Mali: 25 corpi rivenuti in 3 fosse comuni

Pubblicato il 20 giugno 2018 alle 12:30 in Africa Mali

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Il ministro della Difesa del Mali, Tiena Coulibaly, ha ammesso il coinvolgimento delle forze armate in alcuni omicidi avvenuti nella regione centrale del Paese, afflitta da continue violenze tra le forze di sicurezza e i ribelli. La dichiarazione di Coulibaly è pervenuta martedì 19 giugno, dopo che i media locali hanno notificato il ritrovamento di 25 corpi in 3 diverse fosse comuni, dopo un intervento militare nei confronti di presunti ribelli e alcune milizie etniche alleate. “La missione di ispezione inviata nell’area ha confermato l’esistenza di fosse comuni, il coinvolgimento del personale militare governativo e l’esistenza di gravi violazioni che hanno causato la morte di 25 uomini a Nantaka e Kobaka, nella regione di Mopti” ha affermato il ministro, incaricando poi i procuratori militari di aprire un’inchiesta. Coulibaly ha descritto le autorità del Paese come “fermamente decise a combattere l’impunità e a costringere i soldati ad osservare rigorosamente il diritto internazionale e le convenzioni umanitarie”.

Kisal, un’ONG impegnata a garantire la tutela dei diritti umani delle comunità pastorali, ha dichiarato che 25 persone appartenenti al gruppo etnico Fulani, composto prevalentemente da pastori, sono state prelevate dall’esercito maliano nella seconda settimana di giugno, nei pressi di Kobaka e Nantaka. L’organizzazione accusa il corpo militare di uccisioni extragiudiziali, rapimenti, torture e arresti arbitrari contro sospetti simpatizzanti dei gruppi armati presenti nel Paese. L’esercito, già in precedenza, aveva promesso di fare luce su tali accuse.

“L’annuncio dell’inchiesta è una buona notizia, tuttavia le promesse non sono sufficienti” ha affermato Corinne Dufka, la direttrice associata di Human Rights Watch per Africa occidentale, a Reuters. “Dal 2017, ho documentato oltre 60 presunte esecuzioni dell’esercito nei confronti di sospetti sepolti in almeno 7 fosse comuni e nessuna delle famiglie delle vittime ha mai ottenuto giustizia” ha aggiunto Dufka.

Dopo l’indipendenza dalla Francia, nel 1960, il Mali ha vissuto 23 anni di dittatura militare fino alle elezioni democratiche del 1992. Nell’aprile 2012, dopo il colpo di Stato al presidente Amadou Toumani Toure, i tuareg avevano preso il controllo del nord del Paese, dichiarando l’indipendenza della regione. Tuttavia, tre mesi dopo, un gruppo ribelle legato ad Al-Qaeda, Ansar Dine, si era imposto in quell’area mettendo in serio pericolo la sicurezza dello Stato. Nel gennaio 2013, un’operazione ONU a guida francese era intervenuta in Mali per respingere i ribelli islamisti e i gruppi tuareg dai territori del nord. Due anni dopo, nel giugno 2015, un accordo di pace è stato firmato tra governo e tuareg. La minaccia jihadista, invece, non si è arrestata e, da allora, si verificano periodicamente attacchi. Inizialmente, le azioni terroristiche erano concentrate nel deserto del nord o nei territori del centro ma, nel corso del tempo, si sono estese anche nel sud del Paese e verso i confinanti Niger, Burkina Faso e Costa d’Avorio. Negli ultimi mesi, i gruppi tuareg, sostenuti dai soldati francesi, combattono contro i ribelli, affiliati ad Al-Qaeda, nel nord-est del Mali.

Il Mali fa parte del G5 del Sahel, un forum istituzionale per la cooperazione regionale in materia di politiche di sviluppo e sicurezza nell’Africa occidentale. È stato formato il 16 febbraio 2014 a Nouakchott, in Mauritania e comprende 5 Stati (Burkina Faso, Chad, Niger, Mauritania e Mali). Il suo scopo è quello di rafforzare i legami economici tra i Paesi africani e combattere la minaccia terroristica dei gruppi jihadisti attivi nella regione.

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Alice Bellante

di Redazione

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