USA-Iran: sale tensione su transito navi nello Stretto di Hormuz e nelle rotte del Golfo

Pubblicato il 6 luglio 2018 alle 6:40 in Iran USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno nuovamente ribadito che manterranno le rotte navigabili del Golfo Persico aperte al transito delle navi, nonostante il presidente iraniano, Hassan Rouhani, abbia rinnovato la minaccia di chiudere la regione e, in particolare, lo Stretto di Hormuz, situato tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman e unico passaggio marittimo dal Golfo all’Oceano Indiano. Lo Stretto, peraltro, è uno dei tratti di mare più importanti del mondo a livello strategico, in virtù della sua ubicazione geografica, tra Iran, Emirati Arabi Uniti e Oman, e delle navi che lo solcano. Importante rotta petrolifera, lo Stretto è solcato da petroliere che trasportano circa il 30% di tutto il petrolio greggio commercializzato in tutto il mondo via mare. Sfruttando la sua valenza strategica, l’Iran ha più volte minacciato di chiudere il passaggio, determinando in questo modo gravi conseguenze per il mercato globale del petrolio, in rappresaglia per qualsiasi azione ostile degli Stati Uniti nei confronti di Teheran.

Secondo un ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il ramo delle forze armate di Teheran, istituito il 22 aprile 1979, in seguito al successo della rivoluzione khomeinista, l’Iran ha intenzione di bloccare le esportazioni di petrolio dallo Stretto di Hormuz, se gli Stati Uniti riusciranno a impedire a Teheran di esportare il proprio greggio, secondo la strategia recentemente annunciata dal direttore del Dipartimento di Stato americano, Brian Hook, diretta a “ridurre a zero gli introiti iraniani sulle vendite di greggio” come parte di una campagna di “massima pressione economica e diplomatica” su Teheran.

Da Washington, il comandante William Urban, portavoce del Comando Centrale della Marina statunitense, ha replicato, mercoledì 4 luglio, all’agenzia americana Associated Press che gli Stati Uniti e i loro alleati regionali “sono pronti a garantire la libertà di navigazione e il libero flusso del commercio ovunque lo permetta il diritto internazionale”.

In un’intervista con Al Jazeera English, Nader Hashimi, direttore per gli studi sul Medio Oriente presso l’Università di Denver, ha spiegato che la reazione “drastica” dell’Iran è una conseguenza dell’approccio rigido dell’amministrazione Trump nei confronti di Teheran. “Quello a cui stiamo assistendo in questo momento è il risultato di sanzioni americane unilaterali”, ha affermato Hashimi, che ha aggiunto che “gli Stati Uniti hanno perseguito una politica intransigente e la leadership iraniana sta iniziando a farsi prendere dal panico”.

I rapporti fra Washington e Teheran sono particolarmente complicati. L’8 maggio, gli Stati Uniti, che considerano l’Iran il principale nemico in Medio Oriente, hanno annunciato il loro ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato il 14 luglio 2015, tra Teheran e i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina, più la Germania. L’accordo prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli Stati Uniti, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale. Poco dopo l’annuncio americano, Teheran aveva dichiarato che sarebbe rimasta nell’accordo, nonostante l’assenza di Washington, con gli altri Paesi firmatari e che, al contrario degli Stati Uniti, avrebbe sempre rispettato i principi dell’accordo. Parte della nuova strategia americana annunciata dal Dipartimento di Stato prevede l’imposizione di nuove sanzioni nei confronti dell’Iran, che entreranno in vigore in due tranches, a partire dal 4 agosto e dal 6 novembre.

La tensione con gli Stati Uniti, inoltre, complica le relazioni tra l’Iran e altri Paesi della regione, fra cui l’Arabia Saudita, che mantengono, invece, stretti legami con Washington. In merito all’intenzione della Casa Bianca di impedire l’esportazione di petrolio iraniano, Rouhani ha comunicato che Teheran potrebbe bloccare le esportazioni regionali, sostenendo che “non ha alcun senso che il petrolio iraniano non venga esportato, mentre il petrolio della regione viene esportato”. Il maggiore generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds, unità di forza speciale del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana, e responsabile delle operazioni estere delle Guardie Rivoluzionarie, ha dichiarato, in una lettera pubblicata dall’agenzia di stampa statale IRNA, di essere pronto ad attuare la politica del presidente Rouhani, se necessario. “Se le esportazioni di petrolio dell’Iran dovessero essere prevenute, non daremo il permesso perché il petrolio venga esportato nel mondo attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha chiarito Esmail Kowsari, vicecomandante della base della Guardia Rivoluzionaria di Teheran. Peraltro, secondo quanto dichiarato ad Al Jazeera English da Sami Hamdi, analista del Medio Oriente, l’Iran “non è l’unico Paese che è turbato dalla pressione degli Stati Uniti” sull’OPEC o dal taglio delle esportazioni di petrolio dall’Iran.

Il 4 luglio, a Vienna, dove si è recato per tentare di salvare l’accordo sul nucleare, Rouhani ha affermato che, se gli altri firmatari dell’accordo possono garantire i benefici a Teheran, l’Iran rimarrà nell’accordo nucleare senza gli Stati Uniti”. Venerdì 6 luglio, i ministri degli Esteri di Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna e Russia incontreranno i funzionari iraniani a Vienna per discutere su come mantenere in vita l’accordo del 2015.

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Roberta Costanzo

di Redazione

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