Etiopia: da giugno 800.000 sfollati per violenze interetniche

Pubblicato il 6 luglio 2018 alle 7:03 in Africa Etiopia

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Un rapporto delle Nazioni Unite e del governo etiope, pubblicato mercoledì 4 luglio, ha reso noto che, da giugno 2018, la violenza interetnica diffusa nelle regioni meridionali dell’Etiopia ha costretto oltre 800.000 persone a fuggire dalle loro case. Le tensioni sarebbero esplose ad aprile, a circa 400 km a sud della capitale, Addis Abeba, e in totale sono oltre 1.2 milioni le persone che hanno dovuto abbandonare il Paese. “La violenza che si è riaccesa lungo le aree di confine di Gedeo e West Guji ha causato, dall’inizio di giugno, oltre 642.152 sfollati interni nella zona di Gedeo e 176.098 sfollati interni nella zona di West Guji, nella regione di Oromia”, ha precisato il rapporto.

I leader locali avevano incoraggiato le persone a ritornare nelle loro case dopo gli scontri iniziali esplosi ad aprile, ma molti sono fuggiti di nuovo a giugno, quando le tensioni sono aumentate. “La situazione della sicurezza è critica nonostante lo schieramento delle Forze di Difesa etiopi nella zona, con continue segnalazioni di case, beni e altre infrastrutture distrutte”, si legge nel report.

L’Etiopia è un Paese di 100 milioni di persone, etnicamente diversificato, e gli scontri tra i vari gruppi alimentano le proteste nel Paese, sull’onda di quelle che hanno portato alle dimissioni l’ex primo ministro Hailemariam Desalegn, il 15 febbraio 2018.

I combattimenti etnici nelle regioni meridionali sono acuiti dalle rivalità sul controllo della terra in Etiopia, secondo paese africano per numero di abitanti. Le proteste sono scoppiate nel novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa del Paese. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste sono continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto dell’Etiopia. I cittadini avevano cominciato a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti per gli abitanti di Oromo e Amhara. Dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. Il 27 marzo è stato eletto il nuovo premier, Abiy Ahmed, ex tenente-colonnello dell’esercito. Ahmed, originario di Oromia e parte dell’Oromo Peoples Democratic Organization (OPDO), uno dei quattro partiti della coalizione governativa, ha inaugurato il suo mandato il 2 aprile. Il nuovo leader ha giurato di voler attuare riforme democratiche per porre fine alle proteste nel Paese.

Gli Oromo sono un gruppo etnico africano diffuso in Etiopia, dove rappresentano il 32% della popolazione, e Kenya. L’Oromia è la più grande regione dell’Etiopia e circonda la capitale Addis Abeba. Il Congresso federalista Oromo (Ofc) è il più grande partito dell’Oromia ma non è rappresentato in parlamento.

Da lunedì 25 giugno sono scoppiati disordini anche nella regione occidentale di Benishangul-Gumuz e, fino al 28 giugno, il numero dei morti registrati era di 9 persone. Fonti locali hanno sostenuto che alcuni gruppi di persone avrebbero attaccato le minoranze etniche ormai da decenni stanziate nella città di Assosa. I gruppi etnici Berta e Gumuz sono considerati indigeni nella regione di Benishangul-Gumuz, al confine con il Sudan, ma nella provincia si individua altresì una larga presenza di Amhara e Oromo.

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Chiara Gentili

di Redazione

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