Siria: 270.000 profughi in tempi record

Pubblicato il 3 luglio 2018 alle 10:38 in Siria USA e Canada

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Quasi due settimane di attacchi aerei e bombardamenti del regime di Assad nel sud della Siria hanno costretto oltre 270.000 persone a lasciare le loro case, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite. Mohammad Hawari, portavoce dell’UNHCR, ha dichiarato: “Ci aspettavamo che il numero di sfollati nel sud della Siria raggiungesse i 200.000, ma ha già superato i 270.000 in tempi record”. Le offensive condotte nella provincia meridionale di Daraa, avviate il 19 giugno, hanno permesso alle forze del regime di riappropriarsi di alcune fasce di territorio ritenuto dai ribelli. Le Nazioni Unite avevano avvertito che tali scontri avrebbero causato una catastrofe umanitaria, intimando la Russia ad interrompere il sostegno per le offensive.

Israele e Giordania, la quale ha già accolto più di un milione di siriani sfollati dall’inizio della guerra, hanno dichiarato che non accetteranno alcun rifugiato. Il ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, ha annunciato che il 4 luglio andrà a Mosca dal suo omologo russo, Sergey Lavrov, per tenere colloqui sul conflitto in Siria. Safadi ha annunciato che l’incontro con Lavrov “farà fare ulteriori passi avanti per contenere questa crisi e prevenire ulteriori distruzioni”. I colloqui tra Amman, Damasco e Mosca si concentreranno sul raggiungimento di un cessate il fuoco e sulla collocazione degli sfollati. La regione di Daraa confina con la Giordania e le alture del Golan occupate da Israele ed è considerata il cuore dell’insurrezione contro il presidente Bashar al-Assad.

Un senatore americano repubblicano, Lindsey Graham, ha fatto una visita a sorpresa nella città settentrionale di Manbij, il 2 luglio, dichiarando agli alleati siriani che è importante che le truppe americane restino nell’area.  Graham ha promesso di riferire al presidente degli Stati Uniti che è importante che il contingente USA rimanga in Siria per aiutare il Paese. La visita è arrivata dopo il l’accordo turco-americano del 6 giugno, il quale ha allentato le tensioni dei due alleati NATO su Manbij, città a nord-est di Aleppo, attualmente amministrata da forze a guida curda supportate dagli Stati Uniti e considerate dalla Turchia come terroristi. Secondo l’accordo, le milizie curde si ritireranno da Manbij. Nonostante ciò, il presidente Trump, il 19 giugno, aveva dichiarato di volere il ritiro delle truppe americane dal Paese, e il Ministero degli Esteri siriano aveva condannato la presenza militare straniera nella città di Manbij, sostenendo i contingenti stranieri costituiscono una “continua aggressione turca e americana sulla sovranità, la sicurezza e l’unità delle terre della Repubblica Araba Siriana”.

La Turchia appoggia i ribelli nelle insurrezioni contro il presidente siriano Bashar al-Assad, ma ha anche sostenuto le operazioni contro le People’s Protection Units (YPG) presente nel nord. Dopo aver rimosso la presenza curda dalla regione di Afrin ad ovest di Manbij, Ankara ha intensificato le minacce contro Manbij, aprendo la possibilità di uno scontro tra la Turchia e il suo alleato NATO, gli Stati Uniti. All’inizio del mese corrente, il ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, ha dichiarato che “né gli Stati Uniti né la Turchia hanno il diritto di negoziare circa una città siriana”, chiedendo inoltre alla comunità internazionale di condannare le azioni di Ankara e Washington e promettendo infine di riconquistare l’intero Paese.

Nel corso degli ultimi mesi, Assad ha riconquistato le ultime enclave rimaste sotto il controllo dei ribelli nei pressi della capitale siriana, Damasco, e della città di Homs, tra cui anche la regione del Goutha orientale, densamente popolata. Restano tuttavia ampie porzioni di territori che esulano ancora dall’autorità del presidente siriano: fatto salvo per la regione sud-occidentale, i ribelli controllano ancora un’area della Siria nord-orientale; i gruppi di dissidenti, che godono dell’appoggio della vicina Turchia, amministrano inoltre parti della zona di confine settentrionale del Paese; la porzione di terre situate a est del fiume Eufrate è poi controllata da un’alleanza di milizie curde e arabe sostenute dagli Stati Uniti, i quali hanno altresì una base militare a Tanf, vicino al confine siriano con l’Iraq e con la Giordania. Quest’ultima, in particolare, controlla la rete autostradale che collega Damasco a Baghdad.

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Alice Bellante

di Redazione

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