Afghanistan: il punto della situazione

Pubblicato il 28 giugno 2018 alle 11:45 in Afghanistan Asia

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La morte di membri delle forze di sicurezza e di militanti talebani è all’ordine del giorno in Afghanistan. Secondo quanto riportato dal sito dell’Emirato Islamico del Paese, nel corso delle operazioni parte dell’annuale offensiva di primavera, Al Khandaq, il 27 giugno, i talebani hanno attaccato una postazione di guardia governativa, uccidendo 5 poliziotti e ferendone 6, durante il sequestro di equipaggiamento militare nella provincia di Nangarhar. Secondo quanto riporta Khaama Press, invece, almeno 7 militanti sono stati uccisi e altri 9 sono rimasti feriti dopo che le forze afghane hanno risposto all’attacco presso alcuni posti di guardia nella provincia orientale di Nangarhar, la notte tra il 27 e il 28 giugno. Sempre secondo una notizia di Khaama Press, le forze afghane hanno lanciato una serie di attacchi aerei contro alcune posizioni talebane nel distretto di Andar, uccidenti 7 militanti e ferendone 9, il 28 giugno.  

L’Afghanistan ha assistito a tre giorni di cessate il fuoco durante la festività di Eid-al-Fitr, tra il 14 e il 17 giugno. Poco dopo la fine della tregua, il governo afghano ha esteso la sospensione delle offensive per altri 10 giorni e ha annunciato di essere disposto ad istituire un cessate il fuoco per un anno nel caso in cui i talebani collaborassero. Tuttavia, i leader del gruppo insurrezionale, domenica 24 giugno, hanno respinto la proposta del governo e hanno ordinato a tutti i combattenti ribelli di riprendere le operazioni contro “gli invasori stranieri e i loro sostenitori interni”. 

Diversi attori regionali e internazionali hanno espresso il loro sostegno verso l’iniziativa di pace del governo afgano. Il Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, è apparso pronto a modificare la nuova strategia americana in Afghanistan, annunciata il 21 agosto dal presidente Trump, la quale prevede un’intensificazione della presenza USA nel Paese. A conferma di ciò, Pompeo ha dichiarato: “Come ha sottolineato il presidente Ghani, nella sua dichiarazione al popolo afghano, i colloqui di pace, per necessità, includeranno una discussione sul ruolo degli attori e delle forze internazionali. Gli Stati Uniti sono pronti a sostenere, facilitare e partecipare a queste discussioni”.  

Anche Pechino e Mosca hanno accolto favorevolmente l’iniziativa del presidente Ashraf Ghani per promuovere la pace in Afghanistan. A Pechino, il Ministero degli Esteri, martedì 26 giugno, ha dichiarato che la Cina apprezza gli sforzi di Kabul, aggiungendo che il Paese è disposto a collaborare con la comunità internazionale e svolgere un ruolo costruttivo nella stabilizzazione afghana. Nel frattempo, la Russia ha definito il conflitto in Afghanistan una “guerra fratricida“, sostenendo la decisione del governo di estendere il cessate il fuoco. 

La realizzazione della pace in Afghanistan sembra essere una delle principali priorità nazionali, regionali e internazionali di alcuni dei principali attori mondiali, la domanda che sorge è perciò: quali sono gli ostacoli alla pace con i talebani? 

Nel 2013, uno dei portavoce dei talebani, Sohail Shaheen, aveva dichiarato: “L’Emirato Islamico dell’Afghanistan si concentra simultaneamente su obiettivi militari e politici, limitati all’Afghanistan”. Secondo quanto riporta Outlook Afghanistan (OA), Ciò dimostrerebbe che i talebani hanno preso le distanze dai gruppi terroristici internazionali, tra cui Al-Qaeda, e dal progetto di una jihad globale. Nel settembre 2014, il governo afghano ha firmato un accordo di sicurezza bilaterale con gli Stati Uniti, il quale consente a 10.000 soldati americani di rimanere nel Paese. Un altro accordo simile è stato firmato con la NATO per permettere a 4.000-5.000 soldati supplementari di rimanere in Afghanistan per fornire supporto formativo alle forze di sicurezza del governo. 

Alla luce di ciò, è importante evidenziare che una delle principali richieste dei talebani è il ritiro immediato e completo di tutte le truppe straniere dall’Afghanistan. Tuttavia, se il governo degli Stati Uniti acconsentisse a rescindere l’accordo sulla sicurezza lasciando il Paese, sarebbe opportuno interrogarsi sul ruolo che l’ISIS e gli altri gruppi terroristici ricoprirebbero in Afghanistan e all’estero.

Un’ulteriore richiesta avanzata dai talebani corrisponde all’introduzione di alcune riforme costituzionali, tra cui la menzione della parola “sharia” nella costituzione afghana, al posto di “legge islamica”. Sempre secondo Outlook Afghanistan, di fronte a tale richiesta si pongono tre ostacoli. In primo luogo, includere la parola “sharia” corrisponderebbe ad un ostacolo per i Paesi donatori, i quali si opporrebbero a finanziare un governo costituzionalmente obbligato al rispetto della “sharia”. In secondo luogo, tuttavia, la mancata incorporazione del termine nella costituzione, rappresenterebbe un forte contraccolpo per i talebani. In terzo luogo, la modifica costituzionale potrebbe porre alcune barriere per le altre minoranze religiose presenti in Afghanistan, come i gruppi sciiti e non islamici, o gli indù e i sikh afgani. A ciò si aggiunge il fatto che i talebani, durante il loro periodo di governo, hanno attuato una politica molto restrittiva e violenta contro le donne nel Paese. Di conseguenza, la loro posizione sulle questioni di genere dovrebbe essere chiarita prima di qualsiasi accordo di pace. 

La condivisione del potere potrebbe essere una delle richieste più controverse da affrontare, dal momento che tale condizione sarebbe alla base di qualunque accordo di pace ed implicherebbe l’integrazione di combattenti talebani nelle forze militari e di sicurezza afghane, oltre che l’assegnazione di alcune posizioni chiave nel governo. Sulla base dell’accordo di Bonn, concluso il 5 dicembre 2001 per ricreare lo Stato afghano dopo l’invasione statunitense, esisterebbe un meccanismo di condivisione del potere, il quale garantirebbe una quota relativa di tutti i principali gruppi etnici presenti in Afghanistan.  

Secondo Outlook Afghanistan, tuttavia, l’attuale esperimento di condivisione del potere tra i due candidati presidenziali del 2014, il presidente Ashraf Ghani e l’amministratore delegato, Abdullah Abdullah, rappresenta un fallimento. Inoltre, data la presenza di profonde dispute su qualsivoglia questione in ambito nazionale, la condivisione del potere al governo non solo sarebbe un caos, ma potrebbe anche essere complicata dalle divisioni interne al gruppo dei talebani. 

In poche parole, sempre secondo OA, tutti gli afghani sostengono un accordo di pace con i talebani per porre fine al prolungato conflitto in corso nel Paese, desiderando un processo di pace trasparente, che tenga conto delle preoccupazioni delle minoranza, incluse le donne e i gruppi religiosi. Tuttavia, è importante considerare che, allo stesso tempo, la condivisione del potere è già motivo di conflitti nel Paese e, in assenza di consenso su tale meccanismo tra i principali gruppi etnici dell’Afghanistan, un accordo di pace con le condizioni menzionate nell’articolo non può porre fine all’attuale conflitto.

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Alice Bellante

di Redazione

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