Perché Macron stritola la mano di Trump tutte le volte che si incontrano?

Pubblicato il 19 giugno 2018 alle 10:22 in Il commento

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Trump è un ciclone politico che sprigionerà la sua corrente ascensionale ancora a lungo. Il “trumpismo”, inteso come modo di agire e di interagire, sta avendo ricadute dirette sulla vita politica di decine di Paesi. È comprensibile che sia così. Gli Stati Uniti sono la più grande potenza mai apparsa sulla faccia della Terra. Mai, nel passato, gli uomini avevano conosciuto un tale colosso politico, economico e militare. La Russia ha un grande corpo militare, ma i suoi arti politici ed economici sono molto limitati. Può essere colpita dalle sanzioni, ma non può colpire. Gli alleati più fedeli di Putin sono la Siria e l’Iran, i più impotenti tra i potenti. L’idea che possano mettere in ginocchio gli Stati Uniti, con le sanzioni, non scorre nemmeno nell’inchiostro più fantasioso. Quanto alla Germania, è un colosso economico, ma è un nano politico e militare. La Merkel non ha un seggio permanente nel consiglio di Sicurezza dell’Onu e nemmeno la bomba atomica. La Francia ha tutto questo, ma la sua economia è una condanna perpetua a essere una media potenza, con le pose dei grandi. “Foreign Affairs”, una rivista accademica di grande prestigio, è stata impietosa nel dire che Macron ha “corteggiato” Trump senza ricavarne niente. Nonostante le suppliche del presidente francese, Trump è uscito dagli accordi sul clima, ha trasferito l’ambasciata americana a Gerusalemme, ha stracciato gli accordi con l’Iran e ha imposto i dazi doganali contro l’Unione Europea, Francia inclusa, su acciaio e alluminio. Se a questa rubrica fossero concesse le asprezze degli scrittori, diremmo che Macron, al cospetto di Trump, è una forma pura di imbarazzo permanente. La stretta di mano poderosa, con cui ha fatto arrossire le nocche del presidente americano in occasione dell’ultimo G7 in Quebec, esprimeva frustrazione e non forza. Nietzsche, redivivo, avrebbe di che scrivere sull’uomo del risentimento. La manifesta inferiorità causa un dolore pungente che, nell’osservatore distaccato, provoca la tipica risata che scaturisce dal “sentimento del contrario” tanto caro a Pirandello: quale uomo potrebbe stritolare mentre viene stritolato?

Trump è dunque un ciclone politico perché guida uno Stato che può scatenare tempeste. Il problema è che, quando infuriano i cicloni, gli uomini rischiano di perdere di vista l’essenziale che, in politica internazionale, non è il trasferimento di un’ambasciata o l’imposizione di dazi doganali: l’essenziale è la pace. Da questo punto di vista, il nuovo ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, coglie nel segno quando, incontrando il capo della Nato a Roma pochi giorni fa, ha insistito sulla normalizzazione dei rapporti con la Russia, come già aveva fatto Matteo Salvini. Immersi nei problemi del Mediterraneo, non scorgiamo più la gravità di ciò che si sta profilando ai confini tra l’Europa dell’est e la Russia, dove sono state poste tutte le premesse materiali per una guerra. Pochi sanno che, dal 25 ottobre al 7 novembre, la Nato terrà un’enorme esercitazione militare in Norvegia, “Trident Juncture 18”, la più grande esercitazione Nato degli ultimi sedici anni. Saranno impegnati 40mila uomini con il coinvolgimento di più di trenta Stati. A leggere il comunicato della Nato in lingua inglese si rimane impressionati. Il documento dice, testualmente, che “l’esercitazione avrà uno scenario da articolo 5”. Questa caratteristica, ribadita dal generale americano James G. Foggo, che peraltro vive in quella meravigliosa città di pace che è Napoli, è della massima importanza e dev’essere spiegato. L’articolo 5 è quello della cosiddetta “difesa collettiva”. È l’articolo in base al quale, se la Russia attacca un Paese della Nato, è come se attaccasse tutti i suoi membri, Italia inclusa. Significa che si va alla guerra guerreggiata. Non quella delle sanzioni; quella dei cannoni. Domenica scorsa, questa rubrica ha parlato delle forze russe a Kaliningrad. A parlar chiaro si fa prima: la Nato e la Russia si stanno preparando alla guerra. Non è detto che scoppierà, ma è certo che gli eserciti sono già schierati. Vi è questo di bello nel governo Conte: che è uguale ai governi Berlusconi, Prodi, Renzi e Gentiloni. È un governo di pace perché sa che la pace non è una parola astratta, ma è un modo concreto di gestire le relazioni con la Russia.

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Articolo apparso il 17 giugno sul “Messaggero”, nella rubrica domenicale ATLANTE di Alessandro Orsini. Per gentile concessione del direttore.

di Alessandro Orsini

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