USA: nuove sanzioni contro Teheran e stop a importazioni di petrolio iraniano

Pubblicato il 3 luglio 2018 alle 11:41 in Iran USA e Canada

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Il Dipartimento di Stato americano ha elaborato una campagna di “massima pressione economica e diplomatica” sull’Iran, per convincerlo a negoziare un accordo migliore da sostituire all’attuale accordo sul nucleare iraniano. Il direttore del Dipartimento di Stato americano, Brian Hook, ha annunciato che Teheran dovrà soddisfare 12 condizioni affinchè gli Stati Uniti rimuovano le sanzioni su quello che ha definito come un Paese non “normale”. “I Paesi normali non terrorizzano le altre nazioni, non producono missili e non impoveriscono la loro stessa gente”, ha dichiarato Hook, affermando l’impegno di Washington perché l’Iran ponga fine alle sue “politiche destabilizzanti”.

Le nuove sanzioni, ha annunciato il Dipartimento di Stato, entreranno in vigore in due tranches. Le prime saranno applicate a partire dal 4 agosto e saranno dirette al settore automobilistico iraniano e al commercio di oro e altri metalli preziosi. La seconda tranche, invece, prenderà avvio il 6 novembre e colpirà il settore energetico, specialmente il petrolio, e le transazioni con la Banca Centrale iraniana.

“Questa nuova strategia non è diretta a cambiare il regime, ma il comportamento della leadership iraniana nel senso in cui vuole il popolo iraniano”, ha spiegato Hook. Per conseguire tale obiettivo, gli Stati Uniti hanno anche invitato gli altri Paesi a tagliare le importazioni di petrolio iraniano. L’obiettivo di Washington, ha spiegato Hook, è “aumentare la pressione sul regime iraniano riducendo a zero i suoi introiti sulle vendite di greggio” e confidando nell’esistenza di una capacità di riserva di petrolio sufficiente a scongiurare interruzioni sul mercato globale del petrolio. Rassicurazioni sono già arrivate dall’Arabia Saudita, che, su richiesta di Trump, che lo ha annunciato in un tweet, il 30 giugno, ha annunciato di avere la capacità di aumentare la produzione di petrolio, in caso di necessità, e di disporre di una significativa capacità inutilizzata di greggio, che potrà impiegare per compensare il calo dell’offerta iraniana.

Gli Stati Uniti, inoltre, hanno invitato gli altri Paesi ad aderire anche al nuovo piano sanzionatorio contro Teheran. A tale scopo, Hook ha annunciato di avere intenzione di incontrare a breve alcuni alleati europei, tra cui il Regno Unito, la Francia e la Germania, per discutere della questione iraniana, e di visitare personalmente, insieme ad alti funzionari del Dipartimento del Tesoro, gli Stati del Golfo.

La decisione arriva due mesi dopo l’annuncio, fatto da Trump, l’8 maggio, del ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehension Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano, firmato il 14 luglio 2015 dall’Iran con Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania. Fin dalla campagna elettorale, Trump aveva criticato il JCPOA, definendolo un disastro dal quale gli Stati Uniti sarebbero dovuti uscire al più presto. Il 13 settembre 2017, Trump aveva annunciato la de-certificazione del JCPOA e aveva chiesto al Congresso di modificare la legislazione per contrastare maggiormente il programma missilistico iraniano. Il 12 gennaio 2018, il presidente americano aveva deciso di rinnovare per l’ultima volta l’accordo. In seguito al ritiro, il 26 giugno, gli Stati Uniti avevano chiesto a tutti i Paesi del mondo di smettere di acquistare petrolio iraniano o prepararsi ad affrontare le sanzioni statunitensi. In seguito al ritiro americano dal JCPOA, il rial, la valuta nazionale iraniana, ha subito una svalutazione del 40%, scatenando violente proteste in tutto il Paese da cui, per il momento, non è giunta una reazione ufficiale alla decisione americana.

Tuttavia, già il 30 giugno, Teheran aveva esortato le imprese straniere a resistere alla “minaccia” posta dalle sanzioni statunitensi. In quell’occasione, il ministro degli Interni iraniano, Mohammad Shariatmadari, aveva dichiarato che “tutte le società che operano in Iran non dovrebbero lasciarsi intimidire dalle minacce statunitensi e dovrebbero continuare le loro attività nel Paese. Tutti coloro che non faranno ciò, saranno sostituiti. Ci sono altri disposti ad investire in Iran”, ha concluso il ministro iraniano.

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di Redazione

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