ma non dobbiamo accontentarci, e voglio sottolinearlo con enfasi”. A sottolinearlo è stata tanto la posizione della cancelliera al suddetto summit, tenutosi in data venerdì 29 giugno, quanto la stipula del recente accordo con il ministro dell’Interno tedesco.

Kopp ritiene “ridicolo” che qualcuno possa ancora considerare Merkel e la Germania come esempi di condotta nella politica migratoria. “Far finta che in Germania vi sia ancora un ambiente accogliente e inclusivo è sbagliato. La Merkel dell’estate 2015, la cancelliera dei rifugiati, non esiste più”.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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