Sud Sudan: firmato accordo di pace tra governo e ribelli

Pubblicato il 28 giugno 2018 alle 6:30 in Africa Sud Sudan

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Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha firmato, mercoledì 27 giugno, un accordo di pace con i ribelli, guidati dal leader di etnia nuer Riek Machar, in base al quale entro 72 ore entrerà in vigore nel Paese un cessate il fuoco. La notizia è stata riferita dal ministro degli Esteri del Sudan, Al-Dirdiri Mohamed Ahmed, il quale ha specificato che i ribelli non hanno accettato integralmente l’accordo, avendone respinto alcune parti.

Il trattato di pace, stipulato a Khartoum, capitale del Sudan, giunge al termine di una serie di colloqui, iniziati mercoledì 19 giugno, per porre fine alla guerra civile scoppiata nel Paese nel dicembre 2013. Nel corso del conflitto decine di migliaia di persone sono state uccise e circa 3 milioni sono state costrette ad abbandonare le loro case, creando la più grave crisi di rifugiati in Africa dal genocidio ruandese del 1994. I precedenti cessate il fuoco e accordi di pace sono stati finora infruttuosi.

Il patto siglato mercoledì 27 giugno prevede l’accesso di aiuti umanitari nel Paese, il rilascio di diversi prigionieri e la formazione di un governo di unità provvisorio entro 4 mesi. Sono due giorni che il presidente Salva Kiir e l’ex vice-presidente Riek Machar discutono della risoluzione del conflitto a Khartoum, in Sudan. Il precedente round di colloqui si era tenuto, la settimana prima, in Etiopia, ad Addis Abeba.

“L’accordo e il cessate il fuoco firmati oggi metteranno fine alla guerra in Sud Sudan e apriranno una nuova pagina”, ha riferito Machar ai giornalisti dopo la cerimonia per la conclusione dell’accordo, augurandosi che questa iniziativa possa anche favorire un miglioramento dei rapporti con il vicino Sudan.

Secondo l’accordo, il nuovo governo provvisorio dovrebbe restare in carica per 3 anni, al termine dei quali saranno indette elezioni generali. Il presidente Kiir ha affermato che si atterrà rispettosamente a quanto deciso nel patto. Un altro dei punti dell’accordo prevedeva l’istituzione di 3 diverse capitali in Sud Sudan, al fine di distribuire più efficacemente il potere, ma i ribelli e Machar hanno respinto la proposta. “Firmeremo l’accordo-quadro oggi, con alcuni emendamenti. In particolare, rifiutiamo le 3 capitali, perché il Sud Sudan è un unico paese, e respingiamo le forze straniere che entrano nella nostra terra “, ha riferito il portavoce dei ribelli, Mabior Garang Mabior, riferendosi presumibilmente all’ipotetico monitoraggio del cessate il fuoco proposto all’Autorità Intergovernativa sullo Sviluppo (IGAD) e alle forze dell’Unione africana. “Rifiutiamo anche la ripresa della produzione di petrolio prima che sia stato negoziato un regolamento”, ha aggiunto Mabior.

Dopo aver raggiunto l’indipendenza, il 9 luglio 2011, il Sud Sudan, anche grazie alle ingenti risorse petrolifere di cui dispone il territorio, era pronto a risollevare la sua economia e a stabilizzarsi. Tuttavia, le tensioni tra i due principali leader del Paese, il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar, hanno presto causato l’inizio di una dura guerra civile che sarebbe durata circa 5 anni. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno cominciato a scontrarsi con quelli di etnia nuer, guidati da Machar e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM).

Per evitare di essere ucciso, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica. La pace, raggiunta nell’agosto 2015, aveva portato alla creazione di un governo di transizione. Tuttavia, già nell’aprile 2016, Machar e i suoi uomini erano tornati a Juba e il leader aveva riacquisito la sua carica. Sebbene Kiir e il suo rivale cerchino di mantenere l’ordine nel Paese, scontri su larga scala si verificano periodicamente e una parte dell’esercito ancora sostiene il progetto di una guerra a oltranza.

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Chiara Gentili

di Redazione

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