Mali: militanti islamici attaccano base militare, 6 morti

Pubblicato il 30 giugno 2018 alle 9:43 in Africa Mali

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Militanti islamici armati di missili e ordigni esplosivi hanno fatto irruzione nel quartier generale di una task-force africana stanziata nel Mali centrale, la G5 Sahel, provocando almeno 6 morti e numerosi feriti.

Durante la giornata di venerdì 29 giugno, nella cittadina africana di Sévaré, alcuni islamisti a bordo di un veicolo carico di bombe hanno attaccato il presidio militare della forza congiunta G5 Sahel, la quale è composta da soldati di Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania e Ciad, e mira a lottare contro il terrorismo jihadista. Stando alle dinamiche ricostruite dagli ufficiali sul luogo, a quel punto i miliziani islamisti hanno affrontato le truppe presenti in uno scontro a fuoco, nel tentativo di accedere all’interno della struttura.
Un rappresentante delle forze G5 ha affermato che nell’attentato sono morti 2 soldati e 4 aggressori. Il portavoce del ministro della Difesa, Boubacar Diallo, ha riferito all’agenzia di stampa Reuters quanto segue: “Gli assalitori hanno lanciato razzi sul quartier generale, e alcuni di loro si sono infiltrati nella struttura. C’è stato uno scontro a fuoco”.
Una fonte interna alle Nazioni Unite, parlando in anonimato, ha affermato che il presidio è stato attaccato da un’autobomba, e che gli scontri a fuoco sono cessati intorno a mezzogiorno. Diverse immagini mostrano i detriti del veicolo e le conseguenze di una detonazione.

Site, l’istituto di monitoraggio delle attività estremiste a livello globale, ha reso noto che a rivendicare l’attentato è stata la branca di Al-Qaeda stanziata in Mali, e che anch’essa ha descritto le dinamiche dell’aggressione in termini di detonazione di un’autobomba. Una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite operante in Mali, MINUSMA, ha preferito non commentare l’attacco di venerdì al presidio del G5 Sahel.

L’attacco è avvenuto a un mese dalle prossime elezioni presidenziali nel Paese, le quali avranno luogo il 29 luglio. In anni recenti, ha proliferato in Mali la violenza perpetrata da militanti islamici, e i gruppi connessi ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico hanno usato le zone settentrionali e centrali dello Stato africano come punto di partenza per numerosi raid e attacchi nell’intera regione.

Le potenze occidentali, tra cui in particolare la Francia e gli Stati Uniti, hanno stanziato ingenti somme per sovvenzionare l’operato del G5 Sahel, nel tentativo di sedare le incursioni jihadiste. Tuttavia la task-force, la quale è operativa sul territorio dal febbraio 2017, è stata contrassegnata da un inizio lento e incerto, segnato da ritardi e problematiche finanziarie e di coordinazione tra i 5 Paesi che ne fanno parte.

Giovedì 28 giugno, il ministero della Difesa francese ha stilato un rapporto in cui si legge che circa 15 miliziani jihadisti sono stati uccisi da un contingente delle sue forze, in cooperazione con i commando malesi, in seguito agli scontri avvenuti con circa 20 islamisti in data 22 giugno. Nel comunicato si specifica inoltre che la battaglia, in cui le forze africane e francesi si sono avvalse anche dell’aiuto di alcuni elicotteri, ha portato al sequestro e alla distruzione di numerosi armamenti e mezzi di locomozione usati dai terroristi, tra cui munizioni, armi di vario tipo, 6 moto e 2 pick-up.

L’iniziativa G5 Sahel Force mira a sconfiggere i gruppi armati attivi nell’area africana nord-occidentale e contrastare la crescita dell’estremismo. Il corpo della missione è composto da 5.000 ufficiali, tra cui soldati, poliziotti e agenti speciali originari di Mali, Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è uno dei principali sostenitori del G5 Sahel. La Francia spera che l’istituzione di questa autorità permetta loro di ritirare le circa 4000 truppe che si trovano in Mali dal 2013. In quell’anno, Parigi aveva stanziato i suoi uomini nel contesto di un’operazione ONU volta a evitare che i militanti islamisti prendessero il controllo del Paese. Dal 2013 sono 162 le vittime appartenenti al corpo della missione MINUSMA, l’operazione di peacekeeping in Mali, annoverata tra le più pericolose dell’ONU.

Dopo l’indipendenza dalla Francia, nel 1960, il Mali ha vissuto 23 anni di dittatura militare fino alle elezioni democratiche del 1992. Nell’aprile 2012, dopo il colpo di Stato al presidente Amadou Toumani Toure, i tuareg avevano preso il controllo del nord del Paese e dichiarato l’indipendenza della regione. Tuttavia, tre mesi dopo, un gruppo ribelle legato ad Al-Qaeda, Ansar Dine, si era imposto su quell’area mettendo in serio pericolo la sicurezza dello Stato. Due anni dopo, nel giugno 2015, un accordo di pace è stato firmato tra governo e tuareg. La minaccia jihadista, invece, non si è arrestata e, da allora, si verificano periodicamente attacchi. Tra i diversi gruppi terroristici attivi in Mali, figura anche al-Qaeda del Maghreb (AQIM) che, il 9 maggio, aveva minacciato di voler attaccare le compagnie occidentali che effettuano operazioni commerciali negli Stati africani del nord-ovest. Inizialmente le azioni terroristiche erano concentrate nel deserto del nord o nei territori del centro ma, nel corso del tempo, si sono estese anche nel sud del Paese e verso i confinanti Niger, Burkina Faso e Costa d’Avorio.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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