Salvini rientra dalla Libia: apriremo hotspot fuori dai confini sud del Paese

Pubblicato il 26 giugno 2018 alle 10:23 in Immigrazione Italia

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Di ritorno dalla visita istituzionale in Libia, avvenuta lunedì 25 giugno, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, si è detto soddisfatto dell’incontro con il premier del governo di Tripoli, Fayez Serraj e con il capo del Consiglio Presidenziale, Ahmed Mitig, con i quali ha concordato un piano per contrastare l’immigrazione illegale, nel rispetto delle condizioni economiche, di sicurezza e dei diritti umani.

Il comunicato del Ministero dell’Interno sulla conferenza stampa che Salvini ha tenuto al suo ritorno riferisce che c’è stata condivisione totale su diversi principi generali. Oltre ad aver ribadito l’assoluta amicizia che lega i due Paesi, il capo del Viminale ha annunciato che, a settembre, si terrà una conferenza italo-libica a Tripoli per esaminare alcune questioni di interesse comune non solo relative all’immigrazione, ma anche allo sviluppo dei rapporti economici e culturali.

Salvini ha sottolineato che, al momento, l’Italia è l’unico Paese che ha riaperto la propria rappresentanza diplomatica in Libia. Tuttavia, occorre ricordare che il 10 ottobre 2017, l’Unione Europea aveva annunciato l’intenzione di riaprire la propria ambasciata nel Paese nordafricano, non appena sarebbero migliorate le condizioni di sicurezza. Successivamente, il 21 aprile scorso, la Tunisia ha riaperto il consolato a Tripoli e, il 24 giugno, Serraj ha incontrato l’ambasciatore spagnolo in Libia, con cui ha colloquiato in merito alla futura riapertura dell’ambasciata spagnola nel Paese nordafricano. L’Italia ha inaugurato nuovamente la propria rappresentanza diplomatica in Libia il 9 gennaio 2017, una mossa che il Ministero degli Affari Esteri  ha definito “volta a dimostrare un importante segnale di amicizia verso tutto il popolo libico, ma anche un segnale di fiducia nel processo di stabilizzazione del Paese”.

Nel corso dei colloqui con Serraj, Salvini ha avanzato l’ipotesi di aprire hotspot in Libia invece che in Italia, per evitare le traversate mortali nel Mediterraneo. Tale proposta, tuttavia, è stata respinta dai leader libici, i quali hanno optato, invece, per la creazione di centri di protezione e identificazione presso i confini meridionali esterni del Paese nordafricano. Gli Stati a sud della Libia costituiscono le terre di transito di tutti i flussi di migranti che, una volta giunti in territorio libico, sperano di imbarcarsi alla volta dell’Europa. Dunque, secondo Serraj e Mitir, il controllo delle frontiere meridionali libiche è cruciale anche perché, riferisce il comunicato del Ministero, gli accordi con i Paesi limitrofi non funzionano come dovrebbero, non riuscendo così a controllare adeguatamente i flussi.

Salvini ha reso noto che, una volta che saranno organizzati i centri sui confini esteri, sarà possibile aumentare i posti per i richiedenti asilo, individuando chi scappa dalle guerre e che, quindi, ha il diritto di essere accolto. Il capo del Viminale ha inoltre riferito che le autorità libiche hanno ringraziato l’Italia “per aver dato un segnale di blocco all’immigrazione clandestina”. Finora, grazie all’appoggio italiano, 213 uomini della Guardia Costiera libica sono stati addestrati, mentre altri 300 stanno ricevendo formazione nell’ambito dell’Operazione Sophia dell’Unione Europea.  A breve, riaprirà altresì la scuola di formazione di polizia con 290 studenti, che le forze di sicurezza italiane assisteranno con uomini e mezzi.  Infine, Salvini ha raccontato di aver visitato un centro di accoglienza a Tripoli gestito dalla UN Refugee Agency (UNHCR) che, a suo dire, rispetta tutti gli standard qualitativi per ospitare i migranti e che, in futuro, potrà essere gestito anche dall’UE.

