Afghanistan: l’ISIS colpisce ancora, gli USA incolpano il Pakistan

Pubblicato il 21 giugno 2018 alle 11:40 in Afghanistan Asia

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Sono almeno 23 i militanti affiliati allo Stato Islamico iracheno e alla Khorasan Province siriana (ISIS-K) uccisi nel corso di alcune operazioni a terra e attacchi aerei condotti nelle province orientali di Kunar e Nangarhar. Il Ministero della Difesa ha dichiarato che, oltre all’eliminazione dei terroristi stessi, sono anche stati distrutti 2 nascondigli del gruppo.

Dal 2015, l’Afghanistan è minacciato dalla Khorasan Province, la branca dell’ISIS attiva nella regione che compie continui attentati contro le forze di sicurezza e le minoranze sciite locali. L’ultimo attacco rivendicato dai militanti risale al 16 giugno, quando almeno 36 persone sono state uccise da un autobomba, durante un raduno di talebani e forze di sicurezza afghane nella città orientale di Nangarhar. 

Con le progressive sconfitte dell’ISIS in Siria e in Iraq, gli Stati Uniti hanno aumentato significativamente i bombardamenti aerei per colpire sia i talebani, sia i militanti affiliati allo Stato Islamico attivi nel Paese asiatico. Il 21 agosto, il presidente statunitense, Donald Trump, ha annunciato la nuova strategia americana in Afghanistan volta ad eliminare definitivamente la minaccia terroristica. Secondo tale piano strategico, sono stati introdotti altri 4.000 soldati americani e sono state approvate alcune politiche più aggressive contro i talebani. In primo luogo, i generali del Pentagono hanno l’autorità di aumentare o diminuire il numero delle truppe, senza tuttavia rendere noti i provvedimenti definitivi. In secondo luogo, i comandanti militari hanno la possibilità di prendere decisioni autonome circa le missioni, in tempo reale e in base alla situazione corrente. In terzo luogo, Trump ha dichiarato che non avrebbe più annunciato più le operazioni militari.

Ciò nonostante, secondo il presidente americano, la più grande sfida per stabilizzare il Paese rimane l’eliminazione dei rifugi presenti in Pakistan, i quali ospitano i militanti che combattono contro la coalizione a guida statunitense. Le azioni del Paese asiatico, secondo il generale di divisione dell’esercito, Austin Miller, restano “contraddittorie”. Di fronte alla Commissione per i Servizi Armati del Senato americano, il generale ha dichiarato: “Dovremmo avere grandi aspettative riguardo all’eventualità di fare parte al processo di pace, non solo diplomaticamente ma anche dal punto di vista della sicurezza. […] Il Pakistan ha fatto molto sacrifici e le sue forze di sicurezza hanno combattuto coraggiosamente. Tuttavia, non abbiamo ancora visto le azioni antiterroristiche, operate nei confronti nei militanti anti-Pakistan, tradursi in azioni definitive contro i talebani afghani o i leader Haqqani, residenti in Pakistan”. Il generale Miller con tali affermazioni si è allineato con la posizione del presidente Trump, il quale aveva già evidenziato il pericoloso ruolo del Pakistan nella risoluzione del conflitto afghano.

Stando a quanto affermato dal generale John W. Nicholson Jr., ufficiale americano e comandante della NATO in Afghanistan, i confini con il Pakistan sarebbero l’area più propizia per i terroristi dell’ISIS, in quanto poco controllati. Il distretto di Khogyani, nella provincia di Nangarhar, nell’est del Paese, è l’area dove attualmente sono concentrati la maggior parte dei terroristi affiliati all’ISIS. Prima del loro arrivo, la zona era stata abbastanza pacifica, in quanto le forze talebane e le forze governative avevano raggiunto un equilibrio che permetteva la loro coesistenza. Nonostante i talebani, generalmente, non permettano alle bambine di andare a scuola, nel distretto di Khogyani, avevano permesso loro di ricevere un’educazione, mostrandosi disposti a scendere a compromessi con il governo di Kabul. D’altra parte, l’esercito afghano ha pagato gli stipendi agli insegnanti, che i talebani non erano in gradi di permettersi.

Affiliati dell’ISIS in Afghanistan emersero per la prima volta nel 2014, prendendo il controllo di remote zone della provincia di Nangarhar. Da subito, attirarono l’attenzione degli Stati Uniti che, all’epoca, avevano ridotto la propria presenza nel Paese asiatico, limitandosi a compiere operazioni antiterrorismo contro i talebani e contro al-Qaeda. Ad oggi, spiega Mujib Mashal, gli ufficiali statunitensi ed afghani non credono che la Khorasan Province mantenga contatti con i militanti dell’ISIS che operano in Siria e in Iraq ma che, al contrario, i terroristi siano soprattutto legati ai combattenti pakistani. La loro nascita e la loro espansione viene spiegata con diverse teorie. Secondo la prima teoria, i militanti affiliati all’ISIS; in un primo momenti, avrebbero utilizzato le montagne afghane come rifugi sicuri, per poi abbracciare l’ideologia dello Stato Islamico e decidere di compiere offensive contro il Paese asiatico. La seconda teoria, invece, sostiene che gli USA abbiano calcolato in maniera errata le operazioni e la minaccia posta dai terroristi, permettendo la loro crescita. Una terza teoria dà la colpa ai servizi di intelligence pakistani, accusati da lungo tempo di destabilizzare l’Afghanistan.

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Alice Bellante

di Redazione

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