Libano: centinaia di rifugiati siriani di Arsal tornano in Siria

Pubblicato il 28 giugno 2018 alle 14:38 in Libano Siria

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Centinaia di rifugiati siriani hanno iniziato a tornare a casa dalla città di confine di Arsal, in Libano, nella giornata di giovedì 28 giugno, nell’ambito di un’operazione coordinata tra le autorità di Beirut e Damasco.

Secondo quanto riporta il quotidiano Al-Monitor, le autorità libanesi hanno aumentato le pressioni nei confronti dei rifugiati, affinché questi facciano ritorno nelle aree che non sono più soggette a scontri. Arsal ospita circa 36.000 sfollati siriani, secondo l’agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite, molti dei quali provenienti da villaggi siriani appena oltre confine. Circa 400 persone sarebbero tornate alle loro case nella giornata di giovedì 27 giugno, ha riferito il capo per la sicurezza generale del Libano, Abbas Ibrahim, che ha organizzato il primo gruppo di rifugiati. Dal villaggio di Wadi Hmeid, appena fuori Arsal, sono partite colonne di automezzi in direzione del confine siriano. Le forze di sicurezza hanno controllato i documenti di identità dei rifugiati in partenza, per assicurarsi che questi fossero su un elenco preparato di persone autorizzate a partire, secondo quanto ha riferito un fotografo dell’Agenzia French Press, presente in loco.

Da parte sua, invece l’UNHCR ha dichiarato che, nonostante l’agenzia per i rifugiati abbia una squadra sul campo, non è stata coinvolta nelle operazioni. “La nostra posizione non è cambiata, non abbiamo organizzato i rientri e non abbiamo organizzato questo”, ha riferito il portavoce dell’UNHCR, Lisa Abou Khaled. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati si è trovata recentemente a scontrarsi con le autorità libanesi. Le autorità dell’agenzia avevano infatti esortato il Libano, il 12 giugno, a revocare la decisione di bloccare i permessi ai dipendenti internazionali dell’UNHCR, annunciata l’8 giugno dall’ufficio del ministro degli Esteri libanese, Gebran Bassil. In tale occasione, Bassil aveva accusato l’UNHCR di “intimidire i rifugiati” per impedire il loro ritorno in Siria. In una dichiarazione rilasciata ai giornalisti, a Ginevra, il portavoce dell’UNHCR, Andrej Mahecic, aveva dichiarato che l’agenzia è “molto preoccupata” da tale provvedimento. “Ci auguriamo che la decisione del ministero degli Esteri venga annullata senza indugio”, aveva affermato. Il 7 giugno, il ministro libanese ha accusato l’UNHCR, in un post su Twitter. “Abbiamo inviato una missione, che ha verificato che l’UNHCR sta intimidendo gli sfollati siriani che desiderano tornare volontariamente”, riporta il tweet di Bassil. L’UNHCR ha smentito le accuse, ma ha chiarito che non ritiene che le condizioni in Siria siano “favorevoli per un ritorno assistito”, sebbene un portavoce dell’Onu abbia affermato che la situazione in Siria si sta evolvendo e che l’agenzia sta seguendo gli sviluppi. 

Il Libano ospita quasi un milione di rifugiati siriani registrati, ma le autorità stimano che il numero reale sia più alto. All’inizio di quest’anno, circa 500 rifugiati hanno lasciato il Libano meridionale per la Siria in un ritorno organizzato dalle autorità libanesi e siriane. Negli ultimi anni diverse migliaia sono tornate autonomamente in patria dalle città intorno al confine. I funzionari libanesi hanno sottolineato che non stanno costringendo i ritorni e che i rifugiati hanno volontariamente deciso di rientrare. In questa situazione, il 26 maggio, il Libano aveva manifestato alla Siria le sue preoccupazioni in merito a una nuova legge siriana sulle proprieta. Secondo le autorità siriane, tale norma consentirà un rilancio delle aree devastate dalla guerra civile. Il Libano, tuttavia, ha sottolineato che l’iniziativa rischia di ostacolare il ritorno in patria di molti rifugiati siriani. Il ministro degli Esteri Bassil, ha inviato una lettera al suo omologo siriano, Walid al-Moualem, comunicandogli che i termini della Legge 10-2018, la legge siriana in questione, potrebbero rendere difficoltoso per i rifugiati il processo di riconoscimento dei loro possedimenti e proprietà, e in questo modo, l’applicazione di tale norma scoraggerebbe alcuni di loro dal fare ritorno in patria.

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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