Sud Sudan: violato il cessate il fuoco, scontri tra forze governative e ribelli

Pubblicato il 3 luglio 2018 alle 9:51 in Africa Sud Sudan

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L’esercito del Sud Sudan ha attaccato alcune postazioni dei ribelli nel villaggio di Mboro, situato nel nord-ovest del Paese, vicino al confine con il Sudan, nella giornata di sabato 30 giugno. La notizia è stata diffusa da Lam Paul Gabriel, un portavoce del Sudan People’s Liberation Army-in-Opposition (SPLA-IO), movimento che, nel 2013, ha operato una scissione dal partito politico e gruppo ribelle Sudan People’s Liberation Movement (SPLM). Al momento, stando a quanto dichiarato da Reuters, 18 civili sono morti e 44 sono rimasti feriti a causa degli scontri.

Riferendo ai giornalisti di Reuters, Gabriel ha definito l’accaduto “un’aggressione, una provocazione finalizzata a compromettere il processo di pace”. Allo stesso tempo, i ribelli hanno sferrato una serie di attacchi coordinati contro le forze del Sudan People’s Liberation Army (SPLA), l’esercito nazionale. Secondo Lul Ruai Koang, portavoce dell’SPLA, i ribelli starebbero tentando di guadagnare più territorio possibile prima dell’entrata in vigore di un cessate il fuoco permanente.

Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, aveva firmato, lo scorso mercoledì 27 giugno a Khartoum, un accordo di pace con i ribelli guidati dal leader Riek Machar, di etnia nuer. Tale patto prevedeva il cessate il fuoco entro 72 ore, l’ingresso di aiuti umanitari nel Paese, la liberazione di diversi prigionieri e la formazione di un governo di unità provvisorio entro 4 mesi. Tuttavia, l’accordo non era stato accettato integralmente dai ribelli i quali, come dichiarato dal portavoce, Mabior Garang Mabior, avevano altresì rifiutato “la ripresa della produzione di petrolio prima che sia stato negoziato un regolamento”.

Tale trattato di pace, giunto al termine di una serie di colloqui cominciati mercoledì 19 giugno, era stato siglato allo scopo di porre fine al conflitto civile che devasta il Paese dal dicembre 2013. La guerra vede contrapporsi le milizie di etnia Ginka, fedeli al governo del presidente Salva Kiir, a quelle di etnia Nuer, che rispondono al vicepresidente Riek Machar. Le violenze hanno provocato la morte di decine di migliaia di persone, e costretto oltre 3 milioni di civili ad abbandonare le proprie case, delineando la peggiore crisi di rifugiati nel continente Africano dal genocidio ruandese del 1994.  

Il ripetuto fallimento dei cessate il fuoco e delle trattative di pace ha provocato la reazione degli Stati Uniti, principale donatore umanitario del Paese africano. Gli USA hanno minacciato l’applicazione della risoluzione, adottata lo scorso primo giugno dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevede un embargo sulle armi nel Paese e l’imposizione di sanzioni ad alcuni ministri e alti funzionari sud sudanesi, se il conflitto non cesserà. L’ambasciatore americano in Sud Sudan, Thomas Hushek, si è detto scettico riguardo alle trattative, affermando che “se si trattasse di una ripetizione del fallito accordo dell’agosto 2015, la pace non funzionerà”.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Federica Patanè

di Redazione

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