Dall’inizio del 2017, l’Italia, sostenuta dall’Unione Europea e sotto la guida dell’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha concluso una serie di accordi in ambito migratorio con la Libia, principale porto di partenza delle imbarcazioni dei trafficanti di esseri umani, al fine di meglio gestire la crisi migratoria e contrastare le attività degli scafisti. Tra questi si ricorda quello del 2 febbraio 2017, quando l’Italia, d’accordo con le autorità del governo di Tripoli sostenuto dall’Onu, ha stanziato 200 milioni di euro per avviare la collaborazione tra i due Stati. Con tale accordo, Roma e Tripoli sono intervenute per scoraggiare l’immigrazione clandestina e rimandare i migranti irregolari nei loro Paesi di provenienza entro una settimana dopo il loro fermo. Successivamente, il 31 marzo 2017, il governo italiano ha reso noto che 60 leader tribali libici avevano firmato un accordo di pace, accettando di collaborare con le forze di sicurezza italiane per ridurre il flusso di migranti dalla Libia verso l’Europa. Nell’occasione, Minniti aveva spiegato che i confini a sud del Paese nordafricano, con il Niger e il Ciad, devono essere considerati le nuove frontiere meridionali dell’Unione Europea. Il 30 agosto scorso, l’Italia si era altresì offerta di addestrare e formare 1.000 membri della marina libica, per fornire servizi di controllo anti-immigrazione illegale e di indagini criminali. Anche l’Unione Europea, nell’ambito dell’Operazione Sophia, addestra l’equipaggio della Guardia Costiera e della Marina libica dall’ottobre 2016. Ad oggi, sono 136 gli ufficiali libici che sono stati formati tra Creta, Malta e Roma. Il 2017 si era concluso con l’annuncio da parte di Gentiloni, il 24 dicembre, in merito al trasferimento di parte 470 militari italiani stanziati in Iraq, in Niger. La notizia era già stata anticipata dal premier lo scorso 13 dicembre, in occasione del summit G5 per il Sahel, tenutosi vicino a Parigi, durante il quale il presidente del Consiglio aveva annunciato che non si sarebbe trattato di un nuovo dispiegamento di forze militari, ma di uno spostamento di parte di quelle che sono attualmente impegnate in altre missioni all’estero, in Niger.

Tali iniziative hanno portato, a partire dal mese di luglio 2017, a una progressiva diminuzione degli sbarchi in Italia. Dal primo gennaio al 25 giugno 2018, sono giunti via mare nel nostro Paese 16.394 migranti, di cui 11.288 provenienti dalla Libia. Si tratta di una diminuzione del 77,5% rispetto ai dati registrati nello stesso periodo del 2017, in cui sbarcarono in Italia 72994 stranieri.  

Salvini, leader della Lega e vice-presidente del Consiglio, ha assunto la carica di Ministro dell’Interno il primo giugno, sostituendosi a Marco Minniti. Il giorno seguente, in occasione della sua prima apparizione pubblica, il capo del Viminale ha visitato l’hotspot di Pozzallo, dove ha dichiarato che l’operato di Minniti non sarebbe stato distrutto e che avrebbe voluto aprire nuovi centri di espulsione. Il 24 giugno, Salvini ha chiesto alle organizzazioni umanitarie di smettere di salvare i profughi che scappano dalla Libia anche se, secondo quanto riferito dai gruppi, ci sono almeno 1.000 migranti nel Mediterraneo che necessitano soccorsi. Tuttavia, Salvini ha dichiarato che il salvataggio nelle acque libiche è una competenza delle autorità di Tripoli. “I porti italiano sono chiusi e rimarranno chiusi a coloro che aiutano i trafficanti di esseri umani”, ha affermato il ministro dell’Interno. La Ong spagnola Proactiva Open Arms ha messo in guardia in relazione al fatto che, se sarà la Guardia Costiera libica a coordinare tali operazioni, i migranti verranno riportati in Libia. Il Paese nordafricano, ormai da anni, costituisce il principale porto di partenza dei flussi migratori diretti in Italia e in Europa, attraverso il Mediterraneo. Da quando il regime dittatoriale di Muammar Gheddafi è stato rovesciato, nell’ottobre 2011, la Libia non è mai riuscita a compiere una transazione democratica. Il potere politico è attualmente diviso in due governi: il primo a Tripoli, appoggiato dall’Onu e dall’Italia; il secondo a Tobruk, sostenuto da Russia ed Egitto. I trafficanti di esseri umani, ormai da anni, stanno traendo vantaggio da questa situazione di instabilità politica ed economica, con il risultato che i migranti sono vittima di abusi continui, venendo catturati per poi essere costretti ai lavori forzati. 

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Sofia Cecinini

di Redazione

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